sabato 21 ottobre2017

 

Per Alberto L’Abate (1931-2017)

di Gianmarco Pisa

 

Sono raggiunto dalla notizia della scomparsa di Alberto L’Abate di ritorno da Trieste, per la presentazione di un volume, che si intitola “Ordalie” ed è dedicato alle “Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza”, che non ha fatto in tempo a leggere. È un dispiacere che accompagna il dolore per questa scomparsa.

 

Una mancanza incolmabile, non per dire. Un insegnamento grande il suo, che rimane vivo nei sentieri della ricerca e della pratica di tutti quanti hanno a cuore la costruzione della pace. Docente universitario e attivista sociale; intellettuale e operatore, per il cambiamento sociale e per la costruzione della pace; esperto e innovatore nella metodologia della ricerca-azione, da lui prediletta e che costituisce un ulteriore bagaglio di eredità, adottata come punto di riferimento dall’associazione, di cui è stato presidente e di cui è presidente onorario, IPRI- CCP; ma anche tra i pionieri della «ricerca per la pace» in Italia, cui ha offerto un contributo seminale, con i suoi corsi universitari, con le sue iniziative, con le innumerevoli pubblicazioni.

 

Di un volume precedente, i “Corpi Civili di Pace in Azione”, Alberto ha scritto la prefazione. Ad un certo punto, ricostruisce un elenco di ambiti nei quali più specificamente si concretizza l’azione nonviolenta. Alberto, più precisamente, parla di «forme di intervento». Trovo estremamente significativo e molto ben illustrativo del suo pensiero il fatto che, proprio al primo punto di questo elenco, decida di collocare il «cambiamento sociale». La sua riflessione è precisa e penetrante. Le sue parole meritano di essere ribadite.

 

«Per cambiare in meglio la società nella quale viviamo, è fondamentale avere chiaro dove vogliamo andare, per giungere ad una società più giusta, più valida, più sostenibile. Il nostro obiettivo è quello di superare nella società attuale la centralità del capitale finanziario (…) per dare vita ad una società basata sulla centralità dell’essere umano». Nei suoi scritti e nelle sue parole correva sempre, talvolta sottotraccia talvolta in chiaro, il riferimento ad una idea, vorrei dire, al tempo stesso, una  concezione e una visione, della pace come «positiva»: una pace che si costruisce e che non può vivere senza la giustizia sociale.

 

Nella sua pratica di ricerca-azione, i “lavori sul campo”, numerosi e decisivi, cui Alberto ha dato forma sono altrettanto importanti e, anche in questa fattispecie ed in diverse circostanze, «seminali». Ne voglio ricordare tre, rendendomi ben conto, nel momento stesso in cui scrivo questa riflessione, di quanto tutto ciò sia limitativo e arbitrario, dinanzi ad una produzione così vasta, la sua, e ad un insegnamento così ampio, nella sua portata e nelle sue ricadute. La Campagna dei “Volontari di Pace in Medio Oriente”, ad esempio, all’inizio degli anni Novanta, fu una iniziativa nonviolenta “dal basso”, cui sia Alberto sia Anna Luisa hanno partecipato, e che fu importantissima, pur non potendo impedire la guerra, per sensibilizzare l’opinione pubblica e per esplorare nuove modalità di mediazione, interposizione e prevenzione del conflitto armato.

 

Il Progetto delle “Ambasciate di Pace a Prishtina”, in Kosovo, nel corso degli anni Novanta, ha fornito agli operatori e alle operatrici per la pace uno strumento di riferimento indispensabile, per impostare il lavoro dei presidi di pace e dei corpi civili di pace a livello locale, immaginando, tra le altre cose, uno schema, diventato anche questo un riferimento essenziale, che vede tali «forze nonviolente di pace» fare da baricentro ed in costante interazione tra gruppi nonviolenti e presidi di pace locali, ed un coordinamento internazionale per consentire un livello più ampio di organizzazione ed una opportunità di efficacia. Infine, l’impegno per il Centro per i CCP a Vicenza e la Form/Azione alla Nonviolenza alla Verde Vigna a Comiso.

 

Illustrando questa impostazione, il suo commento, riportato in un volume importante, pubblicato nel 1995 a cura di Antonino Drago e Matteo Soccio, dal titolo “Per un modello di difesa nonviolento”, è semplice ma esigente, al tempo stesso: «Non deve più succedere quello che è avvenuto in Iraq (…). In Iraq ogni gruppo è andato per conto suo. Dopo, in loco, ci siamo resi conto che venivamo spesso dagli stessi movimenti, e con idee piuttosto simili. Se ci fossimo organizzati prima, avremmo potuto fare un lavoro molto più valido ed incisivo». Sembra quasi parli di oggi, un riferimento al presente, e sono parole valide anche per il futuro.

 

Alberto è attivo nell’impegno per la pace sino all’ultimo e le sue parole risuonano ancora. Appena pochi giorni fa, lo scorso 26 settembre, presentavamo insieme a Portici, con gli amici del locale presidio di Libera, lo storico volume di Carlo Cassola, pubblicato nel 1983, su “La Rivoluzione Disarmista”; tra i suoi commenti, uno in particolare: «Porre fine all’attuale modello di sviluppo che arricchisce i pochi ed impoverisce i molti». Anche questa è una nota di estrema modernità. Nella vastità del suo lascito, nella eco delle sue parole, spiccano una pregnanza e un’attualità che rendono la sua la lezione di un maestro. Ciao, Alberto, ci mancherai. 

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