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17 luglio 2015

 

Quello che l’Occidente non vede nella propaganda dello Stato Islamico

di Lorenzo Marinone

 

Noi occidentali non siamo l’unico obiettivo della propaganda dello Stato Islamico. Negli stessi video dove appaiono esecuzioni e omicidi di massa sono presenti anche messaggi diretti alla popolazione locale. Qual è l’agenda siriana del Califfato?

 

Video in slow motion, tecniche hollywoodiane, effetti che simulano i videogiochi sparatutto in prima persona. Decine di migliaia di account twitter dei sostenitori. Pamphlet in inglese, francese, turco, italiano. Presentazioni dei ‘servizi’ offerti in Siria e Iraq per le famiglie, per l’educazione dei figli, per il relax. E ovviamente le minacce ai nemici, all’Occidente in particolare. La ‘potenza di fuoco’ mediatica dello Stato Islamico è certamente notevole per padronanza dei mezzi a disposizione e varietà di obiettivi. Ma con la sua propaganda il Califfato di al-Baghdadi porta avanti una strategia complessa. È profondamente sbagliato puntare i riflettori soltanto sulle efferatezze, bollarle come barbarie senza riflettere sul perché un’organizzazione terroristica si permetta un tale dispendio di risorse. Lo Stato Islamico è un attore razionale. Lo dimostra giorno dopo giorno sul piano militare, come riconosce pubblicamente pure il Pentagono. Lo dimostra anche la sua propaganda. Uno degli aspetti che più trascuriamo è la sua agenda locale per la Siria.

 

La prigione di Palmira

All’inizio di luglio il Califfato ha diffuso un video girato nella città siriana di Palmira, conquistata un mese prima. Dura 10 minuti, ma la parte su cui i media hanno concentrato l’attenzione è solo la sequenza centrale. Fra le rovine del teatro romano 25 bambini dimostrano i loro progressi nell’addestramento uccidendo con un colpo di pistola alla nuca altrettanti soldati di Assad. Sulla sinistra del palco i capi militari sorvegliano l’esecuzione, a destra si scorge una Go Pro che riprende d’infilata la scena. Sugli spalti siede il pubblico, abitanti di Tadmur (il nome moderno di Palmira) e miliziani che sventolano la bandiera del Califfato. Questa sequenza è evidentemente a uso e consumo di un pubblico occidentale.

La scena pensata per veicolare ai siriani il messaggio fondamentale del video viene subito dopo. Gli uomini di al-Baghdadi entrano nel complesso della prigione di Tadmur, piazzano gli esplosivi e radono al suolo ogni edificio. Il montaggio ripropone l’esplosione da più prospettive dilatandone i tempi. Cosa significa, per un siriano che si oppone al regime di Assad, la distruzione della prigione di Tadmur? Il crollo del simbolo stesso di 40 anni di oppressione. Lì venivano condotti e torturati gli oppositori politici, con metodi durissimi che negli anni sono trapelati e riempiono i report di organizzazioni come Amnesty. Tadmur era ‘la’ prigione, con una fama pari a quella di Abu Salim per i libici o Abu Ghraib per gli iracheni.

Il riferimento alle torture è esplicito e voluto. Nella prima parte del video, prima dell’esecuzione, c’è un brevissimo passaggio, appena qualche secondo. Risalta anche perché non è girato con una telecamera professionale, come gli altri 10 minuti, ma con un telefonino. Un effetto che allude alla veridicità di quanto viene mostrato, che vuole interrompere la ‘finzione’. Dentro a quella che sembra una cella della prigione alcuni miliziani hanno catturato un soldato di Assad, ferito e accasciato per terra. Viene colpito ripetutamente con la ruota di un’auto. Scelta assolutamente non casuale. La tortura più usata dai servizi segreti siriani, infatti, è il dullab, che in arabo significa appunto copertone. Consiste nell’appendere al soffitto il prigioniero, incastrato nella gomma, e percuoterlo con bastoni o cavi elettrici.

 

A chi parla lo Stato Islamico?

Il messaggio del Califfato è chiaro: “Siriani, noi siamo i liberatori, noi abbiamo abbattuto il regime di Assad e posto fine all’oppressione di cui siete vittime da sempre. Vi mostriamo le prove: distruggiamo i luoghi di tortura e restituiamo le sofferenze che voi avete patito. Occhio per occhio“. Il video di Palmira non è il primo costruito su questo messaggio. Una dinamica identica appare nel filmato dove viene bruciato vivo Moaz al-Kasasbeh, il pilota giordano catturato vicino a Raqqa lo scorso febbraio. La prima scena è registrata con telecamere notturne dall’effetto amatoriale, e mostra diversi uomini che estraggono corpi senza vita dalle macerie di una casa, presumibilmente colpita dai bombardamenti della coalizione internazionale. Dopo l’esecuzione del pilota una ruspa lascia cadere sul cadavere carbonizzato qualche quintale di calcinacci, seppellendolo secondo la legge del taglione.

A cosa serve questa messinscena? Di sicuro ammanta di una presunta giustizia le gesta del Califfato. Non va dimenticato che per mantenere il controllo del territorio lo Stato Islamico ha bisogno del supporto locale. Questi video, infatti, non vengono soltanto messi in rete ma sono soprattutto proiettati nei luoghi pubblici a Deir ez-Zour, Raqqa e nelle altre città siriane. È ragionevole pensare, quindi, che l’intenzione sia prima di tutto quella di garantirsi l’appoggio di chi vive in quelle terre con una sorta di soft power, perché l’eccessivo impiego della repressione faciliterebbe l’equazione fra al-Baghdadi e Assad. Una seconda valenza dei video è attrarre nuove reclute fra le fila delle numerose milizie ribelli: il messaggio in questo caso è ‘abbiamo lo stesso obiettivo’ e fa leva sulla maggiore efficienza militare dello Stato Islamico rispetto alle più piccole e meno organizzate formazioni in cui questi militano attualmente.

 

Conquistare cuori e menti dei siriani

 Questo risvolto della propaganda del Califfato è particolarmente rilevante in Siria, dove lo Stato Islamico viene ampiamente percepito dalla popolazione come un corpo estraneo, a differenza di quanto accade ad esempio in Iraq. Infatti in Siria i vertici militari e politici dell’organizzazione non vengono scelti fra i militanti locali, con tutta probabilità proprio per ridurre al minimo la possibilità di infiltrati e il rischio di una paralisi a livello decisionale. Curiosamente, proprio lo Stato Islamico che vanta la distruzione dei confini imposti dall’accordo di Sykes-Picot fra Siria e Iraq (oggetto di uno dei primi video di propaganda), continua invece a rispettarli nelle sue gerarchie interne. Di conseguenza, e questo al momento attuale è forse il principale obiettivo siriano del Califfato, manca del tutto il supporto della rete di relazioni tribale e clanica che riveste una notevole importanza nella parte centrale e orientale del Paese.

D’altronde, proprio il supporto tribale sarebbe in questo momento l’obiettivo degli Stati Uniti. Il quotidiano britannico Independent ha rivelato che all’inizio di luglio i leader di alcuni dei principali gruppi tribali siriani avrebbero avuto colloqui con l’inviato speciale dell’Onu Staffan De Mistura a Ginevra. Nonostante lo stesso Obama abbia candidamente – e tragicamente – affermato di non avere una strategia per la Siria, sembra che la direzione sia quella di continuare ad armare e addestrare alcuni gruppi di ribelli, il cui reclutamento dovrebbe essere facilitato appunto dall’appoggio di alcune tribù. In pratica si tratta di una riedizione dei Comitati del Risveglio iracheni, creati nel 2006 dal generale Petraeus per spingere i sunniti a contrastare l’antenato dello Stato Islamico, al-Qaeda in Iraq. Per preparare il terreno, gli Usa hanno usato la loro volta la propaganda. C’è da chiedersi con quale efficacia, visto che l’ispirazione sembra quella di un Tim Burton, l’accento è posto solo sulla barbarie dello Stato Islamico e non viene avanzata alcuna valida alternativa. Le migliaia di volantini lanciati su gran parte del Paese ritraggono ignari siriani in fila, mentre due miliziani del Califfato li seviziano uno alla volta buttandoli dentro un tritacarne su cui campeggia la scritta Daesh, l’acronimo arabo dell’organizzazione.

 


Giornalista, è caporedattore della sezione Medio Oriente del quotidiano online East Journal. Collabora come analista di relazioni internazionali su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Ha collaborato con Il Manifesto, rinnovabili.it, Eco dalle Città. Ha un Master in Peacekeeping and Security Studies, conseguito all'Università di Roma Tre, e una laurea magistrale in filosofia, conseguita all'Università di Torino, con lode. E' nato nel 1987, vive a Roma. Parla inglese e francese e studia arabo.

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