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martedì 15 agosto 2017

 

Palazzo Chigi e Farnesina tendono la mano a Sisi

di Enrico Campofreda

 

Come nei peggiori governi dell’omertà l’esecutivo Gentiloni, tramite il ministro degli Esteri Alfano, ha attuato nella vigilia ferragostana la disonorevole manovra di reinsediare l’ambasciatore al Cairo. Così Giampaolo Cantini, già da tempo nominato, ma rimasto finora a casa, è volato nella capitale egiziana. La situazione era bloccata dalla semi crisi diplomatica innescata un anno e mezzo fa dal caso Regeni, ma sul suo oscuro sequestro, sulle reiterate sevizie, sul vile assassinio sta prevalendo la logica dell’affare di Stato e, ancor più, degli affari mercantili intrecciati dalle due nazioni. Una logica che getta il proprio peso sulle stesse volontà dei magistrati Pignatone e Colaiocco, depositari italiani dell’inchiesta, e in precedenti occasioni (in aprile, settembre, dicembre del 2016) sempre delusi dall’insignificante contributo offerto alle indagini dai colleghi egiziani. Ora anche i pm della procura romana sembrano accettare taluni documenti, anche video, provenienti dal Cairo. In realtà nei circa 18 mesi di tentata collaborazione i due magistrati avevano solo constatato l’inconsistenza degli indizi egiziani, prove taroccate per false piste atte a  coprire le responsabilità poliziesche. In tal modo le ricerche italiane sono finite ostaggio della limacciosa palude istituita dalla politica cairota, a cominciare da quella messa in atto dal presidente Al Sisi e proseguendo attraverso la catena securitaria del terrore da lui istituita assieme ai responsabili di vari organismi, come il ministro dell’Interno Ghaffar. Quest’ultimo, da ex supervisore dell’apparato dei mukhabarat, l’Intelligence addestrata da decenni dalla Cia, più altre figure di vertice del Gotha politico-militare, hanno la responsabilità morale dei tragici sviluppi del caso Regeni. Costoro hanno pianificato, organizzato, reso praticabile quella repressione che da quattro anni affligge la parte degli egiziani che non si piega alla restaurazione. Nella viscida e fosca rete di baltagheyah, informatori di quart’ordine o quelli più introdotti negli uffici polizieschi, come l’Abdallah, capo del sindacato ambulanti (colui che dopo aver provato a vendere certe notizie allo studioso friulano, l’ha venduto agli agenti suoi amici) si potrebbero facilmente individuare gli aguzzini di Regeni.

 

Tutto questo, però, continua a essere ostacolato perché ogni pedina locale è funzionale a un sistema costruito, o ricostruito, pezzo dopo pezzo e Sisi non offrirà mai la testa dei suoi collaboratori. Significherebbe incolpare se stesso. In molti casi niente era stato toccato dall’aleatorio governo Morsi, esautorato col colpo di stato bianco del giugno 2013, poi tintosi di rosso sangue proprio fra il 14 e 15 agosto di quell’anno. Quello spargimento di sangue e l’orrore non sono mai cessati. Hanno colpito, una dopo l’altra, ogni sponda politica non conformata a qualcosa che è anche peggio del mubarakarismo perché gestito senza filtri di parvenza partitica dalla lobby militare. Le logiche sono le stesse: rilancio del blocco affaristico para occidentale, seppure siano presenti nel Paese varie aree d’instabilità attaccate dal jihadismo (il Sinai su tutte e la capitale), che mettono a rischio gli introiti interni ed esteri del business turistico. Cosicché la vicenda giuridica dell’affare Regeni è indissolubilmente legata alle politiche dell’Egitto dell’ultimo quinquennio. Si trascina lo spinosissimo tema studiato da Giulio: l’irrisolta questione d’un crudele sfruttamento del lavoro salariato, correlata alla mancata redistribuzione della ricchezza che mostra, come prima e più di prima, ras e tycoon arricchirsi sulla pelle dei lavoratori, anche quando l’impresa è diretta da uomini dello Stato che vestono la divisa. I familiari di Regeni, la società civile italiana ed egiziana, i comunicatori, i sinceri democratici dei due Paesi e di altri ancora che si sono occupati della querelle, lanciando una campagna a sostegno della ‘verità e giustizia’, con la scelta della politica romana vivono un ulteriore abbandono. Il titolare della Farnesina e diversi politici la giustificano, sostenendo che dalla capitale d’Egitto il nostro diplomatico potrà osservare, scrutare, capire meglio (sic). Coloro che fanno finta di non capire sono i nostri politici che, balbettando quest’alibi, accreditano la prassi bugiarda, depistatrice, cinica, assassina di chi attualmente guida quel Paese. Personaggi che andrebbero additati sulla scena internazionale, per poterli contrastare. Chi da noi pensava che i Renzi, i Gentiloni, gli Alfano e i coriferi che gli fanno eco volessero difendere la dignità italiana, oltre al senso di giustizia e alla memoria d’un cittadino seviziato, trova una risposta in simili comportamenti. Regeni viene ancor più umiliato con un percorso di realpolitik che, come mille altre volte, mira alla conservazione assoluta di omertà e segreti. E affratella perfettamente le leadership italiana ed egiziana.

 

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15 ago 2017

 

Il colpo di spugna di Alfano

di Michele Giorgio

 

Citando una presunta maggiore collaborazione tra le procure di Italia ed Egitto sul caso del brutale assassinio del ricercato italiano, il ministro degli esteri ieri ha annunciato l’invio al Cairo dell’ambasciatore Cantini. L’interesse di Stato e i rapporti economici tra i due Paesi prevalgono sull’accertamento della verità. La famiglia: questa decisione è una resa incondizionata

 

Roma, 15 agosto 2017, Nena News –

 

«Alla luce degli sviluppi registrati nel settore della cooperazione tra gli organi inquirenti di Italia ed Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni…il Governo italiano ha deciso di inviare l’Ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana». Con questa laconica nota ieri il ministro degli esteri Alfano ha dato un colpo di spugna alla crisi con l’Egitto cominciata con il brutale assassinio al Cairo di Giulio Regeni e ha dato il via alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Si avvera perciò la previsione fatta il mese scorso da anonimi funzionari italiani all’agenzia di stampa egiziana Mada Masr, e riportata da Chiara Cruciati sul nostro giornale, dell’invio di Cantini al Cairo a settembre. La possibilità che tutto fosse programmato da tempo è altissima. I presunti «sviluppi» di cui parla Alfano con ogni probabilità sono un pretesto per concretizzare una decisione già presa. E il fatto che il presidente del consiglio Gentiloni abbia fatto sapere di aver incaricato l’ambasciatore Cantini di «contribuire alla azione per la ricerca della verità sull’assassinio di Giulio Regeni» non offre alcuna rassicurazione. La verità era e resta lontana.

Prevale, come si temeva, la real politik, l’interesse dello Stato sulla verità per la quale si batte la famiglia del giovane ricercatore italiano rapito all’inizio del 2016 al Cairo e torturato a morte. Non sorprende la rabbia dei genitori di Regeni che hanno espresso «indignazione per le modalità, la tempistica ed il contenuto della decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo». Ad oggi, spiegano, «dopo 18 mesi di lunghi silenzi e anche sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità». La famiglia sottolinea anche che «si ignora il contenuto degli atti, tutti in lingua araba, inviati oggi, dal procuratore egiziano Sadek…La procura egiziana si è sempre rifiutata di consegnare il fascicolo sulla barbara uccisione di Giulio ai legali della famiglia, violando la promessa al cospetto dei genitori di Giulio e del loro legale Alessandra Ballerini».

Alfano invece parla di un Egitto disposto a collaborare senza però offrire elementi concreti. Si sa solo che la procura del Cairo ha trasmesso ieri a quella di Roma gli atti relativi ad un nuovo interrogatorio, sollecitato dall’Italia, cui sono stati sottoposti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti sulla morte del giovane. I magistrati egiziani inoltre avrebbero affidato a una società privata il recupero dei video della metro del Cairo, essenziali per ricostruire i movimenti di Regeni il giorno del suo rapimento. Tutto qui. Ad Alfano comunque è bastato per inviare l’ambasciatore Cantini al Cairo. Tutto in nome dei buoni affari economici e politici tra i due Paesi. A cominciare dall’influenza dell’Egitto sul generale libico Khalifa Haftar, pedina fondamentale che ostacola le manovre italiane in Libia e contro le partenze dei migranti in direzione del nostro Paese. Interessante, a questo proposito, è il commento fatto dal presidente della Commissione affari esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini: «L’intensificarsi della collaborazione giudiziaria sul caso Regeni e le nuove difficoltà insorte, che riguardano in particolare la vicenda della stabilizzazione della Libia, hanno reso indispensabile questo passo del ministro Alfano».

 

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