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22/09/2017

 

L’Egitto accusa Regeni: “Quanto successo è colpa sua” 

di Paolo Mastrolilli

 

Fonti dei Paesi del Golfo rivelano i colloqui a margine dell’assemblea Onu Per il Cairo l’Italia sta esagerando: bisogna andare oltre e superare la crisi

 

In pubblico gli egiziani promettono chiarezza sul caso Regeni, ma in privato fanno muro. Anche quando ne parlano con Paesi vicini, come l’Arabia Saudita, che sollecitano una soluzione nell’interesse dell’intera stabilità regionale. 

 

Durante l’incontro di mercoledì con il premier Gentiloni, il presidente egiziano al Sisi ha ribadito «il massimo impegno nella ricerca della verità e la consegna dei responsabili alla giustizia», secondo quanto ha riportato la televisione al Arabiya. Quasi nelle stesse ore, però, gli egiziani hanno discusso il caso Regeni con i Paesi della regione, e secondo fonti molto autorevoli nell’area del Golfo Persico l’atteggiamento è stato esattamente opposto. 

 

Il ragionamento fatto dagli alleati del Cairo, durante colloqui ad alto livello avvenuti a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu, è stato chiaro: se c’è stato un errore - e noi non sappiamo se c’è stato - è venuto il momento di correggerlo. Gli errori possono capitare, in situazioni così tese, ma non devono essere trascinati al punto di compromettere le relazioni regionali, e dossier molto delicati come la stabilità della Libia, la Siria, l’emergenza migranti e la lotta al terrorismo. Quindi a questo punto sarebbe meglio fare chiarezza, scegliere la via della trasparenza, assumersi le proprie responsabilità e superare la crisi. 

 

La risposta dei rappresentanti del governo egiziano, però, è stata di netta chiusura. La colpa - hanno detto - è di Regeni; il Cairo non ha fatto nulla di male, e gli italiani stanno esagerando la questione. Allora gli interlocutori amici hanno allargato le braccia, aggiungendo di sperare che si possa risolvere la questione. 

 

Gli egiziani si erano comportati nella stessa maniera, quando a sollevare il problema era stato l’allora segretario di Stato americano Kerry. Il ministro degli Esteri Shoukry gli aveva risposto che Regeni era stato vittima di un gioco sessuale finito male, provocando uno scontro con il capo della diplomazia americana, che gli aveva replicato di possedere le prove della responsabilità del regime. Questo atteggiamento di totale chiusura si ripete adesso anche con Paesi amici e vicini, con una forte influenza sul Cairo e interessi comuni. 

 

Le possibili spiegazioni sono diverse. La prima è che Al Sisi non aveva ordinato direttamente l’esecuzione di Regeni, ma aveva chiesto di dare un esempio agli stranieri che si immischiavano nelle vicende interne egiziane. Se questo collegamento con i massimi vertici dello stato fosse confermato, l’imbarazzo per il presidente sarebbe enorme. I suoi oppositori ritengono che un simile reato rientrerebbe in quelli perseguibili sulla base del «Magnitsky Act», la legge approvata nel 2012 dal Congresso americano per punire i funzionari russi responsabili della morte del fiscalista Sergei Magnitsky, mettendo al Sisi in una delicata posizione difensiva. La seconda è che il ministro degli Interni egiziano ha una forte capacità di influenzare, se non ricattare, lo stesso presidente. Quindi se anche Al Sisi decidesse di ascoltare i consigli dei Paesi amici, e chiudere la vicenda facendo chiarezza, verrebbe bloccato. L’elemento a favore dell’Italia è che ora anche i Paesi del Golfo più influenti si sono stancati di questa situazione, al punto da sollevarla durante gli incontri al massimo livello con i colleghi egiziani. Ciò potrebbe rendere insostenibile la linea del muro, nel prossimo futuro. 

 

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