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Lunedì 16 maggio 2016

 

La NATO provoca Mosca

di Michele Paris

 

Il vertice dello scorso fine settimana a Washington tra il governo americano e i leader dei cinque paesi europei “nordici” è stato trasformato dal presidente Obama e dai suoi ospiti nell’ennesimo palcoscenico per denunciare la minaccia russa che graverebbe sul vecchio continente. I temi trattati durante il summit dovevano andare dalla lotta al terrorismo al cambiamento climatico, dal coordinamento delle operazioni nell’Artico alla crisi dei migranti, ma, al termine di una settimana caratterizzata da nuove tensioni diplomatiche e militari, lo spettro di Mosca è finito prevedibilmente per dominare l’incontro e le cronache dei giornali.

 

A dare l’idea del livello di isteria nella capitale americana è stato lo stesso Obama, impegnato venerdì a spiegare come la NATO nel suo insieme continui a manifestare “preoccupazione per la crescente e aggressiva presenza militare della Russia nella regione baltico-scandinava”. L’inquilino della Casa Bianca ha poi ringraziato esplicitamente paesi come Danimarca e Norvegia per il contributo militare fornito al rafforzamento della “sicurezza collettiva in Europa”.

 

Essendo la Russia al centro dell’attenzione durante il vertice, inevitabile è stato il riferimento all’Ucraina, al continuo “sostegno” al regime golpista di Kiev e al mantenimento delle “sanzioni contro Mosca”. L’offensiva diplomatica e militare della NATO nei confronti del Cremlino è facilitata in particolar modo proprio dai paesi scandinavi che, assieme a quelli baltici e dell’ex blocco sovietico, stanno spesso mostrando un vero e proprio fanatismo anti-russo.

 

Questo atteggiamento sta a sua volta favorendo la militarizzazione di molti di questi stessi paesi, i cui governi, per assecondare gli interessi strategici di Washington, sembrano accettare con entusiasmo la trasformazione dei rispettivi territori in potenziali campi di battaglia, con conseguenze disastrose in vista di futuri conflitti anche nucleari.

 

Obama e i suoi partner “nordici” hanno risposto alle dichiarazioni del presidente russo Putin, il quale solo poche ore prima aveva denunciato con toni molto duri la più recente iniziativa della NATO in Europa orientale. Nei giorni precedenti era stata infatti annunciata l’attivazione di un nuovo sistema anti-missilistico in Romania, visto correttamente da Mosca come una minaccia alla propria sicurezza.

 

Se la NATO e il Pentagono hanno dichiarato che esso è inteso per la difesa contro eventuali missili provenienti dall’Iran, risulta chiaro come il vero obiettivo sia la Russia, visto anche che Teheran non dispone di armamenti in grado di raggiungere l’Europa né avrebbe alcun interesse a farlo, soprattutto dopo la firma dell’accordo sul proprio programma nucleare nel 2015.

 

Putin ha dunque sostenuto che il sistema anti-missilistico “non è di natura difensiva”, bensì “fa parte del potenziale strategico nucleare americano trasportato in Europa orientale”. Visti i nuovi scenari, ha aggiunto il presidente russo, il suo governo sarà costretto a “pensare a come neutralizzare le minacce emergenti”.

 

La decisione presa dalla NATO violerebbe inoltre il trattato INF (“Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty”), siglato tra USA e URSS nel 1987, che metteva al bando sistemi balistici nucleari e convenzionali di terra con portata intermedia, cioè tra i 500 e i 5.500 chilometri. Una seconda installazione simile a quella attivata in Romania, oltretutto, è prevista per il 2018 in territorio polacco.

 

Putin e i media filo-russi o finanziati dal governo di Mosca continuano a mostrare disponibilità a tornare a relazioni cordiali con gli USA e l’Occidente, ma il loro atteggiamento corrisponde a poco più di un’illusione, dal momento che quelli in gioco sono processi oggettivi che vanno al di là della presenza alla guida dei vari governi occidentali di leader più o meno ragionevoli e disposti al dialogo.

 

Washington, nonostante gli evidenti timori di una parte della classe dirigente americana per un possibile conflitto con la Russia, vede la possibilità di invertire il proprio declino su scala globale solo attraverso la forza militare e la riduzione all’inoffensività di qualsiasi potenza che metta a rischio i propri interessi.

 

Questo obiettivo non è nuovo né è stato prodotto dalla crisi in Ucraina, dove peraltro si è assistito a un colpo di stato di forze di estrema destra pianificato e appoggiato dall’Occidente, o dalla “annessione” della Crimea da parte della Russia. Le aspirazioni di Mosca a tornare a giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale hanno semmai accelerato, assieme alla crisi degli Stati Uniti, i piani americani di contenimento, per non dire annientamento, dei potenziali rivali.

I disegni egemonici degli USA erano stati formulati chiaramente almeno due decenni fa, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’apparire all’orizzonte del miraggio di un pianeta unipolare sotto l’incontrastata leadership americana.

 

L’escalation militare diretta contro la Russia è comunque in pieno svolgimento. Quasi ogni settimana giungono notizie del dispiegamento o dei piani di dispiegamento di migliaia di soldati NATO nei paesi dell’est Europa. Gli annunci sono tutti puntualmente giustificati con la necessità di far fronte a un’imminente quanto fantomatica invasione delle forze armate del Cremlino.

 

Nello stesso ambito va considerata anche la provocatoria esercitazione militare inaugurata la settimana scorsa in Georgia con la partecipazione di centinaia di militari di questo paese, americani e britannici. Il dispiegamento di forze nelle manovre che dureranno fino alla fine di maggio è massiccio e rappresenta un chiaro messaggio a Mosca, visto che la Georgia continua a essere oggetto di contesa tra USA e Russia e che qui le due potenze giunsero a un passo dalla guerra nel 2008 a causa dell’irresponsabilità del governo di Tbilisi.

 

L’esercitazione nel Caucaso va inserita in un quadro più ampio che include sviluppi altrettanto preoccupanti. Bulgaria, Romania e Turchia hanno ad esempio invocato una maggiore presenza navale della NATO nel Mar Nero, con Bucarest che ha addirittura proposto la creazione di una “task force” navale permanente dell’Alleanza.

 

Oltre a ciò è necessario ricordare come il Pentagono abbia già deciso di dispiegare in Europa orientale, ufficialmente “a rotazione”,  una terza brigata dell’esercito USA - pari a 4.500 uomini - a fianco delle due già presenti su base permanente. Il magazine Foreign Policy aveva recentemente rivelato inoltre i piani dei comandanti americani di richiedere fondi anche per “sistemi spaziali, cyber-armi” e armi ultra-tecnologiche dirette contro la Russia.

 

Lo stesso giornale aveva fatto notare come soltanto fino a pochi anni fa l’amministrazione Obama stava cercando di ridurre le spese militari, sia pure di fronte alle obiezioni dei generali. La presunta “aggressività” di Mosca, invece, ha opportunamente fornito l’occasione per invertire la rotta, convincendo la Casa Bianca a stanziare, tra l’altro, 3,4 miliardi di dollari extra per le attività anti-russe in Europa.

 

A sanzionare in maniera ufficiale un prossimo futuro caratterizzato da crescenti pressioni sulla Russia era stato a inizio maggio il nuovo comandate supremo della NATO in Europa, generale Curtis Scaparrotti. Nella stessa cerimonia che aveva visto il passaggio di consegne dal generale Philip Breedlove, quest’ultimo aveva invocato il rafforzamento dell’Alleanza in Europa orientale per far fronte alla Russia, indicata appunto come la più grave minaccia con cui la NATO dovrà fare i conti.

 

Da parte russa, la risposta alle manovre dell’Occidente e dei paesi dell’ex Patto di Varsavia non può che essere di natura militare, con modifiche dei propri piani di difesa, con il programmato invio di ulteriori truppe ai confini meridionali e occidentali per far fronte all’aumento del contingente NATO e con lo sviluppo di nuovi e più sofisticati sistemi missilistici.

 

Il costante innalzamento delle tensioni tra USA e Russia conferma infine come la parziale convergenza delle due potenze su alcune questioni, come la fragilissima tregua in Siria, poco o nulla può influire sul quadro più generale segnato da crescenti conflitti. Gli interessi strategici di Washington e Mosca continuano a essere divergenti e gli sviluppi degli ultimi mesi hanno dimostrato ancora una volta, se mai fosse stato necessario, il rischio concreto di un conflitto armato dalle conseguenze rovinose per l’intero pianeta.

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