Pino Cabras, “Hamid Karzai: Al-Qaida è un’invenzione”, da “Megachip” del 16 settembre 2015

 

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22/9/15

 

Karzai ammette: Al-Qaeda? Mai esistita, era un’invenzione

 

L’ex presidente afghano Hamid Karzai, intervistato l’11 settembre 2015 da un giornalista di “Al Jazeera”, spazza via 14 anni di narrativa ufficiale occidentale dichiarando che Al-Qa’ida è una mera invenzione. Lo dice senza alcun tentennamento: «Per me è un’invenzione. Non ho mai ricevuto un solo rapporto da una qualunque fonte afghana su Al-Qa’ida o su quello che stessero facendo. Noi non li vediamo, non riusciamo a visualizzarli, per noi non esistono. Non ho mai ricevuto rapporti dalla nostra intelligence, o dalla nostra gente. Non ho mai avuto a che fare con loro». Il video con l’intervista (sottotitolato in italiano da “luogocomune” e ripreso da “Pandora Tv”) non è stato ancora citato con rilievo dai nostri grandi media. Eppure la notizia è importante. La traduciamo anche in un semplice concetto: gli enormi costi economici e umani dell’invasione dell’Afghanistan da 14 anni in qua sono imposti ai popoli sulla base di un pretesto inventato. Esattamente come fu per la guerra in Iraq. Ulteriore traduzione: si corre a cercare negli occhi degli altri popoli pagliuzze da chiamare “criminali di guerra”, mentre abbiamo travi conficcate nei nostri democratici occhi occidentali. Come definire altrimenti un Tony Blair?

 

La classe dirigente neocolonialista che ha trascinato il mondo nella guerra afghana – e poi nella serie di successive distruzioni di altri Stati – ha mentito sistematicamente, rendendosi responsabile della devastazione di grandi comunità umane. Cosa sia stata Al-Qa’ida negli ultimi quindici anni è dunque una delle questioni cruciali per capire la nostra epoca. La disgrazia è che la natura di Al-Qa’ida nelle redazioni dei grandi media rimane un soggetto “tabù”, affrontato con un mix micidiale di malafede, ignoranza, camaleontismo intellettuale. I fili che portano alla verità, quando il giornalismo volesse seguirli e fare il suo mestiere, ci sarebbero pure. Ma rimangono sconosciuti ai più. Come fu nel caso delle dichiarazioni di uno dei massimi esponenti dello spionaggio francese, Alain Chouet, l’uomo che aveva plasmato le strutture antiterrorismo ai vertici dei servizi segreti d’Oltralpe negli stessi anni in cui Washington e Londra elaboravano le favole e gli spettri della guerra Infinita. Leggetele: quelle dichiarazioni di Chouet smontavano tutto quel che i grandi organi di informazione avevano fin lì raccontato su Al-Qa’ida. Quegli stessi organi si guardarono bene dal dargli peso.

 

È perciò ipotizzabile che al-Qa’ida, così come caratterizzata e spiegata dall’amministrazione Usa e da quella britannica quale nucleo di un minaccioso ed esteso complotto terroristico su scala planetaria, non esista affatto? Che cioè sia un’illusione gonfiata e deformata dai politici? Un cupo imbroglio che si è moltiplicato tramite i governi di mezzo mondo, i servizi di sicurezza e l’informazione internazionale, senza che nessuno osasse contestarlo. Rispondere correttamente a queste domande può aiutare a spiegare le crisi di oggi (e, temiamo, di domani): le guerre, le migrazioni di masse di profughi, l’isteria mediatica, il futuro di tutti noi. Sia chiaro. Qui non si dubita del fatto che crudeli e ricchi esponenti delle petromonarchie, ben inseriti nei giochi delle classi dirigenti, organizzino un flusso smisurato di finanziamenti a favore di gruppi di fanatici islamisti introdotti alla lotta terroristica (si pensi anche all’Isis, di cui si dirà più avanti). Non si dubita neanche del fatto che una variante aberrante dell’Islam fondamentalista abbia provocato massacri e tensioni ovunque nel pianeta. Ma le ondate di rivelazioni di

questi anni demoliscono alla radice l’esistenza di una minaccia terroristica internazionale unificata antioccidentale e autonoma di portata equiparabile alla cosiddetta “minaccia sovietica” del tempo che fu.

 

L’agenda politica imposta dai neoconservatori (sia quelli autentici, sia le loro varianti di sinistra) è falsa. Però pretende che noi crediamo senza prove, senza logica, spogliati dei normali parametri di analisi politica (perché, se osi adoperarli, ti aggrediscono come indemoniati incolpandoti di complottismo, di inammissibili dietrologie, ecc). Dunque dobbiamo credere, e perciò obbedire, e alla fine anche combattere il nemico invisibile, indefinibile, incalcolabile, dicendo di sì a un puzzle i cui pezzi non s’incastrano uno con l’altro. Uno dei giornali turchi più importanti (e recentemente più perseguitati dal regime di Erdo?an), il quotidiano “Zaman”, nel 2004, si chiedeva: “Al-Qa’ida, un’operazione dei servizi segreti?”: «Gli specialisti di intelligence turchi concordano sul fatto che non c’è un’organizzazione come al-Qa’ida. Semmai, al-Qa’ida è il nome di un’operazione da servizi segreti. Il concetto “combattere il terrore” è il background del modello di guerra a bassa intensità, condotta nell’ordine mondiale monopolare. L’oggetto di questa strategia della tensione è denominato al-Qa’ida».

 

Abbiamo innumerevoli conferme che aiutano a rileggere il fenomeno Al-Qa’ida come una porta girevole in cui transitano e vengono ingaggiati migliaia di tagliagole fanatizzati che operano al servizio delle strategie imperiali. Se si considera quanta gente abbia lungamente soggiornato nei “gulag offshore” dell’Occidente (Guantánamo e i suoi fratelli), per poi uscirne ancora più armata di prima, quei luoghi somigliano tanto a campi di condizionamento e reclutamento. Loro, i miliziani jihadisti brutti e cattivi, non si caricano delle responsabilità giuridiche che il diritto bellico imporrebbe a normali soldati inquadrati in eserciti più tradizionali. Il crimine di guerra rimane orfano: partendo da loro non si risale facilmente lungo la catena di comando, quella che passa dal criminale di guerra che sgozza i civili sino ai burattinai dei suoi burattinai, quei criminali di guerra più grossi e puliti che se ne stanno nel back-office, mentre lanciano le guerre umanitarie e inaugurano gli ospedali. Poi, va detto, li vediamo agire d’amore e d’accordo, come è accaduto in tante guerre degli ultimi anni.

 

Oggi il generale David Petraeus, ex direttore della Cia, propone di riciclare miliziani di Al-Nusra (in altri momenti definita come Al-Qa’ida inSiria) per combattere contro l’Isis. Un investimento nel caos, come quello auspicato da George Friedman, il capo della Stratfor, espressione del complesso militare-industriale Usa, quando rivendica con orgoglio la volontà dell’Impero di mettere interi popoli l’uno contro l’altro. A proposito dell’Isis, sembra il “next level” del videogioco Al-Qa’ida. Mentre Al-Qa’ida è una vecchia sigla che svolge alcuni limitati servizi, l’Isis appare un progetto più organico e più ambizioso nell’ambito della guerra Infinita. Ha il compito temerario di distruggere l’ordine statuale che perdurava nel Vicino Oriente in continuità con i trattati successivi alla prima guerra mondiale, per instaurarne uno del tutto nuovo, con altri confini, divisioni etniche, poteri.

 

Ed è anche la piattaforma militare-terroristica da cui potrebbe partire una guerra non ortodossa nel cuore dell’Eurasia, contro gli attuali alleati di Russia e Cina e contro gli stessi giganti eurasiatici. Un incubo geopolitico in mano agli stessi doppiogiochisti e triplogiochisti che finanziano sia Al-Qa’ida sia nuovi grattacieli londinesi. Ecco perché l’intervista a Karzai rompe molti schemi. È molto significativo che il suo giovane intervistatore si accorga subito che il quadro lì dipinto in diretta stia inconcepibilmente uscendo dalla solita cornice. Non può collocarsi nella bolla mediatica di riferimento – sta per forza in un altro frame – tanto che gli domanda: «Quando lei dice che sono un’invenzione, e che non ha mai visto le prove, la definiscono un “complottista”? Qualcuno potrebbe dire che lei sembra un complottista». Più che una domanda, è un riflesso condizionato pavloviano. Lo stesso stimolo a cui rispondono ancora in troppi, nel mondo forgiato dall’11 settembre 2001.

 

 


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