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27 giugno 2015

 

Primo venerdì di Ramadan, un venerdì di sangue

di Giovanni Giacalone

 

Il primo venerdì di Ramadan si è tramutato in una giornata di sangue con attentati in Francia, Tunisia e Kuwait e con un bilancio di più di sessanta morti e centinaia di feriti.

 

Kuwait City

A Kuwait City un attentatore suicida imbottito di esplosivo si è introdotto in una moschea sciita durante la preghiera del venerdì e si è fatto saltare in aria, uccidendo 27 persone e ferendone più di 200. L’ISIS ha reso nota l’identità dell’attentatore, Abu Sulayman al-Muwahid e ha citato il luogo dell’attentato come “tempio dei confutatori”, gli sciiti, coloro che rigettano ciò che i jihadisti definiscono “la vera religione”, un Islam di matrice sunnita portato agli estremi, con interpretazioni letterali e decontestualizzate dei versetti del Corano, con utilizzo di hadith spesso di dubbia provenienza ma che ben si prestano ai loro scopi e con una strumentalizzazione dei fatti storici volta a nutrire la propaganda, elemento chiave di tutta la strategia dell’ISIS. Gli sciiti sono ormai costantemente sotto attacco in varie zone del Medio Oriente; poche settimane fa ben due moschee sciite in Arabia Saudita sono state colpite; in Iraq sono da anni costante bersaglio, così come in Pakistan. In Egitto durante l’anno di governo filo-Fratelli Musulmani di Morsy si verificò il primo caso di pogrom nei confronti degli sciiti, che vennero accerchiati e massacrati da esponenti della Salafiyya.

 

Lione e Sousse

In Francia, a Saint-Quentin-Fallavier, a 30 km da Lione, Yassin Sahli, francese di origine nordafricana, si è introdotto in una fabbrica e ha aperto alcune bombole di gas provocando un’esplosione. Per penetrare all’interno del compound ha rubato un furgone della ditta e ha decapitato il proprietario. Itstime ha messo in evidenza due aspetti importanti: la dimensione simbolica ma anche la non-volontà di farsi saltare in aria; infatti l’attentatore è scappato dopo aver azionato le bombole. Un elemento inusuale che mal si coniuga con la tipologia di attacco standard dell’ISIS in Medio Oriente, che utilizza sistematicamente attentatori suicidi.Sahli è sposato e padre di tre figli, non aveva precedenti penali ma era sotto sorveglianza da almeno due anni poiché segnalato come soggetto radicalizzato. Secondo quanto dichiarato da RTL, l’uomo viveva nella zona da soli sei mesi e precedentemente aveva abitato a Pontarlier, cittadina nota per la presenza di una moschea radicale.

Sempre secondo RTL, Sahli si assentava dalla sua nuova abitazione anche per settimane senza dire dove andava e in diverse occasioni ha ospitato incontri con personaggi in tenuta mimetica. Dopo il caso Charlie Hebdo ecco dunque un altro flop per l’intelligence francese che sembra non riuscire a tenere sotto controllo personaggi ben noti alle autorità in quanto a radicalizzazione e precedenti penali (in alcuni casi), come dimostrano i casi di Mohamed Merah e dei fratelli Kouachi. In Tunisia invece due uomini sono sbarcati sulla spiaggia di un resort di lusso a Sousse e hanno aperto il fuoco contro i turisti, uccidendo 37 persone e ferendone una quarantina. Uno degli attentatori è stato abbattuto mentre l’altro è stato preso vivo e trascinato via in fretta e furia per evitare il linciaggio.

 

Alcune considerazioni

L’ISIS aveva annunciato che questo Ramadan sarebbe stato all’insegna del sangue ed ha mantenuto la parola. Il primo e l’ultimo venerdì di Ramadan hanno un valore simbolico estremamente importante, questo gli abili propagandisti dell’ISIS lo sanno bene e non si sono fatti scappare l’occasione. In aggiunta, il prossimo 29 giugno sarà il primo anniversario della proclamazione del Califfato e potrebbe dunque essere stato segnato nel calendario dei jihadisti come altro giorno per seminare morte e distruzione. Il fatto che Francia e Tunisia siano state colpite non sorprende, in primis perché sono i due paesi con il più alto numero di volontari, in rapporto alla popolazione, (rispettivamente in Europa e Nord Africa) partiti per unirsi ai jihadisti in Siria e Iraq. In secondo luogo sono due paesi che hanno una tradizione laica e che sono già stati bersagliati recentemente dai jihadisti, con gli attentati alla sede di Charlie Hebdo a Parigi e al museo del Bardo a Tunisi.

La Tunisia si trova poi in una fase estremamente delicata, sta lentamente uscendo da un periodo di forte instabilità e sta cercando una ripresa economica che evidentemente gli islamisti non vogliono. La motivazione è chiara: più è alta la disoccupazione, più emarginati ci sono e più è facile indottrinare e reclutare volontari. Gli abitanti di Sousse però non ci stanno e ieri sera sono scesi in piazza per far sentire la propria voce contro il terrorismo e l’Islam radicale. Il Kuwait è invece un paese di circa tre milioni di abitanti di cui un terzo di fede musulmana sciita, con una posizione strategica poiché è incastrato tra Iran, Iraq e Arabia Saudita e con sbocco sul mare. Terrorizzare la popolazione sciita locale significa spingerla ad andarsene e vale la pena riflettere su quali paesi potrebbero avere tale interesse e con quali obiettivi. Per quanto riguarda le modalità operative dei tre attacchi, è ancora prematuro procedere con analisi dettagliate ma risulta subito evidente che ci troviamo davanti a modalità operative tipiche di piccoli gruppi e individui decentrati, con addestramento di base, che non seguono una rigida gerarchia organizzativa verticistica ma che si attivano su propria iniziativa, decidendo da soli quali obiettivi colpire e senza bisogno di fare rapporto alla “base”, è sufficiente la condivisione ideologica e un addestramento “fai da te” con ausilio di materiale reperito dal web.

 

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