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21 ottobre 2015

 

Turchia: Le origini storiche della “questione curda”

di Carlo Pallard

 

La Turchia è prima di ogni altra cosa uno stato nazionale turco e la “turchità” (türklük), che ha sostituito in età repubblicana il carattere dinastico e religioso dello stato ottomano, è in sé una definizione primariamente etnica e linguistica.

Come conseguenza della sua travagliata storia, la Turchia del 1923 era però un territorio estremamente eterogeneo da questo punto di vista. L’espulsione delle minoranze cristiane – principalmente armene e greche – modificò solo parzialmente il carattere multietnico del paese. Importante è sottolineare come nel corso della guerra di indipendenza Atatürk e i suoi collaboratori abbiano utitizzato il concetto di “nazione turca” in modo volutamente ambiguo rispetto alla classica idea del millet musulmano. Non era dunque chiaro se le istituzioni “nazionali” create dal movimento di liberazione dovessero rappresentare i turchi in quanto gruppo etnico distinto, oppure tutti i musulmani ottomani dell’Anatolia. Ciò assicurò alla lotta d’indipendenza un largo supporto anche tra quelle fasce di popolazione che forse non avrebbero coscientemente appoggiato un movimento nazionalista turco. Tra queste categorie spiccavano ovviamente i curdi, e più in generale musulmani non turchi.

Il progetto kemalista prevedeva in sostanza la creazione di un sentimento nazionale laico, riservato tuttavia esclusivamente ai musulmani anatolici – i cristiani in quanto tali ne erano quindi esclusi – considerati però non in senso confessionale, ma etnico-nazionale. Non in quanto musulmani dunque, ma in quanto turchi. La sovrapposizione ideologica tra nazione turca e Islam anatolico (ben lontana dalla realtà dei fatti) sta alla base delle politiche assimilazionistiche e di quelle forme di ingegneria sociale tipiche dello stato turco contemporaneo, e a essa possono essere fatte in gran parte risalire le origini dell’annosa questione curda.

L’assimilazione delle piccole comunità di origini circasse, albanesi, slave, cecene o georgiane, che vivevano sparse a macchia di leopardo per l’Anatolia, non trovò in genere particolari ostacoli. Diversa era la situazione nelle province mesopotamiche del sud-est, in un territorio per tradizione poco integrato nel mondo ottomano e in cui la cultura turca era penetrata superficialmente e con grande difficoltà. La Turchia sud-orientale, se si escludono piccole comunità turcomanne o siriache, è infatti abitata in modo piuttosto compatto e omogeneo dai curdi, una popolazione di stirpe iranica, tradizionalmente gravitante attorno a un’area geografica e culturale diversa da quella turca. Se il baricentro del mondo turco-ottomano era costituito dal Mar di Marmara e dalle coste del Mar Nero, il Levante e il Medio Oriente mesopotamico costituiscono il territorio di riferimento dei curdi. Questi ultimi, a differenza delle minoranze più piccole di cui si è accennato in precedenza, non si sono rivelati facilmente disposti a concepire la particolarità curda come una sotto-cultura all’interno di una più vasta identità turca. Al contrario essi hanno resistito, talvolta in modo violento, a ogni forma di assimilazione culturale, e sviluppato una propria coscienza nazionale ben distinta.

La prima rivolta curda, guidata da un leader religioso locale conosciuto come ?eyh Said, infiammò nella primavera del 1925 le province di Diyarbak?r, Bingöl e Elaz??, prima di venire soffocata nel sangue. Un’altra rivolta scoppiò alle pendici del monte Ararat tra il 1927 e il 1930, subendo la medesima sorte. Al fine di favorire l’assimilazione forzata dei curdi, negli anni ’30 il governo turco avviò un programma di deportazione di parte della popolazione di lingua e cultura curda dal nativo sud-est verso le zone occidentali del paese. Nel 1934 questa politica governativa venne formalizzata in una legge apposita, la ?skân Kanunu (Legge del reinsediamento). Particolarmente importante è stata la ribellione di Dersim del 1936-38, rivolta proprio contro la ?skân Kanunu. La popolazione di Dersim era infatti sia curda sia alevita, e l’insurrezione ebbe quindi un carattere al contempo religioso ed etnico. La repressione della rivolta di Dersim, che provocò decine di migliaia di morti e fu accompagnata dalla distruzione cosciente e programmatica dell’identità locale – alla città venne addirittura cambiato il nome nell’attuale Tunçeli – rappresenta il più grande eccidio nella storia della Turchia repubblicana e una delle più profonde ferite nella memoria storica curda e turca.

Da rivolte tribali e anti-moderne della prima età repubblicana, intrise di fervore religioso, allo pseudo-marxismo del PKK la distanza ideologica è certamente abissale. La lotta curda contro lo stato turco ha assunto nel corso del tempo volti molto diversi, ma è rimasta una costante della storia repubblicana della Turchia. Alla base del conflitto curdo vi è infatti un’alterità culturale oggettiva, che va al di là delle circostanze politiche o sociali di un determinato periodo storico. Queste possono determinarne le modalità empiriche, ma non le ragioni di fondo. Sia chiaro, non si vuole legittimare le tendenze secessionistiche nella Turchia sud-orientale, né tantomeno elogiare la violenza politica di matrice curda. Nel mondo di oggi è semplicemente sciocco pensare che esistano popoli troppo diversi per vivere nello stesso stato e condividere il medesimo territorio. Ma la convivenza richiede, come condizione primaria, il riconoscimento della differenza. Finché la radicale alterità dei curdi all’interno del tessuto sociale turco non sarà adeguatamente riconosciuta e valorizzata, difficilmente ci potrà essere un futuro di pace tra i due popoli.

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