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giovedì 2 aprile 2015

 

Omaggio pasquale a padre Paolo Dall'Oglio

In queste ore il pensiero non può che andare al gesuita italiano, Paolo Dall'Oglio, sequestrato in Siria dal 2013.

 

Chi può dire che queste ore non siano proprio le sue? Quasi messo in un cantuccio delle nostre coscienze, e della nostra consapevolezza, lui sta lì, in silenziosa sofferenza, trattato chissà come. Ma non chissà mai perché. Il perché è chiaro: lui aveva capito dove ci avrebbe condotto lavarci le mani della mattanza siriana: e ce lo aveva detto. Ma non gli è bastato. E così sul finire del mese di luglio del 2013 lui, un prete italiano, il gesuita Paolo Dall'Oglio, ha deciso di rientrare in Siria.

 

Molti a quel tempo hanno sussurrato che fosse rientrato su «incarico» della stazione televisiva con la quale collaborava, dato che alcuni suoi dipendenti sono stati sequestrati: Paolo sarebbe stato «incaricato» di andare a chiederne il rilascio. E invece non è così. Lo dice lui stesso a quella televisione, che lo ha intervistato poche ore prima del sequestro. In quella registrazione, disponibile su YouTube, dice: «Sono venuto a Raqqa spinto dalla mia tristezza, dal mio dispiacere per il sequestro del mio amico Ahmad al-Hajj Saleh, il quale mi ha riservato un'accoglienza abramitica a Tall Abiad, quando sono passato di lì a febbraio di quest'anno, 2013. Adesso siamo nel mese di Ramadan e, grazie a Dio, stiamo digiunando. Ho annunciato su Internet, appena è cominciato il ramadan, che ho intenzione di fare il digiuno quest'anno. Chiediamo a Dio la grazia: l'unione e la solidarietà con i musulmani. Noi siamo in una condizione di sforzo democratico per la caduta del regime e allo stesso tempo ci sono problemi molto dolorosi nell'opposizione siriana. Io sono venuto a chiedere ai siriani, a ricordare ai siriani, a chiedere a me stesso: insomma ragazzi, facciamo qualcosa per rappacificarci e porre davanti a noi l'obiettivo giusto, quello di ottenere la libertà per tutti i siriani. E conservarla».

 

Dunque dietro la sua decisione c'erano le querce di Mamre, quelle dove, non attendendoli dentro casa, Abramo si recò a ricevere gli ospiti annunciatigli dal suo Dio, c'era l'ospitalità abramitica dell'amico, ricevuta mentre si recava a pregare sulle fosse comuni in riva all'Oronte. Nella certezza, mi sono detto leggendo di quest'intervista, che il «cristianesimo è una religione in movimento». Questa idea, oggi così popolare grazie alle allegorie sul passeggiare di Papa Francesco, padre Paolo l'ha esposta molti anni fa, in un libro in cui racconta la storia del suo ordine monastico e del monastero di Mar Musa. Lì dice che quando Gesù affermò che «il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» il cristianesimo divenne una religione che o è in movimento o non è cristianesimo.

 

«In un articolo che ho polemicamente intitolato Elogio del sincretismo, ho cercato di trattare questo tema sotto una diversa angolazione, quella del processo di meticciato culturale anche a livello religioso. In effetti la fede, sia essa cristiana o musulmana, non esiste separata da un contesto culturale e anche la distinzione tra fede e cultura, sebbene si tratti di un concetto teologico, rimane nell'ambito culturale. Così un cristiano non potrà programmare in anticipo l'estrazione della sua fede dal contesto della sua educazione per reincarnarla culturalmente in un contesto diverso, per esempio quello musulmano. Si tratterà sempre di un processo in cui, nell'evoluzione della propria cultura, si compie lo sforzo di fare propria una cultura altra. [.] Sappiamo che non esiste questa cultura originale, pura, che nessun elemento esterno ha fertilizzato o inquinato. Astraendo da alcune rare popolazioni rimaste a lungo isolate, si può sostenere che la cultura umana è sincretica per natura. La religiosità, una dimensione essenziale della vita culturale, è radicalmente, chiaramente sincretica, come dimostra lo studio comparato delle religioni. [.] Il sincretismo, d'altronde, non è estraneo al mondo biblico. Per quanto riguarda il cristianesimo, è stato necessario tutto il lavoro della critica biblica moderna per rinunciare all'idea di una Bibbia pura, salvaguardata da ogni influenza o contaminazione esterna. [.] Il fatto è che oggi la storiografia critica del racconto biblico dimostra che si tratta di una rilettura tardiva e idealizzata di quel racconto. Questo dimostra che la separazione fra i testi sacri e le culture circostanti è sempre stata impossibile e che vi è sempre stata interazione culturale. Il desiderio biblico di separarsi dagli altri si dipana, dunque in un contesto sincretico di contiguità culturale [.] che non impedisce però alla comunità ebraica di elaborare i propri riferimenti identitari. [.] Esiste infine [.] un sincretismo negativo: è sinonimo di fragilità [.] di cattivo gusto estetico: personalmente non mi trovo a mio agio quando vedo delle vergini marie mescolate ai simboli vudu, alle iconografie vagamente induiste [.]. È un sincretismo onnivoro, kitsch, privo di radici e di prospettive feconde. [.] Noi non abbiamo un'idea conservatrice della storia. Non facciamo archeologia monastica. Siamo appassionati della ininterrotta capacità di novità della storia, che è il modo più fecondo di essere conservatori. [.] In questi ultimi venticinque anni, negli incontri con l'islam, al monastero abbiamo sperimentato una certa resistenza della Chiesa locale di fronte alla legittimità di una inculturazione delle fede cristiana in contesto arabo-musulmano: come se questa prassi mettesse in pericolo il cristianesimo locale, sia esso copto, siriaco, bizantino o armeno. Vi sono evidentemente delle difficoltà metodologiche, dogmatiche, sociali a una radicale inculturazione della fede cristiana. La nostra inculturazione vorrebbe superare il folclore degli indumenti, dei tappeti a terra, dei piedi scalzi in chiesa e dell'uso corrente dell'arabo [.]. Per noi si tratta di essere un seme gettato e un lievito che consenta a tutta la pasta di crescere per essere nutrimento per tante persone. Si tratta di dare testimonianza del mistero di Gesù di Nazaret a favore dei musulmani nell'oggi drammatico, doloroso e contraddittorio del mondo dell'islam. Escatologicamente, vale a dire ai fini del compimento finale del senso della storia umana, il mistero della Chiesa non può che fondersi in uno con quello dell'islam: tutta l'armonia dell'opera di Dio, in ogni tradizione, verrà alla luce del sole dell'ultimo giorno».

 

Oggi sono convinto che il lavoro di Paolo per la costruzione della chiesa degli arabi, per il dialogo islamo-cristiano, continui intenso sebbene dimenticato da molti. Ma non da tutti. Io sono convinto che molti musulmani e cristiani che lo hanno conosciuto, che lo hanno incontrato, continuino con lui questa marcia difficile e sofferta verso le querce di Mamre per sedersi lì, insieme a lui, e riavviare insieme la loro Primavera. Quella che noi, a differenza di padre Paolo, non abbiamo voluto vedere. Irresponsabilmente

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