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10 luglio 2017 

 

Fuga dalla gabbia d’acciaio

di Emanuel Pietrobon

 

Nell'Occidente post-cristiano e post-umanista la libertà non coincide più con il diritto alla vita e la medicina ha abbandonato il giuramento di Ippocrate. L'uomo occidentale odia la propria storia e le proprie origini, disprezza la patria e la religione innalzando a dogmi intangibili relativismo culturale, ateismo e cosmopolitismo apolide. Una fuga da questa asfissiante gabbia è ancora possibile? 

 

Il 14 giugno 1920 moriva Max Weber, uno dei più grandi pensatori partoriti dal ventre dell’Europa. I suoi ultimi lavori si focalizzarono sull’evoluzione della società capitalistica, paventando un futuro dominato dalla burocrazia e dalla mediocrità, in cui sarebbero stati assenti grandi uomini carismatici in senso carlyleniano, capaci di lasciare un’impronta indelebile del loro passaggio nella civiltà occidentale. La razionalizzazione della quotidianità tesa a rendere quanto più efficiente possibile la catena di produzione e quanto più avidi i consumatori, ha esteso i propri tentacoli in ogni aspetto della società occidentale attuale, estirpando lo spirito dionisiaco dall’uomo, innestandogli la sola volontà di concretizzare il motto “produci, consuma e crepa“.

La gabbia d’oro che ha reso possibile all’uomo occidentale estendere il proprio modello di civiltà nel mondo, si è convertita in una gabbia d’acciaio asfissiante, dalla quale non solo è difficile uscire, ma è difficile concepire un’esistenza al di fuori di essa. Infatti, lo show business, Hollywood e i media, in un processo di costante distruzione creatrice, creano nuovi modelli comportamentali da emulare, modelli degenerati, svirilizzati e femminilizzati, parafrasando Eric Zemmour.

 

CCCP Fedeli alla linea – Morire

Le giovani generazioni d’Europa ignorano chi siano stati Garibaldi e Bismarck e non conoscono i propri inni nazionali, ma aggiornano assiduamente il proprio status facebook e sanno a memoria testi privi di contenuto di rapper che invitano alla promiscuità e all’utilizzo di stupefacenti. La decadenza di una civiltà passa anche da questo: dall’aver di fronte due modelli di comportamento e scegliere il peggiore, non ritenendolo tale.

La gabbia d’acciaio ha rimesso in discussione la stessa concezione di Occidente, alla luce della sua natura annichilente che altro non anela se non razionalizzare ogni aspetto dell’identità umana, per conformare l’uomo agli obiettivi del massimo profitto e del massimo consumo. Lo spirito d’intrapresa dei grandi protagonisti della storia occidentale, accomunati tra loro – chi più, chi meno, dall’identità cristiana e dall’attaccamento alla propria nazione, è stato sostituito da uno spirito di massificazione che ha avverato la profezia di Veblen: il proletario non farà la rivoluzione perché troppo impegnato ad emulare i borghesi, comprando beni futili, ma costosi e simbolo di status, con cui apparire ciò che non è. La gabbia d’acciaio ha spinto l’Occidente ad abbandonare la tradizione per abbracciare una modernità postumanista carica di anti-occidentalismo e mirante ad estirpare dalla civiltà dei Magno e degli Asburgo, ogni elemento che l’ha caratterizzata per due millenni. È così che l’uomo occidentale è, oggi, il primo odiatore della propria storia, delle proprie origini, della propria religione e della propria patria. È così che l’uomo occidentale è diventato, oggi, il primo sostenitore del melting pot, del relativismo culturale, dell’ateismo e del cosmopolitismo apolide tanto desiderato dal capitale. È così che l’uomo occidentale è diventato amante della propria gabbia d’acciaio e non vuole uscirne.

Nicolás Gómez Dávila, pensatore reazionario, se ne andò dicendo: i Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia. Parole profetiche considerando che, nell’Occidente postcristiano e postumanista, le più grandi lotte popolari e politiche riguardano la rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici, l’appoggio incondizionato all’agenda globalista, all’ultrafemminismo e alla mercificazione delle relazioni sociali.

Una fuga di mezzanotte è ancora possibile? Il pensiero reazionario animato da pensatori e politici carismatici è riemerso con forza, come dimostrato dalle ultime elezioni francesi. Il problema è che il tramonto spengleriano ha accelerato nella seconda parte del secolo breve e, nel nuovo millennio, corre più che mai verso il crepuscolo, attirando folle sempre più numerose di seguaci, contenti della propria condizione di prigionieri nella gabbia d’acciaio. La visione distopica del mondo nuovo di Huxley si è rivelata una previsione di un futuro neanche tanto prossimo: la lotta di classe, Marx e le terze vie fasciste hanno lasciato lo spazio ad una società (apparentemente) senza classi, in cui l’ego guida la condotta di ciascuno e le masse si uniscono nella lotta soltanto per reclamare libertà negative, che poi libertà non sono.

La più grande astuzia del diavolo è far creder che non esiste, e la più grande astuzia del biopotere – riprendendo un concetto quanto mai attuale, è stata la costruzione di falsi diritti negativi, in realtà umanicidi, come l’eutanasia, l’affitto degli uteri o il revisionismo in senso positivo dell’utilizzo delle droghe, quali strumenti di emancipazione. Il fatto che in Occidente, la generazione Z sia la più fortemente legata a quella che Karol Wojtyla definì la cultura della morte, è emblematico del successo riscosso dal biopotere.

La libertà non coincide più con il diritto alla vita, ma con il diritto alla morte. Una morte ben accetta, dato che nella postmodernità, il valore dell’individuo non è più misurato dalla sua capacità di generare invenzioni o di migliorare il capitale intellettuale di una comunità, quanto dalla sua compatibilità allo schema sopra menzionato produci, consuma e crepa. È così che la medicina ha abbandonato il giuramento di Ippocrate: non si cercano cure per il feto malformato, ma si propone l’interruzione di gravidanza, non si finanzia la ricerca per le malattie attualmente inguaribili, ma si propone l’eutanasia o il suicidio assistito. L’uomo nuovo crede di essere riuscito ad estirpare il timore della morte dal suo spirito, accogliendola come una soluzione ai drammi dell’umana esistenza. In realtà, è solo un altro miraggio di libertà ed emancipazione costruito dalla gabbia d’acciaio, funzionale alle esigenze del capitale. Perché, nell’epoca del dominio dell’ideologia del nulla, chi non consuma e non produce, non ha spazio nella società.

La desolazione valoriale che attanaglia il nuovo millennio ricorda incredibilmente gli scenari del mondo in rovina raccontato in La storia infinita, capolavoro della letteratura fantastica tedesca e, allo stesso tempo, denuncia di Ende nei confronti di un’Europa caduta preda del nulla, tanto invisibile e silenzioso, quanto abile nel trasformare in un ricordo, poco alla volta, la civiltà degli scienziati, dei filosofi, dei giuristi, dei santi e dei conquistadores. La gabbia d’acciaio vive e si nutre di tutto ciò che annichilisce lo spirito umano e può essere distrutta solo mediante l’impegno assiduo dei reazionari, ancora presenti e sempre più percepiti come esseri anacronistici, a far tornare l’uomo nuovo ad essere ciò che fu e liberarsi delle catene che si è costruito. Ma affinché l’uomo spezzi le catene che lo legano alla gabbia, egli deve comprendere che la reale radice della sua oppressione si cela in se stesso.

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