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19/09/2016

 

Se i russi votano Putin hanno le loro ragioni

di Fulvio Scaglione

 

“Quelle russe sono le elezioni più noiose del 2016”. Leonid Bershidsky è un bravissimo giornalista. Nel 1993 è tornato a Mosca dalla California, ha fondato Vedomosti (quotidiano di informazione economica frutto di un progetto comune di Financial Times e Wall Street Journal) ed è stato il primo direttore dell’edizione russa di Forbes. Nel 2014, deluso e disgustato, se n’è andato dalla Russia. Bershidsky, però, che ora fa l’editorialista per Bloomberg, è anche uno di quei giornalisti russi che sanno raccontare la Russia come agli occidentali piace sentirsela raccontare.

 

Certo, il voto che ha assegnato a Russia Unita, il “partito di Putin”, il 54,21% dei suffragi, non è fatto per entusiasmare i titolisti. Non ha portato con sé il brivido che mettono le presidenziali americane, dove uno che sembra il cattivo di un film di Batman, Donald Trump, si batte con una, Hillary Clinton, che prende soldi dagli amici sauditi dell’Isis, ha vinto primarie taroccate dai vertici del Partito democratico e ha mentito su quasi tutto ciò di cui si è occupata come segretario di Stato. Non è stato un mistero buffo come le presidenziali in Austria, dove il primo voto è stato annullato per clamorose irregolarità nello spoglio dei voti per corrispondenza, il secondo manco si è tenuto per problemi con le buste e il terzo si svolgerà a dicembre, cioè otto mesi dopo il primo. Non è stato brutale come quello che nel Regno Unito ha lanciato la Brexit, una svolta radicale per il Paese e per l’Europa decisa (caso unico nella storia) con un referendum a turno singolo e maggioranza semplice, cioè con lo strumento elettorale più rozzo e approssimativo che una democrazia rappresentativa possa darsi.

 

I russi, si sa, sono noiosi, lenti, tonti. Molto meno smart di noi. Infatti Bershidsky, che ci conosce, conclude il suo pezzo per Bloomberg: “I russi chiaramente non sono ancora abbastanza stanchi delle solite facce, dei soliti nomi e delle solite politiche per chiedere un cambiamento”.

 

Tutti sanno che le precedenti elezioni per la Duma di Stato, quelle del 2011, ebbero due conseguenze contrapposte: Russia Unita ebbe 238 seggi su 450 e le proteste di piazza raggiunsero il livello più vistoso di tutta l’epoca Putin. Nel 2012 Vladimir Putin venne trionfalmente eletto presidente per la terza volta (63,64% dei consensi, 45,5 milioni di voti su 109 milioni di russi aventi diritto al voto) e da allora ha messo mano alla cosa. Chiusure (maggiori controlli sui media, molta meno libertà alle Ong finanziate dall’estero…) e aperture: i governatori eletti e non più nominati, partiti di opposizione liberi di partecipare. Soprattutto, e per la prima volta in azione in questo voto, un sistema elettorale misto: metà dei deputati eletti con la proporzionale in liste bloccate (ovvero, liste decise dai partiti e senza preferenze), l’altra metà eletta a maggioranza semplice in collegi uninominali. Qui avrebbero dovuto trovar spazio gli oppositori, anche i 18 candidati ufficialmente finanziati da Mikhail Khodorkovskij, l’arcinemico di Putin, l’uomo d’affari arrestato (2003), processato, condannato (2005), espropriato (2006), incarcerato e infine (2013) graziato.

 

Non pochissimo, nell’uno come nell’altro senso. Anche la Cnn ha scritto: “In questa elezione… centinaia di critici del Cremlino hanno potuto competere. Alcuni hanno anche trovato spazio sulle Tv controllate dal Cremlino, di solito prive di qualunque voce dell’opposizione”.

 

Eppure sempre qui stiamo: alla Duma entrano i “morbidi” Partito Comunista, Russia Giusta e i liberal-democratici di Zhirinovskij (oppositori più a livello locale che nazionale), i “duri” (Yabloko di Grigorij Yavlinskij, che fu autore del famoso Programma dei 500 giorni per la transizione dal’economia socialista a quella di mercato, o Parnas dell’ex premier Mikhail Kasjanov, amico e successore di Boris Nemtsov) restano fuori.

 

Non ammesso alla competizione, a causa di due condanne penali certo non sgradite al Cremlino, Aleksej Navalnyj, il blogger diventato politico che guidò le proteste del 2011.

 

Bershidskij ci direbbe che tutto questo accade perché i russi sono noiosi e tardi. Perché i media russi mentono. Perché i politici russi sono corrotti. Il che ci piace molto. Corrisponde all’umore di un’Europa, e più in generale di un Occidente, che riesce ormai a definirsi solo per opposizione. Esempio tipico l’Unione Europea: i 28 Paesi sono divisi su tutto, anche sul roaming telefonico, ma si uniscono sulle sanzioni contro Mosca. Anche gli Usa non sono messi bene: durante la campagna elettorale si è parlato quasi più degli hacker veri o presunti di Mosca che non di che fare una volta arrivati alla Casa Bianca. Se non abbiamo un nemico, non sappiamo più chi siamo.

 

Il che, visto dai russi, a volte fa arrabbiare, a volte fa ridere. Una volta i giornalisti chiesero a Vladimir Putin se la politica russa fosse una minaccia per l’indipendenza dei Paesi baltici. Putin rispose più o meno così: “L’altra settimana sono andato a Vladivostok e mi ci sono volute nove ore di aereo. Tanto quanto mi ci vuole per andare a New York sorvolando tutta l’Europa. Secondo voi, abbiamo bisogno di allargarci?”.

 

Certo, bisognerebbe aver voglia di sapere qualcosa di più sui russi. Un recente sondaggio del Levada Center, il più autorevole e rispettato centro russo per lo studio della pubblica opinione, ha dato questi risultati. La domanda “La Russia sta andando nella giusta direzione?” ha ottenuto il 55% di sì, e la domanda “La Russia ha bisogno della democrazia?” ha avuto il 56% di sì. Alla domanda “A che cosa porteranno i recenti avvenimenti?” (posta nel settembre 2014, ovvero molto dopo lo scoppio della crisi in Ucraina e la riannessione della Crimea), il 39% rispose “Allo sviluppo della democrazia”, il 15% disse “Alla dittatura” e appena il 10% disse “Al ritorno delle abitudini sovietiche”.

 

Più significativa di ogni altra considerazione, però, è la risposta alla domanda “Qual è la cosa più importante per lo sviluppo della democrazia in Russia?”: 35% per “libertà di parola, di stampa e di religione”, 29% per “ordine e stabilità”, 26% “sviluppo economico”. E “un sistema politico nazionale, basato sulle tradizioni russe” fu la risposta favorita a una domanda che pure suggeriva alternative ben precise ed era così concepita: “Quale sistema politico è migliore per la Russia, quello sovietico, quello attuale o quello occidentale?”.

 

In poche parole: sarebbe intelligente smettere di giudicare la Russia col metro della somiglianza a noi. Pensare che più i russi ci somigliano, migliori sono. È la sciocchezza che ci è stata inculcata a partire dal crollo del Muro di Berlino, quando l’amministrazione di George Bush senior, che non per nulla era stato capo della Cia, elaborò e diffuse la teoria della “esportazione della democrazia”. Purtroppo non è così: i russi, come molti altri popoli non occidentali, se ne fregano di somigliarci. Sotto sotto, pensano di essere migliori di noi almeno quanto noi pensiamo di essere migliori di loro. Per cui, noi possiamo pure raccontarci (o farci raccontare) che i russi sono come sono perché Putin li inganna con le televisioni. Ma come diceva Abraham Lincoln, si può ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non si può ingannare tutti per sempre. Perché non proviamo a chiederci, per cambiare e finalmente concludere qualcosa, se nei 25 anni al potere di Vladimir Putin e nei suoi indici di gradimento da record ci sia qualcosa di più della propaganda? Perché non proviamo a fare l’ipotesi, anche solo per discuterne al bar, che a molti russi piaccia così? Perché non proviamo a dirci, magari sottovoce per non farci sentire dai politicamente corretti che poi s’incazzano, che forse non tutto il mondo è paese e che c’è qualcuno, oltre confine, che vorrebbe farsi serenamente gli affari suoi?

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