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19 luglio 2017

 

Curzio Malaparte, ambiguo e inafferrabile genio

di Annalisa Terranova

 

Sessant'anni fa moriva lo scrittore che più di altri ha incarnato le contraddizioni del 900. Fascista, comunista, quindi cattolico, ha tratteggiato l'identità italiana: irriverente e tradizionalista allo stesso tempo.

 

Uno scrittore «senza dimora» che oscilla tra «farsa e dramma, tra opera luttuosa e messinscena grottesca», che alterna «ghigno e sberleffo, risata e vergogna». Così Lucrezia Ercoli ha descritto Curzio Malaparte ricordandone la figura a 60 dalla morte (avvenuta il 19 luglio del 1957 a Roma). Una natura inafferrabile, un’identità ambigua hanno fatto di Malaparte un autore troppo a lungo demonizzato, addirittura considerato un voltagabbana, al punto che Repubblica si è chiesta chi abbia ancora paura di Malaparte, chi ancora abbia il coraggio di storcere il naso dinanzi a un’opera «dalla forza angosciante e turbolenta».

IN LUI TUTTE LE CONTRADDIZIONI DEL 900. Rappresentando in pieno le contraddizioni del Novecento (dapprima fascista, poi tesserato del Pci e infine convertito al cattolicesimo) ma soprattutto le contraddizioni degli italiani e dell’Italia, Malaparte (nato Kurt Suckert a Prato, nel 1898 da padre tedesco e madre italiana) respinge i critici perché è uno spirito forse troppo libero, o troppo disincantato, ma attira i lettori e continua a catturarli con la sua prosa realista e onirica al tempo stesso.

 

LA DEFINIZIONE DI ITALIANITÀ. Nell’opera di esordio, La rivolta dei santi maledetti (1921) lascia spazio ai ricordi della sua esperienza al fronte durante la Grande Guerra e cinque anni dopo, ne L’Italia barbara, già troviamo il tentativo di definire la civiltà italiana a partire dalle sue caratteristiche regionali e antimoderne. Un itinerario che troverà opportuna conclusione in una delle opere della maturità, Maledetti toscani.

DIRETTORE E CORRISPONDENTE. 

Intensa anche l’attività giornalistica: nel 1924 fonda a Roma il settimanale La conquista dello Stato, dal 1929 al 1931 è direttore de La Stampa di Torino. Poi collaboratore del Corriere sotto lo pseudonimo di Candido, e quindi corrispondente per la stessa testata al seguito dell’esercito tedesco in Russia, esperienza da cui nacque Kaputt(1944), uno dei suoi maggiori successi. Nel 1953 lo troviamo autore di una rubrica sul Tempo.

 

Fra le innumerevoli contraddizioni di Malaparte, ha scritto su La StampaOsvaldo Guerrieri, doveva esserci anche questa: «Scrivere per l’Unità e per altri giornali fiancheggiatori del comunismo nonostante l’avversione ufficiale del Pci. Fu in questa fase, verso i primi Anni 50, che Malaparte si scontrò con Davide Lajolo, all’epoca direttore dell’edizione milanese dell’Unità. Lajolo aveva rilanciato le affermazioni gramsciane contro Malaparte e Malaparte lo aveva sfidato subito a duello. Lajolo gli contropropose una gara pubblica di ceffoni in piazza Duomo. Dopo questo scambio di sfide e di controsfide, Malaparte andò a trovare il rivale in redazione. I due ebbero un franco colloquio e uscirono tenendosi a braccetto».

 

IL CONFINO PER TECNICA DEL COLPO DI STATO. 

Nel 1931 pubblica l’opera destinata a dargli fama internazionale, quel titolo, Tecnica del colpo di Stato, che gli costò giorni di confino e fermi di polizia, anche se segretamente Mussolini apprezzava molto il libro. Nel libro Hitler viene definito un «Giulio Cesare in costume tirolese» e vi si teorizza l’arte del rovesciamento di qualsiasi regime, dividendo il mondo in «catilinari» e «ciceroniani». A Mussolini invece aveva dedicato un testo rimasto nel cassetto e oggi riportato in libreria dall’editore Passigli, Muss. Ritratto di un dittatore, nel quale Malaparte, in controtendenza rispetto all’interpretazione del fascismo come fenomeno di modernizzazione futurista del Paese, legge la rivoluzione di Mussolini come ultimo atto della Controriforma cattolica e nel Duce vede concentrate tutte «le forze che agiscono inconsciamente nei bassifondi della psicologia del popolo italiano».

 

All’arrivo in Italia degli alleati Malaparte fu dapprima arrestato, poi divenne ufficiale di collegamento risalendo l’Italia da Sud. Ne viene fuori il suo romanzo più famoso La Pelle (1949). Romanzo ma anche reportage, dove letteratura e giornalismo si intrecciano mirabilmente e nelle cui pagine con estrema crudezza viene descritta l’Italia liberata come un’Italia vinta, mortificata, umiliata. Pagine che segnano l’amaro e sconfortato ma lucido distacco dagli opportunismi che sempre segnano le pagine tragiche della storia: «Molti di coloro che oggi fanno gli eroi gridando: viva l’America, o viva la Russia, son gli stessi che ieri facevano gli eroi gridando: viva la Germania. Tutta l’Europa è così. I veri galantuomini sono quelli che non fanno professione né di eroi né di vigliacchi, son quelli che ieri non gridavano viva la Germania, e oggi non gridano né viva l’America, né viva la Russia».

LA TENTAZIONE DEL CINEMA E DEL TEATRO. 

Nel Dopoguerra, emarginato, è tentato dall’attività teatrale, dal cinema (è del 1950 il film Il Cristo proibito di cui fu sceneggiatore e regista) e deve penare per vedersi concessa da Togliatti la tessera del Pci nel 1957, poco prima di morire.

 

Il suo diario di viaggio, Io, in Russia e in Cina (1958), esce postumo. In Cina si era recato per commemorare un poeta di cui non aveva mai sentito parlare e che pure, con geniale disinvoltura, paragonò a Jacopone da Todi. Secondo Eugenio Montale due libri sono da mettersi senz’altro tra i migliori di Malaparte: Due anni di battibecco (1955) e Maledetti toscani (1956). Il primo mostra il nucleo del pensiero malapartiano, che è sostanzialmente «garibaldino, anarchico-libertario, di chi contrappone il popolo (sempre sano) ai suoi reggitori (sempre stolti e corrotti)». Nel secondo la toscanità diventa cifra dell’identità italiana, irriverente e tradizionalista al tempo stesso. Per queste due opere, secondo Montale, Malaparte era affine agli artisti della Voce, anche «se a lui non fu dato di adagiarsi in quella sorta di umanesimo a sfondo paesano che finisce per appaiare uomini così diversi come Papini e Soffici».

 

IL RICORDO TRA MONTE SPAZZAVENTO E CAPRI. 

Curzio Malaparte riposa ora in un mausoleo sul Monte Spazzavento, in ossequio alle sue parole «… e vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per sollevare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano». Il suo particolare eremo tuttavia Malaparte lo volle a Capri, in quella Villa rosso pompeiano costruita secondo i canoni essenziali dell’architettura razionalista. Disegnata da Adalberto Libera, uno dei più audaci architetti dell’Eur, e dallo stesso scrittore, pensata come «una casa di riti, misteri e sacrifici egei, che ha a che fare con gli déi primitivi e con le loro implacabili richieste». Il fascino di Villa Malaparte colpì anche il regista Jean-Luc Godard che vi girò la seconda parte del suo film Il Disprezzo, con una giovane Brigitte Bardot che prende il sole nuda sulla terrazza a strapiombo sul mare.

 

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