il Manifesto

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20 mag 2017

 

Scrittori arabi e egiziani: «Giustizia per Giulio»

di Chiara Cruciati   

 

Caso Regeni. L’appello di un gruppo di intellettuali portato a Roma in solidarietà con la famiglia Regeni: «Il Cairo dica la verità». La Procura italiana va in Egitto: entro maggio accordo sulla consegna dei video della stazione metro da cui Giulio scomparve

 

Roma, 20 maggio 2017, Nena News –

 

«Ti hanno torturato e ucciso come un egiziano. Sei scomparso come ragazzo italiano per riapparire due settimane dopo come ragazzo egiziano».

Con un breve racconto Raouf Mousaad rende il suo personale tributo a Giulio Regeni. A Roma, insieme ad una piccola delegazione, ha portato il messaggio dei firmatari di un appello che chiede verità e giustizia per Giulio: sono giornalisti, scrittori, intellettuali da tutto il mondo arabo, egiziani, siriani, iracheni, marocchini, giordani.

Lo hanno presentato ieri alla Sala Stampa Estera a Roma, oltre a Mousaad (giornalista e commediografo, detenuto per tre anni negli anni ’60 per la sua adesione al partito comunista egiziano, in esilio dal 1975), lo scrittore iracheno Jabbar Hussin (anche lui in esilio da Baghdad dal 1976) e Massaad Abu Fajr (nato in Sinai, attivista per i diritti umani e tra i leader della rivoluzione del 25 gennaio 2011).

«Dopo mesi di operato presso l’opinione pubblica egiziana e araba, la questione che riguarda Regeni è oggi di interesse pubblico nonostante lo stato d’emergenza proclamato dalle autorità egiziane – si legge nell’appello collettivo – Le prese di posizione delle autorità egiziane su questo drammatico assassinio sono inammissibili».

Hussin prende la parola e dà voce all’amore per il popolo egiziano: «Conosciamo la situazione dell’Egitto e lo amiamo, per questo vogliamo sapere la verità. Esigiamo che le autorità egiziane svelino la verità, l’Egitto ha la responsabilità morale della morte di questo martire».

Un martire come lo sono le migliaia di egiziani scomparsi tra le maglie della repressione di Stato, inasprita dal luglio 2013 dal regime del presidente al-Sisi. Lo sa bene Abu Fajr, da anni impegnato per il rispetto dei diritti civili in Sinai, penisola massacrata dallo stato d’emergenza, l’assenza di investimenti e le conseguenze della “lotta al terrore”.

Il parallelo è immediato: «Il modo in cui Regeni è stato dipinto dai media [egiziani] dopo la sua morte è lo stesso con cui le autorità hanno dipinto chi fece la rivoluzione nel 2011: un omosessuale, una spia, un demonio – dice – Trovare i responsabili della sua morte e condannarli sarebbe una vittoria per la rivoluzione del 25 gennaio, una vittoria per la causa per la quale è morto e per i valori per cui è vissuto. Io conosco i suoi assassini: li ho visti in Sinai distruggere i villaggi e li ho conosciuti in carcere».

Controinformazione e attacchi mediatici che la stampa pro-governativa ha compiuto e che arrivano fino a Roma: due giornalisti in aula alzano la voce, accusano la delegazione di essere pagata dai Fratelli Musulmani per sabotare l’Egitto.

Ma il messaggio degli intellettuali non ne esce indebolito. È lo stesso che le piazze egiziane, le organizzazioni locali e gli attivisti ribadirono dopo il ritrovamento del corpo martoriato di Giulio: è morto come un egiziano, è figlio nostro.

In tanti ci sperano: se la verità su Giulio venisse alla luce, l’intera macchina della repressione di Stato ne uscirebbe indebolita, ufficialmente delegittimata. Ma sul fronte delle indagini – in assenza di misure forti da parte del governo italiano – a muoversi è solo la Procura di Roma.

In questi giorni il team del pm Colaiocco è stato al Cairo: l’obiettivo era riportare a casa i video delle telecamere di sorveglianza della stazione metro di Dokki da cui Giulio è scomparso la sera del 25 gennaio 2016, richiesta tuttora inevasa dalla Procura generale egiziana, nonostante a gennaio di quest’anno avesse accettato che esperti italiani e tedeschi analizzassero i video.

Una nuova assicurazione giunge dal procuratore Sadeq: entro maggio «sarà concluso l’accordo per procedere all’estrazione dei dati contenuti negli hard disk del sistema di videosorveglianza della metropolitana del Cairo», si legge nella nota congiunta italiana e egiziana.

Inoltre, durante l’incontro, «il team investigativo egiziano ha consegnato una prima parte dei documenti richiesti dalla Procura romana con la rogatoria del 15 marzo scorso».

Con lentezza, ma si procede. Di certo Il Cairo non ha alcuna fretta, vista l’assenza di pressioni politiche ulteriori, oltre al ritiro dell’ambasciatore italiano ad aprile 2016, misura costantemente messa in dubbio da esponenti del governo di Roma.

E in Egitto la vita scorre come al solito: giovedì 28 giovani membri di partiti e movimenti di sinistra e liberali (tra cui 6 Aprile, Dustour, Pane e Libertà) sono stati arrestati per critiche al governo su Facebook. Ieri, invece, otto membri dei Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte per aver assaltato una stazione di polizia nel 2015. Nena News

 

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