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6 ottobre 2014

 

Ludwig Wittgenstein

di Lorenzo Lipparelli

 

Wittgenstein è stato uno tra i pensatori più anticonformisti, liberi e criptici degli ultimi secoli. Molte sono le critiche e gli studi sul suo lavoro ma forse nessuno, o quasi, ha carpito cosa realmente volesse spiegare. Non sta qui certo il compito di illustrarlo, ma una ricostruzione del pensiero più autentica possibile è doverosa e suggestiva.

 

Le mie proposizioni illustrano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.) Egli deve trascendere queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo”

 

Proposizione 6.54 del Tractatus

 

Ludwig Josef Johann Wittgenstein nasce a Vienna nel 26 aprile 1889. Figlio di Karl – un magnate dell’industria siderurgica dell’appena nata borghesia austriaca – e di Leopoldine Kalmus. I nonni paterni, immigrati in Sassonia, erano ebrei convertiti al protestantesimo. I Wittgenstein vennero però cresciuti secondo religione cattolica (non influenzando mai il pensatore). Studia agli inizi privatamente, poi ingegneria a Berlino e Manchester, conoscendo gli ambienti inglesi del Trinity College di Cambridge, dove studiò e collaborò con Bertrand Russell, che lo seguì, come amico e pensatore critico, curando l’introduzione del Tractatus, senza la quale la pubblicazione era impossibile; gli editori non volevano pubblicare un’opera troppo sintetica e dai contenuti particolarmente inconsueti. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola da volontario nell’esercito, guadagnandosi diverse onorificenze e terminando la sua unica opera: il Tractatus logico-philosophicus. Successivamente abbandona l’ambiente accademico (mai amato dal pensatore, famoso per le sue lezioni anticonvenzionali) e va ad insegnare alle scuole elementari, scrivendo un libro: Dizionario per le scuole elementari. Per un breve periodo successivo fa il giardiniere in un monastero e poi l’architetto.

Wittgenstein è stato uno tra i pensatori più anticonformisti, liberi e criptici degli ultimi secoli. Molte sono le critiche e gli studi sul suo lavoro ma forse nessuno, o quasi, ha carpito cosa realmente volesse spiegare. Non sta qui certo il compito di illustrarlo, ma una ricostruzione del pensiero più autentica possibile è doverosa e suggestiva. Lui stesso nella prefazione dell’opera scrive: “Questo libro forse lo comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi [..] Esso non è, dunque, un manuale.” Dopo la sua morte furono pubblicati svariati suoi appunti, osservazioni e lezioni da parenti e studiosi, tanto da definirli nel complesso “il secondo Wittgenstein”. Queste, al contrario del Tractatus, lasciano dubbi, e per struttura metodologica e per contenuti. In realtà non vi è un ambito limitato nel quale egli lavorò, la stessa categorizzazione nella “filosofia del linguaggio” o in quella analitica attribuita successivamente, risulta risicata, se non strettamente forzata. Il suo genio rivoluzionario fu ovviamente frainteso, e l’ignoranza, come si sa, urla con paura; fu infatti accostato a “problemi” esistenziali relativi all’omosessualità (mai dimostrata), e a patologie fornite da studiosi della sua vita, come la sindrome di Asperger, un autismo ad alta funzionalità (anch’essa mai dimostrata). I suoi primi scritti furono fortemente influenzati dai lavori di Russell e Frege sulla logica – ai quali si ispira, distinguendosi però nella concezione che lega matematica e logica, intendendo la prima come sottoinsieme della seconda, la sua dimostrazione positivista – e da filosofi quali Schopenhauer, Moore e Nietzsche.

Egli intendeva compiere un passo al di là della realtà sensibile, illustrando come la maggior parte degli studi filosofici non portassero a risolvere alcun problema, poiché non li riguardava. Bisognerebbe spogliarsi di ogni schema mentale e sociale, immaginandosi soli in un infinità di non spazio e non tempo per comprendere la visione trascendentale dell’unità e dell’interconnessioni che definiscono il sogno della realtà fisica percorsa dal pensatore nell’opera: per meglio dire, come possiamo definire il “senso del mondo” (per esempio) spiegandolo con il linguaggio limitativo che questo offre? Se c’è un senso, questo andrà ricercato al di fuori del mondo sensibile, poiché sarebbe impossibile ricercare entro i limiti del mondo stesso, definiti, appunto, solo dal linguaggio, un qualche senso. Nella proposizione 6.41 del Tractatus scrive: “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non vi è in esso alcun valore – né, se vi fosse avrebbe un valore. Se un valore che abbia valore v’è, esso deve essere fuori d’ogni avvenire ed esser-così. Infatti, ogni avvenire ed esser-così è accidentale. Ciò che li rende non accidentali non può essere nel mondo, chè altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale. Dev’essere fuori del mondo.” Stessa concezione riassume problemi come l’etica e l’estetica; esse sono infatti, inesprimibili: “E’ chiaro che l’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale. (Etica ed estetica sono tutt’uno.)”

La logica Wittgensteiniana non va intesa, esclusivamente, nel senso strettamente letterale del termine (forse il più superficiale) – al quale, comunque, lui stesso dedica tempo ed energie, per esempio con il lavoro sulle tavole della verità  http://it.wikipedia.org/wiki/Tabella_della_verit%C3%A0) – essa risulta infatti più come mezzo che come fine. La perfetta logica linguistica intrecciata all’affascinante richiamo dell’immagine e del simbolismo vuole far comprendere la sua stessa relatività nel sussistere (esplicativa al riguardo è la citazione iniziale). Egli usa il linguaggio prettamente logico per far comprendere il limite stesso del linguaggio, ossia il limite del mondo sensibile e di tutte quelle scienze che ne ricercano invano il significato dall’interno, ciò che non può essere espresso e nemmeno pensato: “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” o ancora: “ ciò che noi non possiamo pensare, noi non lo possiamo pensare; né, di conseguenza, noi possiamo dire ciò che noi non possiamo pensare”.  Il soggettivismo come limite del mondo implica il fatto che “non v’è un ordine a priori delle cose” ma semmai che sussistono un’infinità di variabili possibili, che dimostrano la relazione onnisciente del Tutto col Tutto. Da qui appare che “il solipsismo, svolto rigorosamente, va a coincidere con il realismo puro. l’Io del solipsismo si contrae in un punto inesteso e resta nella realtà ad essa coordinata”, “V’è, dunque, realmente un senso, nel quale in filosofia si può parlare in termini non psicologici dell’Io. L’Io entra nella filosofia perciò che “il mondo è il mio mondo” – e difatti conclude questa proposizione affermando – L’io filosofico è non l’uomo, non il corpo umano o l’anima umana della quale tratta la psicologia, ma il soggetto metafisico, che è non una parte, ma il limite del mondo”. In particolare vuole dimostrare l’impotenza d’espressione della filosofia nel campo metafisico:“Ove, nel mondo, vedere un soggetto metafisico?” ; la filosofia, infatti, non potendo esprimere il Mistico, dovrebbe esprimere solo ciò che può essere espresso, ma qui sorge un problema: “Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizioni della scienza naturale – dunque, qualcosa che non ha nulla a che fare con la filosofia [..]”.

Come risolvere il problema della vita?o della morte?

“La morte non si vive. Se, per eternità, s’intende non infinita durata del tempo, ma intemporalità, vive eterno colui che vive nel presente.”, “Ma v’è dell’ineffabile. Esso (il problema della vita) mostra sé, è il Mistico”.

 

Settima ed ultima proposizione:

“Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. 

 

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