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02.06.2015

 

Stati Uniti e guerra allo Stato Islamico: se Obama tentenna, i repubblicani non sono da meno

di Emanuele Vena

 

Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, nel febbraio scorso ha presentato al Congresso una bozza di risoluzione contenente una sorta di “piano di guerra” contro lo Stato Islamico, una serie di operazioni militari concernenti in interventi mirati e limitati nel tempo – con un piano di una durata iniziale di tre anni – ma senza limiti geografici. Un progetto che però è impantanato in un Congresso a maggioranza repubblicana, diviso tra “falchi” e “colombe” ma unito dalla paura di prendere una decisione chiara.

Come spiegato dallo stesso Obama, la proposta – pur non escludendo interventi di terra – non vuole trasformare la lotta ai fondamentalisti in una nuova guerra come in Afghanistan ed Iraq. Ma le rassicurazioni provenienti dalla Casa Bianca sembrano non bastare a diradare una situazione che resta molto nebulosa, con un indecisionismo aggravato dall’approssimarsi della scadenza elettorale per le presidenziali del 2016.

L’indecisionismo coinvolge anche l’opposizione repubblicana, concorde nel condannare l’atteggiamento tenuto dal Presidente sino ad oggi ma incapace di andare oltre un atteggiamento di critica non costruttiva. Se “colombe” come Rand Paul puntano ad ammorbidire la mozione presidenziale, circoscrivendo l’azione geograficamente alle aree di Siria ed Iraq, “falchi” come Marco Rubio puntano ad un’offensiva senza restrizioni. Un atteggiamento, quello tenuto da due tra i principali candidati alla corsa alle primarie repubblicane, che fotografa uno stallo che, evidentemente, non è solo marchio di fabbrica dell’attuale esecutivo democratico.

Il punto è che la presidenza Obama e l’opposizione repubblicana padrona del Congresso sono accomunate dall’incubo di trasformare la lotta allo Stato Islamico in un nuovo pantano non dissimile da quello vietnamita o, restando ad un periodo più recente, all’Iraq post Saddam, i cui errori targati Bush sono peraltro alla base della situazione attuale. Una situazione che da un lato ha spinto la Casa Bianca a presentare una mozione che si presenta a metà del guado tra una vera guerra ed un timido tentativo di contrasto al fondamentalismo, e dall’altro ha imprigionato l’opposizione repubblicana nell’incapacità di presentare solide controproposte. Perché il rischio insito nella presentazione di un piano dettagliato è quello di fissare paletti geografici e temporali che, vista l’eccessiva instabilità della situazione, rischiano di essere molto difficili da rispettare. Con conseguenze nefaste sull’opinione pubblica statunitense e, di riflesso, su quella che potrà essere la corsa alla successione ad Obama.

Ma un ulteriore aspetto da non sottovalutare è che l’indecisionismo dell’intera classe politica statunitense rischia di continuare a favorire l’avanzata jihadista, ormai sempre più lanciata verso la creazione di un “califfato transnazionale” che complicherebbe non poco eventuali piani di contrasto e riconquista delle zone nelle mani dei fondamentalisti. Con ripercussioni negative non tanto sul piano economico quanto su quello simbolico dell’immagine degli Stati Uniti, che ancora oggi risultano – agli occhi di buona parte della comunità internazionale – l’unica vera superpotenza globale in grado di modificare gli equilibri del sistema geopolitico. E che, nell’incapacità di “parlare con una voce sola”, come invece auspicato dal Segretario di Stato John Kerry, rischia di inculcare serie preoccupazioni nei partner storici della Casa Bianca, a partire da un’Europa che – viste le crescenti tensioni in Ucraina e nel Baltico – non può permettersi di restare ostaggio delle paure e dei calcoli elettorali statunitensi.

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