http://www.lintellettualedissidente.it/l

2 settembre 2017

 

La saga dell’assurdo

di Carlo Facente

 

Per Albert Camus l'assurdo è una sensazione che si manifesta nell'uomo in modo evidente: un'esperienza che nasce come problematica esistenziale per poi divenire universale e sociale. Un viaggio tra nemici mortali e incongruenze della vita

 

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. È con questo incipit, uno dei più angoscianti e discussi del Novecento, che ha inizio Lo Straniero di Albert Camus. Si è soliti affermare che per comprendere lo stile di un libro sia necessario leggere le celebri prime pagine; in tal caso non cadremmo in iperbole se dicessimo che dietro tale incipit si nasconde lo stile, il significato, nonché la grandezza de Lo Straniero. Un romanzo inquietante, claustrofobico, che spiazza il lettore irrimediabilmente. Lettore che anzitempo si pone in uno stato di critica verso il protagonista dell’opera, in un atteggiamento di indignazione, quasi disgusto, per poi trovarsi infine in una piazza metafisica all’interno della quale regna la desolazione e l’incertezza, in cui quello stesso personaggio, criticato e giudicato come diverso (come straniero), prende le nostre somiglianze e ci rende consapevoli che il mostro non solo è visibile allo specchio ma anche all’interno del soggetto che lo guarda.

 

Ci troviamo in un’Algeria calda e afosa, i raggi del sole e il ripetitivo ondeggiare del mare incorniciano la scena e il protagonista del libro, Meursault. L’andamento de Lo Straniero è lineare, liscio come il marmo; il protagonista è completamente inerte, indifferente e disinteressato a ciò che accade agli altri e a ciò che accade a lui stesso. Non ricorda quando è morta sua madre; il suo decesso non gli provocherà il minimo sentimento tanto che, pochi giorni dopo il funerale, deciderà di andare al mare per farsi un bagno. Ma non finisce qui. Conosce una ragazza, va al cinema per vedere un film comico, fino ad arrivare all’azione assurda: il colpo di pistola. Meursault, senza alcuna motivazione, mentre si trova sull’arida spiaggia di Algeri, uccide un arabo. Accetterà il processo che ne conseguirà, le accuse e soprattutto la pena di morte, senza pronunciare pentimenti, menzogne o preghiere. L’interrogativo che nasce in questo preciso momento, nel lettore, è destinato a svilupparsi, ingrandirsi, e a non risolversi mai, neanche con la fine dell’opera.

 

Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura ed è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto il silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura

Camus è un maestro della letteratura novecentesca e ama prendersi gioco dei suoi lettori. L’accusa che rivolge al pensiero occidentale è fondamentalmente quella di cercare continuamente un senso alle cose; una ricerca talmente ossessionata e ossessionante che da indagine si muta in pretesa. Pretesa di senso.

 

Meursault uccide l’arabo senza alcun motivo. È stata colpa del sole dice fiaccamente durante il processo, ma il giudice gli fa notare che dopo aver sparato il primo colpo ne ha lasciati partire altri quattro e che la sua versione dei fatti non sussiste. Raffaele La Capria, scrittore e sceneggiatore napoletano, ritiene che il colpo di pistola di Meursault sia stato sparato con l’intento di colpire il sole, che rappresenterebbe così la Natura e il Divino. Nonostante sia piacevole venire a conoscenza delle più disparate ipotesi interpretative, ci si astiene dal condividere l’argomentazione secondo cui Lo straniero di Camus corrisponda all’arabo che, secondo quest’ultima tesi, sarebbe stato giustiziato in quanto tale. Ciò che concorda con gli scritti filosofici e gli altri romanzi di Camus, porta a considerare l’atto di Meursault un’azione allegorica che non fa che descrivere l’insensatezza dell’esistenza umana, l’idiozia del dolore, il cosiddetto assurdo. Assurdo è lo stato in cui si trova l’uomo, assurdo è questo divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena.

 

Nel Mito di Sisifo Camus afferma che l’unico problema filosofico veramente importante, l’unico su cui sia corretto insistere, sia il problema del suicidio (alla vita si sfugge o con la speranza o con il suicidio). Seguendo le linee guida annunciate poc’anzi il discorso sembra tornare, in quanto l’omicidio dell’arabo significherà suicidio per Meursault; futuro condannato a morte. Una volta scoperta l’insensatezza del tutto nessuna morale, nessuno sforzo sono giustificabili a priori davanti alla sanguinante matematica che regola la nostra condizione. Se tutto ciò che mi circonda è inutile, se la mia essenza lo è, allora le mie azioni presenti e future sono gettate in un burrone d’insignificanza e non ci si può che trasformare in un Meursault: essere impotente, atrofizzato e immobile davanti al prevedibile e pronosticabile spettacolo della vita. L’assurdità non nasce mai dalla singolarità, ma sempre dall’accostamento tra due fattori. Non ci sarebbe nulla di strano se si sentisse di un tale che è intento a guidare una macchina; la situazione assurda spunterebbe, al contrario, se alla guida ci fosse un fanciullo capace a stento di camminare.

 

La tragicità di questo scenario, quindi, è che l’unico vero rapporto intercorrente tra uomo e mondo risiede proprio nell’assurdo; in cui l’uomo è lamentevole richiamo e il mondo ghiacciato silenzio. Meursault è propriamente l’uomo assurdo, ovvero l’uomo consapevole dell’assurdità. È tutt’altro che un inetto, una proiezione di Camus, un personaggio 

cosciente della propria condizione esistenziale e che attua al grado massimo la rivolta metafisica. È stato già detto di quanto Meursault accetti passivamente l’accusa d’omicidio e la condanna a morte. Avrebbe potuto discolparsi, inventare un’ipotetica aggressione da parte dell’arabo, ma decide di non fingere. Nella parte terminale dell’opera un prete lo raggiunge per offrire lui conforto, pronunciando parole irripetibili (siamo tutti condannati a morte) riecheggia nell’aria Il Muro di Sartre:

Qualche ora o qualche anno d’attesa è la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni

E’ necessario puntualizzare che, nonostante l’opera filosofica e letteraria di Camus sia esistenzialista, non è da considerare individualista. L’Io di Camus è l’Umanità, basti pensare al sovvertimento del cogitocartesiano, non più Dubito, quindi sono ma Mi rivolto, dunque siamo.

 

Perché parlare dell’assurdo? Perché nel 1945? Poiché il sentimento dell’assurdo è quello che predominava, e se vogliamo, predomina la società moderna. Non sfigureremmo se comparassimo i conflitti mondiali, le lotte di liberazione e decolonizzazione della prima metà del Novecento con l’avanzata del terrorismo e la convivenza terribile con lo sviluppo dell’atomica e del nucleare. L’assurdo, che nasce come problema esistenziale, diventa problema universale e sociale, riversandosi irrimediabilmente nel mondo dei nostri padri e dei nostri figli. Vaghiamo quindi in un mondo senza Dio (che viene definito come una maschera ideata per la prima volta da Kierkegaard, che guarda in faccia il problema e decide di scappare), in cui di conseguenza l’uomo si sente un estraneo, uno straniero. L’importanza di Dio è focale: Camus nega l’esistenza del divino ma allo stesso tempo delinea lucidamente le conseguenze della sua assenza. L’algerino non cerca le prove dell’inesistenza di Dio – non gli interessa, probabilmente – condivide a pieno la teoria del Dio è morto di Nietzsche che, premettendo l’impotenza del nostro apparato gnoseologico, non nega che Dio sia mai esistito – anzi, per dire che qualcosa sia morta si presuppone necessariamente che una volta sia stata in vita – ma è abbastanza per sapere che oggi Dio è morto. La morte di Dio è catastrofica, in quanto, come afferma Ivan Karamazov nei Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij: Se dio è morto tutto è lecito. Ciò significa che venendo a mancare Dio crollano tutti i valori che sono stati eretti con il passare dei secoli su di esso.

 

La società moderna si fonda sempre sull’ideologia di una religione. L’arte, l’architettura, il modo di pensare: tutto crolla e ciò che rimane è un uomo solo, straniero agli altri ed estraneo a se stesso. Ciò che non accetta Ivan Karamazov, e che condivide Camus, è l’interdipendenza cristiana che vi è tra verità e dolore. Citando Ivan se il patimento dei bambini serve a pagare il prezzo della verità, affermo fin da ora che la verità non vale tale prezzo. Il titanismo eroico anti-religioso di Ivan è folgorante; anche se Dio esistesse, anche se il male celasse una verità, non accetterebbe che tale verità fosse da pagare con dolore e sofferenza. L’uomo diviene quindi Dio, si pone come autorità divina in cui l’unica morale è quella istituita dal suo spirito. Ma la morte di Dio non è il punto di arrivo. Nota Nietzsche che l’essenziale sta nel capire che se la legge eterna non è libertà, tanto meno l’assenza della legge lo è. Se da un lato l’assenza di legge garantisce che niente e nessuno possa proibire nulla, allo stesso tempo nulla è autorizzato.

 

Nessuna legge significa nessuna libertà e nessuna libertà significa nessuna verità, poiché non vi sono né divieti né autorizzazioni. Tutto diviene impossibile, siamo impossibilitati, siamo in altre parole schiavi: tutti schiavi di noi stessi. Ci troviamo quindi nel caos. Netta è la differenza tra Camus e Sartre in ambito di pensiero filosofico e non politico, tema in cui si differenzieranno per molteplici cause. Mentre Sartre afferma che l’inferno è l’altro, che trasformandoci da essere-in sé a essere-per gli altri, ci muta da soggetto a oggetto (e quindi a provare sentimenti di vergogna, invidia e tristezza), Camus afferma che l’inferno è dentro di noi, o meglio siamo noi. Mentre Antoine Roquentin de la Nausea è schiavo reso tale dagli altri, Mersault è schiavo della sua condizione esistenziale, dell’essenza del suo essere. In Sartre la società investe l’Io, lo catapulta in una clausura di vergogna, il rapporto Io-Mondo è un rapporto di vergogna-colpa. Camus capovolge il dilemma: è l’Io che contamina la società, che l’avvelena di sé.

 

Per Camus non vi è rapporto di estraneità tra l’Io e l’altro, ma tra l’Io e l’Io, tra me e me stesso. Necessario è terminare il discorso iniziato anzitempo: l’insensatezza dell’esistenza cosa causa? Si è soliti parlare di questa insensatezza, smielarla, ridurla a nozione. Se nulla ha senso, nulla è vero e nulla è falso, cioè non esiste il Bene e il Male. Non si può assolvere né condannare, vige la legge del più forte, il famoso patto leoninodi Rousseau. Se nulla ha senso la condizione in cui l’essere umano si trova presente è quella dell’Al di là del bene e del male. L’etica muore, i valori vengono così tanto relativizzati che perdono di credibilità; Abramo non doveva tentare di uccidere il proprio figlio, doveva andare al di là del bene e del male. L’uomo che riesce, o perlomeno, tenta di sopravvivere in tale condizione è il Superuomo (attenzione, si parla di superuomo nietzschiano, non dannunziano, né tanto meno con l’accezione funzionalistica che la storia erroneamente ha conferito a Nietzsche, riducendolo a poche briciole e non comprendendolo).

 

Superuomo e Uomo Assurdo sono amici, molto simili peraltro, anzi, probabilmente sono la stessa persona. Entrambi partono dallo stesso rione di ricerca, l’insussistenza dell’anima. Mentre l’Uomo Assurdo tenta l’esperienza del Don Giovanni (non rimanendone completamente soddisfatto e a tratti disgustandosi di se stesso), il Superuomo si riconosce solo e solamente come corpo. Entrambi concludono il loro percorso di rivolta tramite la medesima via: il rifiuto del suicidio, l’accettazione dell’esistenza (per ciò che è, per ciò che non è) come confronto, tra interrogazione umana e silenzio del mondo. L’Assurdo diventa così l’unico legame tra l’uomo e il mondo. Il suicidio viene allora accantonato, perché annulla tale confronto. La scoperta camusiana non si arresta qui, chi ripudia il suicidio non può non ripudiare l’omicidio (e viceversa), in quanto, anch’esso, altro non è che l’interruzione del confronto; il ragionamento assurdo non può presupporre la vita di chi parla e accettare il sacrificio altrui.

 

Inoltre, se il suicida è per definizione un indifferente, si postula necessariamente ch’egli possieda un’idea di ciò che indifferente non gli è. È impossibile percepire il senso di dolore se non si conosce quello della serenità. È per questo minuscolo spicchio di serenità per cui è necessario lottare, rivoltarsi. Soppresso il senso della vita, rimane ancora la vita afferma Camus, è questo il punto focale. Il suo obiettivo letterario non è quello di trovare una soluzione (che non esiste), la sua vera ambizione è quella di trovare un’etica, un modo per muoversi e sopravvivere attorno al problema. Camus non si definisce un filosofo, alterna momenti di rabbia e ilarità quando viene chiamato così. Una provocazione, ovviamente, quella di Camus, che non è filosofo nel senso accademico, tradizionale del termine, che vede nella filosofia una disciplina schematica, dogmatica e ideologica. Non si intende dire con questo che Camus sia un irrazionalista, tutt’altro. Camus si affida completamente nelle mani della ragione, di cui però conosce i forti limiti. Vi sono cose a cui non possiamo dare un significato, bene, il compito del filosofo non sta nell’inventare scenari e fiabe, ma nel gestire, o meglio, nel consigliare su come ci si debba comportare. L’esistenzialismo non è filosofia, è uno stato d’animo. 

 

Camus scrive a gruppi di due: saggio filosofico/romanzo, in cui il romanzo non è altro che l’esplicitazione letteraria di ciò che si è enunciato nel saggio in termini filosofici (“Il mito di Sisifo” – “Lo Straniero”; “L’uomo in Rivolta” – “La peste”). È nella Peste che la rivolta trova il suo culmine. Gli eventi si svolgono in una città simile ad Algeri, Orano, ornata anch’essa da meravigliose e calde coste. L’avvento della peste decimerà pian piano la popolazione, che in un primo momento rifiuterà di considerare l’epidemia una vera pestilenza, e che poi comincerà ad impazzire e a perdersi nelle frivolezze della vita quotidiana.

 

La peste non rappresenterà solo un male biologico, ma una decadenza d’animo. C’è chi lucra sulla mancanza di viveri, chi scrive un libro senza riuscire ad andare oltre la prima frase, chi è convinto che la peste sia una punizione divina, chi cade nel pozzo dell’alcol e del cibo, e chi cerca di scappare in Francia. Personaggi che fanno da alter-ego alla massa, agli incoscienti, alla società. Un popolo, quello di Orano, che finge che la peste non esista. In questa situazione orwelliana, predomina il nuovo eroe assurdo: Rieux,dottore che inventerà l’antidoto per salvare i cittadini sopravvissuti alla peste. Rieux è il primo degli abitanti di Orano a intendere che si tratta di peste, epidemica. Invece di scappare immediatamente da Orano, decide di restare con la propria famiglia, decisione che costerà la vita della moglie. Rieux è l’uomo assurdo, che vede nella pestilenza-esistenza un male universale, sociale, da affrontare, da solo per tutti. La peste diviene allora una condizione di fraternità, il pretesto di solidarietà verso il prossimo. La peste è la tragicità dell’esistenza: il popolo di Orano, il popolo inconsapevole del mondo. Rieux è la proiezione del filosofo portatore di un messaggio, di un esodo, che sa di salvezza. 

 

top