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13/3/2015

 

L’impatto del conflitto in Siria: alienazione e violenza

A cura di Ilaria Masinara

Responsabile Comunicazione Comitato Italiano per l’UNRWA

 

Cinque anni di conflitto armato, disgregazione economica e frammentazione sociale hanno profondamente trasformato la Siria e la sua geografia umana. L’emorragia costante della popolazione, dai quasi 21 milioni nel 2010 ai 17 del 2014, ha dato vita alla seconda più grande comunità rifugiata al mondo dopo quella palestinese: 3,33 milioni di persone che hanno trovato prevalentemente rifugio in Turchia, Libano, Giordania e Iraq. Internamente la situazione è desolante: oltre il 50% della popolazione è sfollata, lasciando le aree più duramente colpite dai combattimenti in cerca di sicurezza provvisoria.

210.000 i morti a causa del conflitto, 840.000 i mutilati e i feriti, il 6% della popolazione; mentre l’aspettativa di vita è crollata del 27%, da 76 anni a 55,7, così come l’Indice di Sviluppo Umano che classifica la Siria quasi al fondo della lista dei 187 paesi in analisi.

Quelli elencati nel rapporto congiunto UNRWA/UNDP e Syrian Centre for Policy Research, sono dati allarmanti, che vengono drammaticamente confermati sul terreno, dove quattro persone su cinque vivono ormai sotto la soglia di povertà, il 30% in povertà estrema senza avere accesso regolare a cibo e generi di prima necessità.

Tra questi i 18.000 fantasmi di Yarmouk, il campo di rifugiati palestinesi alla periferia di Damasco, un tempo conosciuto come fiorente centro di commercio e scambio, ormai tristemente noto per la sua popolazione sotto assedio da oltre un anno, dove chi non è riuscito a scappare si consuma tra la mancanza cronica di cibo e acqua sicura, in una situazione di prolungata e costante erosione della dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo.

“E’ una situazione di sofferenza inaudita a cui bisogna dire basta subito. Stiamo parlando di ancora un’altra generazione di rifugiati palestinesi che devono fare i conti con lo sfollamento e la perdita di tutto, in condizioni di deprivazione e malnutrizione che hanno fatto il giro del mondo”, ha commentato il Segretario Generale dell’UNRWA, l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, Pierre Krähenbühl accompagnando il personale dell’Agenzia impegnato nelle distribuzioni alimentari alle famiglie del campo.

Nel 2014, lo staff dell’UNRWA è riuscito ad entrare solo per 131 giorni, consegnando una media di 89 razioni alimentari al giorno. Troppo poche per la popolazione, per soddisfare i bisogni di base della quale servirebbero almeno 400 pacchi al giorno.

Parlando con le marea di gente in fila per ricevere le razioni, Krähenbühl si è detto sconcertato della situazione che si è trovato davanti “Le sofferenze della popolazione palestinese rifugiata a Yarmouk, così come in qualsiasi altra zona della Siria dove il conflitto armato imperversa più duramente, sono inaccettabili dal punto di vista umano. Nonostante qualche progresso nell’assistenza umanitaria sia stato fatto siamo consapevoli che bisogna fare molto di più per ridare speranza e dignità a queste persone, delle quali ho potuto ammirare il coraggio e la determinazione, tratto comune anche a tutto lo staff dell’UNRWA sul campo che si dedica senza sosta per fornire assistenza e protezione, anche a rischio della propria vita come provano i 14 colleghi che hanno perso la vita a causa delle ostilità. Chiediamo al Governo siriano di continuare a collaborare per facilitare le operazioni umanitarie, senza porre limiti al numero di giorni per le distribuzioni né a quello delle famiglie beneficiarie.”

 

Il comunicato stampa e il video della visita del Commissario Generale a Yarmouk

 

Informazioni di contesto

Il Comitato Italiano per l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees) è parte integrante della struttura dell’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi che dal 1949, su mandato dell’Assemblea Generale, fornisce assistenza e protezione ai rifugiati palestinesi in attesa di una giusta soluzione alla loro condizione. Unica tra le Agenzie ONU a lavorare direttamente sul campo senza intermediari – la quasi totalità dello staff è infatti personale rifugiato – svolge un ruolo fondamentale nel fornire servizi essenziali agli oltre 5 milioni di rifugiati nella Striscia di Gaza, in Giordania, Libano, Siria e Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

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