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Giovedì, 19 Marzo 2015

 

 

Attentato al Bardo: un attacco all'occidente che mina il futuro della Tunisia

di Serena Grassia

 

E’ un grido di rabbia e di dolore quello che Lina Ben Mhenni, attivista per i diritti umani recentemente insignita del riconoscimento “Global leader 2015” da parte del World Economic Forum, lancia dalla sua pagina Facebook. Ieri mattina anche la Tunisia ha dovuto fare i conti con il terrorismo, dopo mesi in cui tra arresti di aspiranti jihadisti e massicci sequestri di armi, si respirava nell’aria la possibilità di un attentato. “Ci meravigliamo che non ci abbiano ancora fatto saltare in aria” scherzava un gruppo di ragazzi seduto a un bar dell’Avenue Bourguiba poco prima delle presidenziali di dicembre. La minaccia del terrorismo soprattutto in questi ultimi mesi si aggirava per le strade del paese come uno spettro: c’è, non si vede, ma potrebbe attaccare. E ieri mattina intorno alle 11 ha colpito in uno dei luoghi più tranquilli della città, il Museo Bardo, sulla Rue Mongi Slim, a pochi passi dal parlamento dove intanto si discuteva della legge antiterrorismo, e a dieci minuti di auto dall’Avenue Bourguiba, cuore pulsante della città. Il bilancio è di venti morti e una quarantina di feriti. Polacchi, tunisini, italiani, tedeschi, spagnoli: sembra ridondante sottolineare la nazionalità delle vittime quando si parla di morti innocenti, ma nel caso della Tunisia c’è un valore simbolico, oltre che umano, perché è stato colpito il cuore dell’economia del paese: il turismo. Che già in questi anni ha dovuto fare i conti con gli effetti destabilizzanti del dopo rivoluzione. I tunisini si leveranno contro questa ondata di barbarie, scrive Lina Ben Mhenni. “La nostra unità vincerà la vostra ferocia” incalza Rachid Ghannouchi, leader di Ennahda. “Il terrorismo è un animale ferito e non avremo alcuna pietà”, scandisce il Presidente Beji Caid Essebsi nel discorso alla nazione. “Loro non sono musulmani” taglia corto con tono deciso ma commosso Samiya, infermiera dell’ospedale Charles Nicolle dove sono ricoverati molti feriti, tra cui gli italiani. Ed è bastata una voce corsa lungo i social network e un passaparola tra la gente, che ieri sera Avenue Bourguiba è tornata a essere un tumulto di persone, di cori, di bandiere, un’esplosione di energia contro la violenza e un atto di amore e di fedeltà verso gli obiettivi della rivoluzione: la libertà e la democrazia. La Mhenni non nasconde la sua disillusione e la convinzione che sia necessaria una seconda rivoluzione, perché la prima sia portata a compimento. “Ai soliti problemi della disoccupazione e della crisi, oggi si aggiungono quelli della sicurezza. Alle scorse elezioni la gente ha votato per Nidaa Tounes perché sperava che bastasse un voto laico per contrastare gli estremisti, ma non è così”. E incalza: “i terroristi partiti per la Siria, per l’Iraq, e ora anche per la Libia, sono stati aiutati e incoraggiati ad andare anche da esponenti del precedente governo. Ecco, se le istituzioni oggi volessero davvero contrastare il fondamentalismo, dovrebbero innanzitutto arrestare coloro i quali hanno spinto i tunisini a partire per il fronte, a combattere una guerra che non è la loro guerra”. Il quotidiano Tunis Tribune ricorda una frase dell’ex ministro Noureddine Bhiri, durante un dibattito trasmesso il 21 Ottobre 2013 da Nessma tv, quando rivolgendosi al sindacato delle forze di polizia Bhiri disse: “voi avete cinquantamila poliziotti, noi abbiamo pronti centomila kamikaze ”. Una frase rimasta controversa, ma che Bhiri non ha mai smentito e che in un certo senso conforta la tesi di quanti attribuiscono a  Ennahda la responsabilità della crescita del fondamentalismo in questi ultimi tre anni. Ieri l’hashtag  “Je suis Bardo” ha cinguettato  su Twitter senza sosta, mentre su Facebook la pagina “I will come to Tunis this summer” ha fatto in poche ore quasi cinquemila contatti. Fotografie e pensieri solidali dalla Francia, dalla Serbia, dall’Italia, dall’Olanda, e da tutti un unico messaggio: non lasceremo sola la Tunisia.

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