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25 febbraio 2016

 

La Moldavia nell’ingranaggio della Nato. Per circondare la Russia

di Dario Rivolta

Già deputato, è analista geopolitico

 

“Perché rischiare un ulteriore conflitto, forse un conflitto armato, con la Russia a causa di un posto che la maggior parte degli americani e molti europei non sanno nemmeno localizzare su una mappa?” Questa è la domanda che il politologo neo-conservatore americano Robert Kaplan si pone in merito alla Moldavia e alla sua situazione incerta tra “occidente” e Russia.

La Moldavia è un piccolissimo Paese situato tra Romania e Ucraina, con circa tre milioni di abitanti e un prodotto interno lordo di poco più di otto miliardi di euro. Molti dei suoi abitanti hanno lasciato o vorrebbero abbandonare il Paese e in Italia arrivano una buona quantità di nostre badanti o domestiche. Oltre a loro, purtroppo, è moldavo anche un certo numero di prostitute, irreggimentate da trafficanti senza scrupoli. Dal momento della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, nel 1991, la situazione economica è cambiata pochissimo, se non addirittura peggiorata, e la politica locale ha visto, soprattutto dal 2009, così tanti cambiamenti di governi da far invidia ai peggiori anni della nostra prima repubblica.

Fino a quella data i partiti pro-Russia avevano guidato il Paese senza grossi traumi ma, da allora, si sono avute coalizioni formalmente pro – Europa composte da partiti e partitini molto litigiosi tra loro e politici asserviti ad alcuni oligarchi locali, collegati ad altrettanti romeni, che fanno il bello e il cattivo tempo.

E’ più o meno proprio dal 2009 che Stati Uniti e Bruxelles, invocando “la libertà di scegliersi i propri alleati” hanno spinto i partiti filo-europei ha chiedere l’associazione con l’UE e l’adesione alla NATO. Ciononostante, almeno la metà dei moldavi è di diverso avviso e lo dimostra il fatto che il maggiore partito che costantemente scaturisce dalle elezioni è il Nostro Partito, notoriamente su posizioni filo russe. Anche le ultime elezioni amministrative, tenutesi nella regione semi autonoma della Gagauzia, han dato la vittoria a una candidata che in campagna elettorale proponeva una maggiore vicinanza con Mosca.

A livello nazionale, i due blocchi contrapposti si dividono quasi equamente i consensi, con un leggerissimo vantaggio per i filo “occidentali”. La qual cosa non ha però impedito, nelle ultime settimane di gennaio, che migliaia di cittadini della capitale e di altre località scendessero in piazza e addirittura occupassero temporaneamente il Parlamento per chiedere elezioni anticipate. La cosa strana è che tra i manifestanti non vi erano solo i sostenitori dell’opposizione ma anche elettori del partito Piattaforma Civica per la Dignità e la Verità, principale partito dell’attuale maggioranza. La ragione delle proteste, continuate per settimane, stava in uno degli ultimi scandali economici scoperti, scandalo che coinvolgeva anche politici della maggioranza. Si trattava della sparizione dal locale sistema bancario di circa un miliardo di euro, corrispondente all’incirca al 15 per cento del prodotto interno lordo di tutta la nazione. I dimostranti protestavano contro il voto parlamentare che aveva appena data la fiducia a un ennesimo governo anche grazie al sostegno dei politici sospettati di grandi responsabilità nella frode bancaria.

Per ora il governo di Pavel Filip è entrato in carica, ma non si può certo dire che goda del sostegno della maggioranza della popolazione. Alle elezioni politiche aveva partecipato solo il 56 per cento degli elettori e, considerato che a chiedere un nuovo voto c’erano anche quelli che si erano espressi a favore dell’attuale (risicatissima) maggioranza, si potrebbe affermare che questo esecutivo è nato già morto.

Salvo che qualche “manina” esterna non lo sostenga.

E qui arriviamo alla domanda posta da Kaplan. Di là dalle dinamiche interne, la vera conflittualità presente in Moldavia poco ha a che vedere con le necessità dei locali cittadini. E’ piuttosto il risultato della stessa volontà di “accerchiare” la Russia che ha già portato allo scontro in atto in Ucraina. Naturalmente, lo studioso americano giustifica la politica occidentale con il pericolo di una volontà espansiva di Mosca e nega che le azioni russe siano sempre state una risposta obbligata alle mosse aggressive della NATO. Non deve però, nemmeno lui, esserne così certo perché, onestamente (per quanto possa intellettualmente esserlo un discepolo di Leo Strauss), ha bisogno di un’intera pagina per dimostrare che gli aggressori non siamo noi ma è Putin. Alla fine del suo lungo ragionamento, conclude comunque che la necessità per la NATO di continuare a forzare la mano sta nel fatto che, se così non si facesse, il messaggio che arriverebbe a Mosca sarebbe una conferma della nostra debolezza. Dopo la questione georgiana, il Donbass e l’annessione della Crimea, lasciare i moldavi al loro locale destino (cioè lasciarli veramente liberi di scegliere con chi stare) significherebbe comunicare a Putin che è lui a vincere.

A questo punto qualche domanda la pongo io: non potrebbe, invece, significare che noi, sì proprio noi, non abbiamo più alcuna intenzione di “circondare” la Russia o di umiliarla? Non potrebbe ciò costituire l’inizio di nuovi e virtuosi rapporti che verrebbero in aiuto anche per risolvere la questione ucraina? Non sarebbe il caso di piantarla di costruirci artificiosamente un nemico vicino e cominciare piuttosto a guardare più in là nel tempo e nella geografia?

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