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Agosto 25, 2015

 

«Il mio amico Khaled, l’archeologo ucciso dai nuovi barbari a Palmira»

di Rossella Fabiani

 

Intervista allo studioso Matthiae sulla figura del grande archeologo siriano. «È sciocco sostenere che la vendita delle antichità sia la prima o la seconda fonte di finanziamento dell’Is»

 

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Paolo Matthiae è nel suo studio romano dove ogni spazio è occupato da libri e da oggetti che raccontano i Paesi, da lui amatissimi, del Vicino oriente. Mi concede «quarantacinque minuti al massimo» perché sta finendo di scrivere un saggio sull’antichità la cui pubblicazione, per i tipi della Electa, è prevista per il 17 novembre prossimo. Ma il nostro incontro è durato più di due ore. Densissime. Con la voce che si faceva a mano a mano più profonda e le parole che venivano dal cuore. Un cuore innamorato del lavoro di archeologo svolto per quasi cinquant’anni proprio in Siria. A lui si deve la scoperta di Ebla. Non posso dimenticare le sue lacrime al termine di una conferenza tenuta all’Accademia dei Lincei nel 2013 sull’arte nelle civiltà dell’Oriente antico nella quale aveva ricordato il massacro che si stava consumando in Siria. Lacrime pudiche perché consapevoli del valore ben più grande della perdita di vite umane. Ma sono stati necessari altri massacri, altri anni lunghissimi di guerra, fino all’orrore, qualche giorno fa, dell’assassinio di Khaled al-Asaad — uno studioso che Matthiae conosceva e stimava profondamente — per riportare l’attenzione sulla distruzione del patrimonio storico e culturale.

«Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira. Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta. Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava».

 

Che cosa hanno voluto dimostrare con la sua esecuzione i miliziani dell’Is?

Secondo le motivazioni di questo barbaro assassinio — esecuzione è un termine inadatto — l’anziano archeologo sarebbe stato un collaborazionista del governo di al-Assad, e inoltre si occupava di antichità, di quella che i miliziani definiscono l’età dell’idolatria. Inoltre gli accusatori sostenevano che avesse nascosto all’Is i luoghi dove sarebbero stati posti al sicuro gli oggetti archeologici più importanti di Palmira. Ma questo significa soltanto che Khaled era un funzionario che faceva il suo lavoro con senso del dovere. E, sono sicuro, in maniera assolutamente indifferente a ogni questione politica. Khaled era uno studioso indipendente che, naturalmente, ha avuto a che fare — come tutti gli archeologi — con le autorità politiche, culturali, militari e civili del suo Paese. Così come per un sovrintendente italiano è normale conoscere il questore o il prefetto della sua città. Anche l’accusa di avere nascosto i tesori di Palmira non è altro che la conferma di quello che abbiamo appena detto: Khaled al-Asaad non era certo persona da tradire il suo lavoro.

 

E perché, allora, non avrebbe lasciato Palmira pochi giorni prima dell’occupazione dell’Is portando con sé i due o tremila oggetti che sarebbero stati messi al sicuro dalle autorità di Damasco?

Anche questa è la conferma che Khaled era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinario per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo.

 

Un avvenimento tragico che costringe l’Occidente a rivolgere di nuovo lo sguardo su questo Paese martoriato dove l’Is non accenna a fermarsi. Come dimostra anche la distruzione del monastero cattolico di San Elian vicino a Homs e il tempio di Baal a Palmira.

Questa atroce decapitazione con l’esposizione della testa appesa a una colonna è una barbarie che si rifà a tempi antichissimi. Va combattuta, ma al tempo stesso deve farci ricordare che malgrado l’orrore della guerra ci sono ancora funzionari della direzione delle antichità, come pure di altri servizi dello Stato, che cercano di proteggere in ogni modo un patrimonio culturale che, come ha detto il direttore generale dell’Unesco, è dell’intera umanità. Un esempio è rappresentato dal direttore del museo di Idlib, la cittadina da cui dipende Ebla, che è un abitante proprio del villaggio di Ebla e ogni giorno deve percorrere quindici chilometri per arrivare al lavoro. Fino a poco tempo fa metà del tragitto era sotto il controllo del governo e l’altra metà era sotto il controllo di gruppi ribelli. Questa persona quindi rischia la vita per recarsi sul posto di lavoro e proteggere le antichità del museo di Idlib. E come lui decine di persone. Il direttore generale della antichità di Damasco ha comunicato che quindici funzionari dei musei hanno perso la vita sul lavoro. È giusto, come è stato proposto da Piero Fassino, che alla memoria di Khaled al-Asaad, un eroe della cultura, sia dedicata un’area archeologica del mondo occidentale, magari vicino alle antichità romane d’Oriente come il Foro di Traiano a Roma che è opera di Apollodoro di Damasco. Ma è anche utile sottolineare quello che stanno facendo, sul terreno, gruppi di civili in varie città minori che proteggono dei piccoli musei dove ci sono tesori archeologici importanti e difficili da trasportare. Uno di questi è a Maarret en-Noman, nella regione di Idlib a non molta distanza da Ebla, novanta chilometri a Sud di Aleppo. Di origine medievale, questa cittadina ha delle antichità di architettura islamica e un museo, con reperti importanti soprattutto di età romana, che poteva essere saccheggiato. Sarebbe stata una catastrofe. Si è salvato perché, nonostante la città sia stata conquistata e persa più volte dall’esercito regolare e da varie formazioni di ribelli, gruppi di cittadini si sono uniti per difendere l’integrità del museo. Altri comitati civici sono a Idlib e a Draa, nella Siria meridionale.

 

Una situazione drammatica. Il mondo intero sta perdendo pezzi di patrimonio che sono la memoria del Vicino oriente.

Ci sono tre seri problemi in Siria per il patrimonio culturale: il primo è l’assenza del controllo del territorio con il conseguente incremento degli scavi clandestini. Il secondo è che luoghi storici e siti archeologici possono essere occupati da distaccamenti militari e quindi diventare bersagli della parte avversa. Il terzo rischio è rappresentato da una nuova barbarie: la distruzione intenzionale dei monumenti. In realtà è una pratica antichissima alla quale non eravamo più abituati. Si può prendere ad esempio quello che è avvenuto a Nimrud o a Hatra in Iraq. I nuovi barbari detestano il fatto che venga rappresentata la figura umana. Questo rigorismo sfrenato, che è proprio dei sunniti salafiti, non è mai stato accettato da tutti i musulmani. Basti pensare alle miniature safavidi e turche che rappresentano la figura umana. Durante la massima fioritura della miniatura islamica, quella mogul dell’India del xv e xvi secolo, i grandi sultani lasciavano che la figura umana fosse rappresentata perché ritenevano fosse una pratica per avvicinarsi a Dio, non per rivaleggiare con Lui.

 

Dietro il saccheggio dei siti archeologici e dei musei che cadono nelle mani dell’Is c’è anche la spinta a finanziare il terrorismo?

L’Is vive una contraddizione. Da un lato distrugge ogni opera che considera un’idolatria e questo è un gesto che rimanda al passato. Dall’altro usa questi beni per ricavare soldi, e questo è molto moderno. Entrambe le azioni celano il disprezzo verso il mondo occidentale che compra le antichità smerciate dai miliziani nella Turchia meridionale per poi ripresentarle sui mercati di Londra, di Zurigo e di New York. Ma credo sia una sciocchezza sostenere che la vendita delle antichità sia la prima o la seconda fonte di finanziamento dell’Is. Basta vedere sui siti d’asta più prestigiosi quanto viene pagato un reperto di arte orientale. Un cilindretto o anche una tavoletta cuneiforme non vale come un Cézanne. I soldi per le armi e per i mercenari dell’Is arrivano da altre parti. Comunque sono a rischio fortissimo tutti i luoghi archeologici sotto il controllo dell’Is. Basta leggere questa dichiarazione di un portavoce dei miliziani: «Quando conquisteremo Damasco la prima cosa che faremo sarà distruggere il mausoleo del Saladino (il grande emiro che ha liberato Gerusalemme dai crociati) perché è un segno di idolatria». Del resto è già stata devastata Apamea, città imperiale tra le più grandi d’Oriente assieme ad Alessandria d’Egitto e Antiochia in Turchia. Danni importanti ha subito anche il sito di Mari — la grande scoperta francese del 1933 dove è stato ritrovato un archivio di ventimila testi del tempo di Hammurabi di Babilonia — che è vicina alla frontiera siro-turca. Ebla ha subito danni da scavi clandestini e da accampamenti militari di ribelli. Devastato anche il sito di Dura Europos, grande città sulla frontiera del limes romano, sull’Eufrate. Sono completamente andati distrutti il minareto medioevale della grande moschea di Aleppo di origine omayyade e la moschea di Khosrofia che era davanti alla cittadella di Aleppo e che era opera di Sinan, il grande architetto ottomano dell’inizio del Cinquecento. Danni anche al Krak dei cavalieri, la più bella fortezza medievale di tutto il Mediterraneo risalente al xii-xiii secolo. Era il baluardo dei crociati verso l’interno. L’elenco delle devastazioni è lunghissimo. La porta di bronzo antico della cittadella di Aleppo è andata perduta. Anche Maaloulaa è stata massacrata e le chiese e i monasteri greco-cattolici e greco-ortodossi hanno subito danni molto rilevanti. Gli scavi clandestini sono ovunque. Al-Assad oggi controlla la regione di Damasco fino a Homs e in parte fino a Hamah e poi l’area della costa, che è la zona degli alauiti con Latakia (Laodicea). Ma è un controllo a macchia di leopardo. La situazione è disperata. Per non parlare dei cristiani che sono quasi scomparsi in Siria e in Iraq: chi ha potuto è scappato. Sono lontani i tempi della politica attenta alla tutela di tutte le minoranze, tra le quali quella cristiana. Ricordo quando parlai con Hafez al-Assad della scoperta di Ebla. Il suo interprete era un cristiano che si chiamava Rias. E come suoi stretti collaboratori c’erano anche altri cristiani. Oggi l’unica prospettiva è quella di una conferenza internazionale.

 

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