Fonte: Dagoberto Bellucci

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15/03/2017

 

L'Uomo Universale

di Dagoberto Bellucci

 

"Là ove la Conoscenza s'unisce al proprio essere, e dove l'Essere conosce sé nella sua immutabile attualità, non si ragiona più dell'uomo. Lo spirito in proporzione al suo profondarsi in tale condizione, si fa identico, non all'uomo individuale, ma all'Uomo universale (al-insàn al-kàmil), che costituisce l'unità intrinseca d'ogni creatura. L'Uomo universale è il tutto; per trasponimento dall'invdividuale all'universale lo si denomina "uomo"; essenzialmente, è il prototipo eterno, illimitato e divino di tutti gli esseri."

   

Titus Burckhardt ci introduce  ad una ricognizione analitica sul Sufismo islamico in questa traduzione di alcuni dei più importanti testi dell'opera del sufi 'Abd al- Karìm al Jìlì.

    "Al-insàn al kàmil" in arabo "L'Uomo Universale" viene considerata come una delle principali opere di sufismo di colui che nel mondo arabo e islamico viene designato come il prosecutore degli insegnamenti del grande metafisico Muhyi-d-dìn ibn Arabi.

    Nato nell'anno 1366 d.C. (767 dell'egira, era islamica) Al Jìlì ci istruisce così su alcuni dei punti essenziali delle scuole sufi che nell'Islam hanno rappresentato il naturale ponte di congiunzione tra la sapienza tradizionale primordiale e la dottrina trascendente di derivazione coranica. A questa funzione se ne può aggiungere un'altra: quello di essere il naturale trade d'union tra il maggioritario islam sunnita e la scuola sciita duodecimana ('Ahl ul Bayt = le Genti della Casa della famiglia del Nobile Profeta Mohammad).

    Nella sua introduzione l'autore definisce il Sufismo come "mistica musulmana" il cui fine è la conoscenza metafisica "la cui natura intima è un "mistero" che non può dunque venire completamente comunicata con la parola (...) La logic non può delimitarla; per contro... eccelle sulla ragione".

    In quanto conoscenza metafisica può essere acquisita non attraverso il cervello, non mediante l'intelletto "bensì il cuore , dove conoscenza ed essere s'incontrano".

    Perciò colui che è alla cerca di una conoscenza d'ordine tradizionale  dovrà prima di ogni altra cosa acquisire una predisposizione, una vocatio, la quale sola potrà guidarlo - attraverso la dottrina e la fede, ma anche mediante una catena iniziatica di trasmissione, un maestro o una scuola ortodossa, i riti e le funzioni sia esoteriche che exoteriche - verso l'Idea , la quale origina da un Principio.

    Tale Idea, esteriorizzata nella forma dottrinaria, rappresenta la 'conoscenza' esteriore; mentre l'essere "si rifletterà in un atteggiamento qualitativo dell'anima".

    L'autore ci illumina circa il ruolo e la funzione dell'Uomo universale: egli stesso è "il simbolo completo di Dio" e l'idea stessa di Uomo universale "procede anzitutto da una prospettiva strettamente connessa all'attuazione spirituale, e ne sarà come il modello permanente" così che egli possa unirsi al suo Creatore nell'Unità divina (è questo il senso di un hadit secondo il quale "nessuno incontrerà Dio prima d'aver incontrato il Profeta".

    Unità divina che è la base sulla quale viene costruita l'intera dottrina islamica e sulla quale si fonda il monoteismo musulmano il quale - lungi dal costituire una pura e semplice prosecuzione arco-temporale ed un continuum metafisico dell'esperienza e della tradizione giudeo-cristiana - disegna un corpus dogmatico-dottrinario nel quale dominato da questo concetto di Unità e Unicità Divine.

    "L'idea dominante del Sufismo, in armonia con il Corano, è l'Unità divina. - scrive l'autore - Pertanto, tutto quello che l'unità logicamente comporta può venire trasposto nella Realtà divina, ad esclusione tuttavia dell'unità semplicemente aritmetica o quantitativa che è il riflesso rovesciato dell'Unità principiale. D'un canto l'unità esprime l'indistinzione, la "non dualità" o "non alterità"; dall'altro è il principio stesso della distinzione; poiché un essere - o una cosa - si diversifica dalle altre a motivo della sua natura "unica". Perciò Abd al Karim al Jìlì denomina Unità (al-ahadiyah) il supremo aspetto di Dio che invero non è un "aspetto" anzi l'assoluta assenza di ogni aspetto o di qualsiasi qualità distintiva, mentre nomina Unicità (al-wàhidiyah) il primo aspetto della Divinità che è insieme sintesi di tutte le realtà e loro principio di distinzione, giacchè Essa  è unica sia in ciascuna che in tutte.".

    Così se prendiamo quale immagine simbolica il Sole, possiamo affermare che le Qualità divine sono simili ai raggi necessari veicoli di trasmissione di un'entità che risulta "troppo abbacinante per essere fissato direttamente" ; raggi che traversano le visioni relative per il cui tramite l'individuo può avvicinarsi all'Assoluto divino.

    "Le Qualità divine in sé sfuggono alla conoscenza razionale - ci dice il Maestro al Jìlì - ; sono concepibili soltanto nelle vestigia mentali, e somigliano per così dire ad "astrazioni" in relazione alle cose concrete. In realtà le Qualità universali sono davvero "non esistenti" bell'ambito individuale, benché gli oggetti individuali le palesino," analogamente per l'intuizione individuale le cose individuali saranno sempre la rappresentazione di concetti provvisori, relativi,incompleti di fronte alle Qualità divine.

    "In una successione di capitoli, il primo dei quali è la "Risonanza della Campana" e l'ultimo il "Sinai e il Libro scritto", Jìlì contempla le modalità della rivelazione nell'accezione del Corano" il quale fa menzione di tre appellativi con i quali si identifica il Libro Sacro, libro increato disceso per Volontà Divina; questi appellativi sono:

    - la "Madre del Libro" (umm al Kitab);

    - la Recitazione (al-qur'àn);

    - la Discriminazione ( al-furqàn)

    i quali rappresentano rispettivamente il Libro Sacro come prototipo eterno del Corano, la rivelazione uditiva e la Legge sacra. Questi aspetti metastorici del Corano, caratteristiche atemporali di un Libro che è manifestazione dell'Assoluto, lo ricollegano alla Torà e al Vangelo "in virtù d'una concatenazione ciclica che vuole ciascuna rivelazione , necessariamente limitata nella forma - non nell'essenza - compensata da un'altra.".

    E' in questo modo che "la forma di 'espressione' rappresentata dall'Islam venne vocata a reintegrare le due "deviazioni", giudaica e cristiana, essendo il suo compito, giusta le parole medesime del Corano, quella di una "religione di mezzo" e di un ritorno alla purità primeva della tradizione di Abramo".

    Concludiamo questa breve recensione ricordando con il sacro Corano che "Dio guida alla Sua luce chi vuole; Dio propone simboli agli uomini, ed Egli conosce ogni cosa"  (Corano  , Sura XXIV, Versetto 35).

 

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