"La nonviolenza e' in cammino" (anno XVII)

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mercoledì 17 agosto2016

 

Non sono modifiche, e' un'altra costituzione

di Luigi Ferrajoli

 

Dal sito coordinamentodemocraziacostituzionale.net riprendiamo il seguente articolo del giugno 2016 apparso su "Left" dal titolo "Non sono modifiche, e' un'altra Costituzione"

 

La legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi investe l'intera seconda parte della Costituzione: ben 47 articoli su un totale di 139. Non e' quindi, propriamente, una "revisione", ma un'altra costituzione, diversa da quella del 1948. Di qui il suo primo, radicale aspetto di illegittimita': l'indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall'articolo 138, che e' un potere costituito, in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e percio' anticostituzionale ed eversivo.

La differenza tra i due tipi di potere e' radicale: il potere costituente e' un potere sovrano, che l'articolo 1 attribuisce al "popolo" e solo al popolo, sicche' nessun potere costituito puo' appropriarsene; il potere di revisione e' invece un potere costituito, il cui esercizio puo' consistere soltanto in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha piu' volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso nel referendum confermativo alle singole revisioni. E' una questione elementare di grammatica giuridica: l'esercizio di un potere costituito non puo' trasformare lo stesso potere del quale e' esercizio in un potere costituente senza degradare ad eccesso o peggio ad abuso di potere.

Ma ancor piu' gravi sono la forma e la sostanza della nuova costituzione. Per il metodo con cui e' stata approvata e per i suoi contenuti, questa legge di revisione e' un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioe' all'idea stessa di Costituzione.

Innanzitutto per il metodo. Non e' con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e percio' tendenzialmente sorrette da un consenso generale. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti. Cosi' e' stato per la Costituzione italiana del 1948, approvata dalla grandissima maggioranza dei costituenti - 453 voti a favore e 62 contrari - pur divisi dalle contrapposizioni ideologiche dell'epoca. Cosi' e' sempre stato per qualunque costituzione degna di questo nome.

La costituzione di Renzi e' invece una costituzione che divide: una costituzione neppure di maggioranza, ma di minoranza, approvata ed imposta, pero', con lo spirito arrogante e intollerante delle maggioranze. E' in primo luogo una costituzione approvata da una piccola minoranza: dal partito di maggioranza relativa, che alle ultime elezioni prese il 25% dei voti, corrispondenti a poco piu' del 15% degli elettori, trasformati pero', dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale, in una fittizia maggioranza assoluta, per di piu' compattata dalla disciplina di partito e dal trasformismo governativo di gran parte dei suoi esponenti, pur apertamente contrari. Insomma, una pura operazione di palazzo. E tuttavia questa minoranza ha imposto la sua costituzione con l'arroganza di chi crede nell'onnipotenza della maggioranza: rifiutando il confronto con le opposizioni e perfino con il dissenso interno alla cosiddetta maggioranza ("abbiamo i numeri!"), rimuovendo e sostituendo i dissenzienti in violazione dell'articolo 67 della Costituzione, minacciando lo scioglimento delle Camere, strozzando il dibattito parlamentare con "canguri" e tempi di discussione ridotti in sedute-fiume e notturne, ponendo piu' volte la fiducia come se si trattasse di una legge di indirizzo politico, ottenendo l'approvazione in un clima di scontro giunto a forme di protesta di tipo aventiniano, fino all'ultima, gravissima deformazione del processo di revisione: il carattere plebiscitario impresso al referendum costituzionale dal presidente del Consiglio che lo ha trasformato in un voto su se stesso. Non si potrebbe immaginare un'anticipazione piu' illuminante di quelli che saranno i rapporti tra governo e parlamento se questa riforma andasse in porto: un parlamento ancor piu' umiliato, espropriato delle sue classiche funzioni, ridotto a organo di ratifica delle decisioni governative. Del resto, sia l'iniziativa che l'intera gestione del procedimento di revisione sono state, dall'inizio alla fine, nelle mani del governo; laddove, se c'e' una questione di competenza esclusiva del Parlamento e che nulla ha a che fare con le funzioni di governo, questa e' precisamente la modifica della Costituzione. L'illegittima mutazione del referendum costituzionale in un plebiscito era percio' implicita fin dall'origine del processo di revisione e strettamente connesso a un altro suo profilo di illegittimita': al fatto che il potere di revisione costituzionale, proprio perche' e' un potere costituito, ammette solo emendamenti singolari e univoci, i quali soltanto consentono che il successivo referendum previsto dall'articolo 138 avvenga, come ha piu' volte richiesto la Corte costituzionale, su singole e determinate questioni, e non si tramuti, appunto, in un plebiscito.

Si capisce come una simile revisione - quali che fossero i suoi contenuti, anche i piu' condivisi e condivisibili - meriti comunque di essere respinta, soltanto per il modo con cui e' stata approvata. Giacche' essa e' uno sfregio alla Costituzione repubblicana, dopo il quale la nostra costituzione non sara' piu' la stessa perche' non avra' piu' lo stesso prestigio. Le costituzioni, infatti, valgono anche per il carattere evocativo e simbolico del loro momento costituente quale patto sociale di convivenza. Questa nuova costituzione sara' percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla societa' italiana. Sara' la costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente: indipendentemente dai contenuti.

Ma sono precisamente i contenuti l'aspetto piu' allarmante della nuova costituzione. Si dice che con essa viene superato il bicameralismo perfettamente paritario. E' vero. Ma il superamento del bicameralismo perfetto avviene con la sua sostituzione con un monocameralismo sommamente imperfetto. Imperfetto per due ragioni.

In primo luogo perche' la seconda Camera non e' affatto abolita, ma sostituita da un Senato eletto non dai cittadini, come vorrebbe il principio della sovranita' popolare, ma dai Consigli regionali "in conformita'" - non e' chiaro in quali forme e grado - "alle scelte espresse dagli elettori", e tuttavia dotato di molteplici competenze legislative. Contrariamente alla semplificazione vantata dalla propaganda governativa, ne seguira' un'enorme complicazione del procedimento di approvazione delle leggi. Basti confrontare l'attuale articolo 70 della Costituzione composto da una riga - "La funzione legislativa e' esercitata collettivamente dalle due Camere" - con il suo nuovo testo, articolato in sette commi lunghi e tortuosi che prevedono ben quattro tipi di leggi e di procedure: a) le leggi di competenza bicamerale, come le leggi costituzionali, le leggi di revisione costituzionale, le leggi elettorali e altre importanti e numerose leggi sull'ordinamento della Repubblica; b) tutte le altre leggi, di competenza della Camera ma a loro volta differenziate, a seconda del grado di coinvolgimento del Senato nella loro approvazione, in tre tipi di leggi: b1) le leggi il cui esame da parte del Senato puo' essere richiesto da un terzo dei suoi componenti e sulle cui modificazioni la Camera si pronuncia a maggioranza semplice in via definitiva; b2) le leggi di cui all'articolo 81, quarto comma, le quali vanno sempre sottoposte all'esame del Senato, che puo' deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data di trasmissione; b3) le leggi di attuazione dell'articolo 117, quarto comma, della Costituzione, che richiedono sempre l'esame del Senato e le cui modificazioni a maggioranza assoluta dei suoi componenti sono derogabili solo dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera.

All'unico procedimento bicamerale attuale vengono dunque sostituiti quattro tipi di procedure, differenziati sulla base delle diverse materie ad esse attribuite. E' chiaro che questo pasticcio si risolve in un'inevitabile incertezza sui diversi tipi di fonti e procedimenti, ancorati alle diverse ma non sempre precise e percio' controvertibili competenze per materia. Il comma sesto del nuovo articolo 70 stabilisce che "i Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza". Ma come si risolvera' la questione se i due presidenti non raggiungeranno un accordo? E comunque l'incertezza e l'opinabilita' delle soluzioni adottate rimangono, e rischiano di dar vita a un contenzioso incontrollabile su questioni di forma che finira' per allungare i tempi dei procedimenti e per investire la Corte Costituzionale di una quantita' imprevedibile di ricorsi di incostituzionalita' per difetti di competenza.

Ma c'e' soprattutto una seconda ragione, ben piu' grave e di fondo, che rende inaccettabile il monocameralismo imperfetto introdotto da questa revisione: la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, provocata dalla legge elettorale maggioritaria n. 52 del 6 maggio 2015, in un sistema autocratico nel quale i poteri politici saranno interamente concentrati nell'esecutivo, e di fatto nel suo capo, ben piu' di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio negli Stati Uniti, dove e' comunque garantita la netta separazione e indipendenza del Congresso, titolare del potere legislativo, dal Presidente. Il sistema monocamerale infatti, in una democrazia parlamentare, implica un sistema elettorale puramente proporzionale, in forza del quale i governi e le loro maggioranze si formano in maniera trasparente in Parlamento, quali frutti del dibattito e del compromesso parlamentare, e restano costantemente subordinati alla volonta' della Camera della quale il governo e' espressione. Solo cosi' il monocameralismo e' un fattore di rafforzamento, anziche' di emarginazione del Parlamento: solo se l'unica Camera - la Camera dei deputati - viene eletta con un sistema elettorale perfettamente proporzionale, in grado di rappresentare l'intero arco delle posizioni politiche, di garantire perfettamente l'uguaglianza del voto, di riflettere pienamente il pluralismo politico e, soprattutto, di assicurare costantemente la presenza e il ruolo di controllo delle forze di minoranza e di opposizione. E' stato solo questo il monocameralismo proposto in passato dalla sinistra: quello che, grazie alla massima rappresentativita' ed efficienza decisionale dell'unica Camera, alla sua composizione pluralista e alla forza delle opposizioni, assicura quella che chiamavamo la "centralita' del Parlamento", cioe' il suo ruolo di indirizzo politico e di controllo sull'attivita' del governo quale si conviene a una democrazia parlamentare.

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