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29/06/2015

 

 

Era un saudita l’autore dell’attentato alla moschea sciita di Kuwait City

 

Nell’attacco sono morte 26 persone, 227 i feriti. L’attentatore si chiamava Fahd Souleimane Abdel Mohsen al-Qabaa ed era nato nel 1992. Arrestato l’autista che ha condotto il giovane alla moschea. Per gli esperti lo Stato islamico cerca di seminare divisione fra sunniti e sciiti nella penisola araba. Parenti delle vittime: “uniti” contro la violenza.

Kuwait City (AsiaNews/Agenzie) - Era un saudita l’attentatore kamikaze che ha eseguito l’attacco, rivendicato dallo Stato islamico, alla moschea sciita in Kuwait lo scorso 26 giugno e che ha causato 26 morti e 227 feriti. La conferma arriva dalle autorità kuwaitiane, nel corso di una conferenza stampa tenuta ieri in cui hanno illustrato gli ultimi sviluppi delle indagini.  L’assalitore che ha colpito la moschea di al-imam al-Sadeq in concomitanza con la preghiera del venerdì si chiamava Fahd Souleimane Abdel Mohsen al-Qabaa ed era nato nel 1992. 

Il militante jihadista era entrato nel Paese attraverso l’aeroporto internazionale del Kuwait nella stessa mattinata di venerdì. Una foto del presunto attentatore, pubblicata dal quotidiano al-Qabas, mostra un giovane con la barba e che indossa la tradizionale kefiah. 

Nelle ore successive all’attacco, lo Stato islamico si è subito addossato la paternità dell’operazione, la prima condotta dal movimento in Kuwait. Il 22 e il 29 maggio scorso, a una settimana di distanza l’uno dall’altro, lo Stato islamico aveva già rivendicato due attentati che avevano fatto rispettivamente 21 e quattro morti in due diverse moschee sciite nella parte orientale dell’Arabia Saudita. 

Secondo gli esperti, l’organizzazione jihadista sta cercando di seminare discordia tra maggioranza sunnita e minoranza sciita nella penisola araba. Questa mattina i miliziani hanno diffuso un audio che conterrebbe la voce dell’attentatore suicida, che si rivolge con parole critiche nei confronti dei musulmani sciiti. 

Nel frattempo la polizia del Kuwait ha arrestato l’autista della vettura che ha portato il kamikaze in moschea. Inoltre, le autorità hanno fermato il proprietario della casa in cui si era nascosto l’autista. Dal ministero degli Interni precisano anche che il proprietario, un cittadino del Kuwait, era fra i sostenitori e promotori di una “ideologia fondamentalista”. 

Di contro, l’autista sarebbe un “residente illegale” nato nel 1989 e identificato col nome di Abdulrahman Sabah Eidan Saoud. Dal ministero spiegano che “si nascondeva in una casa del distretto di al-Rigga, nel governatorato di al-Ahmadi, a sud della capitale Kuwait City”. 

 

“Uniti”

L’espressione “residente illegale” è di norma usata dalle autorità del Kuwait per definire gli apolidi, soprannominati “bidoun”, che rappresentano una popolazione di circa 110mila persone e che rivendicano la cittadinanza kuwaitiana. Il ministro del petrolio Ali al-Omair annuncia intanto una riunione del governo, finalizzata all’approvazione di una nuova legge antiterrorismo. Molti rappresentanti si sono detti favorevoli alla nuova normativa. Il deputato sciita Abdelhamid Dashti ha affermato che “se c’è bisogno di una una nuova legge per colpire gli elementi diabolici e terroristi, siamo pronti ad approvarla”. Al contempo l’emiro del Kuwait, lo sceicco Sabah al-Ahmad al-Sabah, ha ordinato l’immediata riparazione della moschea danneggiata nell’attacco. 

Sfidando sole cocente e temperature elevate, il 27 giugno scorso migliaia di persone hanno assistito ai funerali dei 18 delle 26 vittime dell’attacco alla moschea del giorno precedente. Ieri, i corpi di altre otto persone sono stati seppelliti a Najaf, in Iraq, nel cimitero sciita di Wadi al-Salam come conferma lo stesso vice-presidente del consiglio provinciale della città santa sciita, Louay al-Yassiri.

Marzouk al-Ghanem, presidente del Parlamento kuwaitiano, sottolinea che la mobilitazione della folla in occasione dei funerali del 27 giugno è “la prova del fallimento degli obiettivi [alla base] del gesto criminale”. Dal vicino Iraq, Abdulfatah al-Mutawwia, un cittadino del Kuwait che ha perduto il fratello nell’attentato, ha dichiarato: “Vogliamo mandare un messaggio a Daesh [acronimo arabo dello Stato islamico, ndr], che noi siamo fratelli e siamo uniti fra sunniti e sciiti, che non riusciranno a dividerci”. 

Molte organizzazioni politiche e religiose sunnite in Kuwait hanno subito condannato l’attentato perpetrato dallo Stato islamico.

 

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