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16 gennaio 2015

De Mistura: 40 anni per ritrovare la pace in Siria
di Sonia Grieco

La città di Aleppo simbolo del martirio di un’intera nazione. Si tratta una tregua tra ribelli e truppe di Assad, mentre i jihadisti sono a 30 chilometri dalla città. L’inviato Onu parla di un Paese tornato indietro di decenni e chiede una soluzione rapida al conflitto. Liberate ieri le due operatrici umanitarie italiane rapite cinque mesi fa

Roma, 16 gennaio 2015, Nena News

Da Paese in espansione economica, ai primi posti nel mondo arabo, a teatro di una distruzione sistematica e di un disastro umanitario che si stanno guadagnando i primi posti nelle classifiche degli orrori.

La Siria è stata messa in ginocchio da un conflitto che in quattro anni ha fatto oltre duecentomila morti, 7,6 milioni di sfollati, 3,3 milioni di rifugiati e ha riportato nel Paese malattie che si ritenevano debellate del tutto, come la poliomielite e il tifo. Oltre ad avere distrutto i sistemi sanitari e scolastici.

Un salto indietro di almeno quarant’anni, ha detto l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, che è tornato a invocare una soluzione urgente al conflitto esploso nel 2011. “La Siria è tornata indietro di quarant’anni e ce ne vorranno altrettanti per risanare il Paese, se non si troverà urgentemente una soluzione politica”, ha detto de Mistura, “Quattromila edifici scolastici sono inagibili e tre milioni di bambini non frequentano la scuola”. Alla distruzione si aggiungono le ripercussioni di questo conflitto nella regione. L’ascesa dei jihadisti dell’Isis che hanno espanso il cosiddetto califfato dall’Iraq alla Siria e adesso sono a una trentina di chilometri dalla città di Aleppo, seconda città siriana che conta il maggior numero di sfollati ed è teatro di un’aspra battaglia tra le truppe di Assad e l’opposizione, che ha ridotto letteralmente alla fame la popolazione. De Mistura ha definito Aleppo il “microcosmo simbolico di tutta la Siria”, auspicando una tregua.

Il diplomatico guarda anche all’iniziativa della Russia che dal 26 al 29 gennaio ospiterà un incontro tra il governo del presidente Bashar al Assad e i suoi oppositori. Un tentativo di dialogo che si spera non finisca in fallimento come quello di Ginevra 1 e 2 del 2014. Quest’anno, ha detto l’inviato Onu, bisognerà fare un sforzo concreto per mettere fine al conflitto. Ma già si stagliano le prime ombre sull’incontro promosso da Mosca, vicina al presidente siriano. L’opposizione in esilio, infatti, ha già annunciato che non ci sarà, mentre Assad in un’intervista al quotidiano ceco Literani Noviny ha detto che il governo di Damasco andrà a Mosca “non per iniziare un dialogo, ma per incontrare queste figure dell’opposizione e discutere con loro la struttura di un dialogo”. Il presidente siriano ha anche insistito sulla “cecità” dell’Occidente che non ha prestato orecchio agli allarmi lanciati da Damasco sulla presenza di terroristi in Siria. Anche se Assad fin dall’inizio del conflitto ha etichettato come “terroristi” tutti i suoi oppositori.

Dichiarazioni che arrivano nelle ore della liberazione delle due operatrici umanitarie italiane Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, per cinque mesi e mezzo nelle mani degli islamisti del Fronte al Nusra, una delle sigle della galassia di gruppi armati presenti nel Paese occupato in parte dalle milizie dell’Isis. Un altro italiano resta prigioniero in Siria: Paolo Dall’Oglio, sacerdote da anni attivo nel Paese e rapito il 29 luglio del 2013. Secondo un account Twitter vicino ai ribelli siriani, padre Dall’Oglio sarebbe vivo, detenuto in una prigione a Raqqa, “capitale” dell’autoproclamato Stato Islamico che non ha gradito la liberazione delle due giovani italiane. Nena News

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