http://federicodezzani.altervista.org/

27 gennaio 2017

 

Omicidio Regeni: un anno di intrighi ai danni dell’Italia

by Federico Dezzani

 

È trascorso un anno da quando, il 25 gennaio 2016, Giulio Regeni scompariva al Cairo: il corpo sarebbe stato rinvenuto una decina di giorni dopo, innescando una reazione a catena che avrebbe portato alla rottura diplomatico tra Italia ed Egitto. Nel giorno della commemorazione, le più alte cariche dello Stato hanno ancora chiesto “verità” sul caso: c’è da chiedersi quale verità vogliano. Quella oggettiva, che porta dritto ad un’operazione sporca dei servizi angloamericani, o quella interessata, che ha nel mirino i vertici dell’Egitto? L’assassinio di Regeni si è dispiegato come un’articolata manovra ai danni dell’Italia: sono finiti nel mirino l’ENI e la nostra collaborazione col Cairo sul dossier libico. Ma anche una piccola società d’informatica milanese, l’Hacking Team, diventata d’intralcio al club degli spioni anglosassoni, noto come “Five Eyes”.

 

Verità per Giulio Regeni o “una” verità per Giulio Regeni?

Si direbbe che non tutti i morti abbiano lo stesso peso: a parità di contesto, alcuni monopolizzano l’attenzione di media e politica per mesi, altri finiscono rapidamente nel dimenticatoio. L’incongruenza basterebbe, di per sé, a sollevare diversi interrogativi. Perché giornali ed istituzioni hanno dedicato poche e stringate parole a Giovanni Lo Porto, il cooperante ucciso in Afghanistan nel gennaio 2015 da un drone statunitense? Perché le istituzioni ed i media hanno liquidato in pochi giorni la vicenda di Fausto Piano e Salvatore Failla, i due tecnici uccisi in Libia, dopo che un raid americano a Sabrata fece saltare le trattative per la liberazione? Perché, al contrario, la triste storia di Giulio Regeni, il ricercatore sequestrato al Cairo e poi ucciso, è stata oggetto per un anno intero del dibattito politico, di inchieste, di manifestazioni e di appelli? Si direbbe che fosse utile dimenticare le morti di Lo Porto, Piano e Failla, e facesse comodo tenere quella di Regeni sotto i riflettori, il più a lungo possibile.

Il 25 gennaio, a distanza di anno dalla scomparsa del giovane ricercatore friulano, le più alte cariche dello Stato sono tornate sul caso ancora una volta: Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, Angelino Alfano, Laura Boldrini, etc. etc. La Repubblica, il quotidiano che è apparso fin dalle prime fasi del delitto Regeni come un protagonista attivo della vicenda, ha scritto1:

“E’ passato un anno dalla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario rapito, torturato e ucciso al Cairo. E ancora la verità è lontana, dopo mesi di depistaggi assurdi (…) E dal mondo politico, delle associazioni, della magistratura arrivano appelli al governo affinché si muova, faccia pressione sulle autorità egiziane, perché gli assassini di Regeni vengano scoperti e puniti. Qualsiasi sia la catena di comando che ha deciso, avallato o comunque coperto gli autori di un omicidio che, secondo molti, porta direttamente alle piu alte sfere del potere.”

La locuzione “secondo molti” è molto interessante. Non solo il caso Regeni ha monopolizzato l’attenzione dei media per un anno intero, ma ha assunto connotati quasi ridicoli, inducendo blasonati giornali a dimenticare persino le regole fondamentali del mestiere: non dare credito a fonti non verificate, trattare con le pinze gli anonimi, evitare a qualsiasi costo i “si dice”, i “secondo alcuni”, i “gira voce che”. Ad esporsi maggiormente in questo senso è proprio la sullodata Repubblica che, nell’aprile 2016, esce col surreale articolo “Ecco chi ha ucciso Giulio: l’accusa anonima ai vertici con tre dettagli segreti sul caso Regeni” 2 dove si racconta di “un Anonimo” che scrive alla redazione del quotidiano romano ed indica come responsabili dell’omicidio di Regeni il capo della polizia criminale egiziana, il ministero dell’Interno, i vertici dei servizi segreti e, dulcis in fundo, il presidente Abd Al-Sisi in persona: illazioni, fonti non attendibili, risponderà tranciate la magistratura italiana a distanza di poche ore.

La Repubblica è lo stesso giornale che, a distanza di pochi giorni dal ritrovamento del corpo di Regeni, informava il pubblico che l’ENI avrebbe dovuto a breve firmare con l’Egitto il contratto per lo sfruttamento del maxi-giacimento di Zohr, sostenendo che “congelarlo, fino ad una chiara identificazione e punizione degli assassini di Giulio, potrebbe essere una buona arma (diplomatica) di pressione”3.

Un qualche interesse petrolifero che esulava dalla morte del povero Regeni? Il sospetto è più che legittimo: non solo perché, come diceva Andreotti, “a pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina”, ma anche perché al battage del Gruppo l’Espresso contro l’Egitto si affianca da subito la martellante campagna di Amnesty International, sede a Londra e solidi legami col Dipartimento di Stato americano,ed il variegato mondo della vecchia sinistra extra-parlamentare (ex-Lotta Continua, ex-Potere Operaio, il Manifesto, etc. etc.) che da sempre gravitano nell’orbita NATO.

C’è da chiedersi quindi quale verità abbiano invocato per dodici mesi i media e le ong: la verità oggettiva, oppure una verità di comodo? Quella utile a scoprire i veri carnefici di Giulio Regeni, oppure quella utile all’establishment atlantico, lo stesso in cui annidano i mandanti dell’omicidio?

Sul caso Regeni abbiamo scritto diversi articoli, tra cui il più esaustivo è certamente Verità per Giulio Regeni. Richiamare l’ambasciatore a Londra? È il minimo”, dove abbiamo sviscerato a fondo la dinamica dell’omicidio, evidenziando tutti gli elementi che indicano una chiara regia atlantica, ed inglese in particolar modo, dietro il delitto. Non è quindi nostra intenzione tornare ancora sull’argomento: ci limiteremo soltanto a ricordare i punti salienti dell’omicidio Regeni, indispensabili per decifrare gli intrighi dell’ultimo anno ai danni dell’Italia e del suo ruolo nel Mediterraneo:

nel luglio 2013, il feldmaresciallo Abd Al-Sisi opera un colpo di Stato ai danni della Fratellanza Mussulmana, manovrata da Londra sin dal secolo scorso e salita al potere dopo la rivoluzione colorata del 2011. Tra il nuovo Egitto nazionalista e l’Italia i rapporti si infittiscono: interscambi commerciali, investimenti, sintonia sullo scacchiere mediorientale;

2014, l’ENI si aggiudica la concessione Shorouk a largo delle coste egiziane;

marzo 2015, il vertice di Sharm El Sheik coincide con lo zenit dei rapporti tra Roma ed il Cairo: l’Italia si affida all’Egitto per risolvere il rebus libico, puntando così implicitamente sul generale Khalifa Haftar, già in buoni rapporti con i servizi segreti italiani;

luglio 2015, un’autobomba sventra un’ala del consolato italiano al Cairo: rivendicato dall’ISIS, l’attentato è un primo messaggio angloamericano affinché l’Italia si svincoli dall’Egitto;

agosto 2015: l’ENI annuncia la scoperta del maxi giacimento Zohr all’interno della concessione Shorouk: 850 miliardi di metri cubi, la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo;

settembre 2015: Giulio Regeni sbarca al Cairo. Reduce da un’esperienza alla società di consulente Oxford Analytica, il dottorando italiano all’università di Cambridge svolge un programma di studio/azione sul campo (Participatory action research) che lo mette in contatto con esponenti dell’opposizione di Al-Sisi: i suoi docenti, Anne Alexandre e Maha Abdelrahman, sono infatti legate al milieu della Fratellanza Mussulmana/rivoluzioni colorate. La decisione di “sacrificare” Regeni risale già a questa fase: il ricercatore è deliberatamente esposto all’ambiente dei dissidenti, informatori e spioni, così da creare il pretesto per il suo successivo sequestro ed omicidio;

dicembre 2015, al vertice marocchino di Skhirat che dovrebbe decidere le sorti della Libia, gli angloamericani “staccano” l’Italia dal generale Haftar e la spingono verso l’effimero governo d’unità nazionale libico: a questo punto, bisogna solo più incrinare i rapporti italo-egiziani ed estromettere, se possibile, l’ENI dalle sue concessioni;

25 gennaio 2016: Regeni è rapito su ordine dei servizi inglesi (le celle telefoniche testimoniano un traffico tra Regno Unito ed Egitto al momento del sequestro4), da criminali comuni o da qualche sgherro della Fratellanza Mussulmana: non è escludibile che i suoi rapitori abbiano agito in uniforme di poliziotti;

3 febbraio: il cadavere di Regeni è rinvenuto alla periferia del Cairo. Se Regeni fosse effettivamente morto durante un interrogatorio della polizia, il suo corpo non sarebbe mai stato ritrovato. Grazie allo zelante ambasciatore Maurizio Massari, con una lunga esperienza a Londra e Washington alle spalle, la situazione precipita in poche ore e la delegazione del Ministro Federica Guidi, in visita in Egitto, è bruscamente richiamata in Italia. Massari sarà promosso qualche mese dopo alla carica di ambasciatore italiano presso la UE;

9 aprile: l’Italia richiama l’ambasciatore, dopo un “fallimentare” vertice a Roma con le autorità egiziane. Lo sforzo per sabotare l’attività dell’ENI in Egitto raggiunge l’acme e si avanza esplicitamente l’ipotesi che il cane a sei zampe, “visto che ha in piedi in Egitto il più grande investimento, da circa sette miliardi di euro”5, faccia le dovute pressioni sul Cairo. Come? Sospendendo i progetti. Si ventilano anche possibili sanzioni economiche contro l’Egitto:

8 giugno: il filone delle indagini che porta in Inghilterra si schianta contro il muro di omertà dell’università di Cambridge. Il rifiuto di collaborare con gli inquirenti italiani, non genera però nessuna crisi diplomatica in questo caso: Londra e Washington godono infatti di una totale impunità in Italia, sin dagli accordi di Jalta del 1945.

Emerge quindi che i servizi angloamericani mirassero a due obiettivi uccidendo Giulio Regeni: sabotare la presenza italiana in Libia, separandola dalla coppia Al-Sisi/Haftar, ed estromettere l’ENI dal giacimento Zohr. A distanza di dodici mesi, che giudizio si può dare di questa efferata e spregiudicata operazione? Ha raggiunto o meno i suoi scopi?

Si può dire che la tradizionale “elasticità” della politica estera italiana, un po’ cerchiobottista e un po’ levantina, abbia limitato i danni: il governo ha adottato una linea intransigente contro l’Egitto, seguendo il copione impostogli da Londra e Washington, mentre l’ENI ha mantenuto toni concilianti e filo-egiziani, così da non compromettere gli interessi italiani nella regione. Nel complesso, i danni che i mandanti dell’omicidio Regeni volevano infliggere all’Italia, sono stati quindi circoscritti e limitati.

Il governo italiano si è infatti appiattito sulla linea angloamericana, richiamando l’ambasciatore e interrompendo la collaborazione col Cairo in Libia, puntando cioè sull’effimero Faiez Al-Serraj anziché sul generale Khalifa Haftar. Nel contempo l’ENI ha perfezionato il contratto per lo sfruttamento del giacimento Zohr ed ha ceduto alla russa Rosneft una quota del 30% nella concessione di Shorouk6: quasi un terzo del più grande giacimento di gas del Mediterraneo è così passato a Mosca, alleata di ferro del presidente Al-Sisi e dei nazionalisti libici. È chiara la manovra sottostante: l’ENI si prepara a tornare in Libia, non attraverso il governo d’unità nazionale libico che ha le settimane contante, ma attraverso i russi e Haftar. Dopotutto, ENI e Gazprom non si erano già spartite il giacimento libico Elephant, poco prima che Gheddaffi fosse travolto dai bombardamenti della NATO7 del 2011?

Lo sdoppiamento della politica estera italiana, metà a Roma e metà a San Donato milanese, ha così permesso di sopperire (per l’ennesima volta) ai limiti della nostra scarsa sovranità: con buona pace dei carnefici del povero Regeni, l’Italia ha discretamente tutelato i propri interessi.

C’è ancora un capitolo della vicenda Regeni che merita di essere trattato: un capitolo minore, ma non per questo meno interessante. Finora gli è stato dedicato poco spazio perché esula dai maxi-giacimenti di gas, dai pozzi petroliferi e dai relativi investimenti miliardari: è la storia della società informatica Hacking Team, inghiottita anch’essa dal ciclone Regeni perché unica azienda italiana che operi nel territorio di caccia dei Five Eyes. Il ristretto club di spioni anglosassoni: USA, GB, Canada, Nuova Zelanda ed Australia.

 

La curiosa storia dell’Hacking Team, una piccola società italiana nel mirino dei Five Eyes

Torniamo alle settimane successive al ritrovamento del corpo di Regeni: il fuoco mediatico è diretto contro il “regime egiziano”, il “dittatore Al-Sisi” ed i rapporti italo-egiziani, da interrompere tassativamente finché il Cairo non fornirà “la verità” sul caso. C’è il nome di un’azienda italiana che rimbalza spesso sulla stampa in quei giorni bollenti, a fianco dell’ENI: si tratta di Hacking Team, una piccola società informatica milanese.

“Tra i clienti di Hacking Team c’era anche l’Egitto” scrive il Corriere della Sera il 9 febbraio 20168, “Amnesty: basta con l’hacking di Stato, denunciamolo” attaccava a ruota la Repubblica citando la società, “L’ombra di Hacking Team sull’omicidio Regeni” insisteva La Stampa. All’interno di quest’ultimo articolo, si leggeva9:

Le tensioni con l’Egitto per l’uccisione di Giulio Regeni hanno lambito anche Hacking Team, l’azienda italiana che vende software di intrusione e sorveglianza a numerosi governi. Il 31 marzo infatti il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha revocato con decorrenza immediata l’autorizzazione globale per l’esportazione che era stata concessa alla società milanese, dallo stesso Mise, circa un anno fa. (…) La ragione del ripensamento del Mise va inquadrata probabilmente nell’attuale contesto geopolitico, con lo scontro (per alcuni troppo debole da parte italiana) tra il nostro Paese e l’Egitto sul caso Regeni. (…) L’Egitto sarebbe stato infatti un cliente di Hacking Team: lo mostravano i documenti della stessa azienda pubblicati online dopo l’attacco informatico subito la scorsa estate.”

Software di intrusione e sorveglianza, blocco con decorrenza immediata dell’autorizzazione ad esportare, contesto geopolitico difficile, contatti con l’Egitto nazionalista di Al-Sisi, misteriosi attacchi informatici che riversano in rete la lista dei clienti della società? Si direbbe che questo piccolo produttore italiano di software, pur fatturando solo 40 €mln10 rispetto ai 70 €mld dell’ENI, non sia finito accidentalmente nella bufera Regeni, ma gli stessi attori coinvolti nell’operazione per danneggiare i rapporti italo-egiziani (il Gruppo l’Espresso, Amnesty International, Human Watch Rights, etc. etc., dietro cui si nascondano le diplomazie ed i servizi segreti angloamericani) abbiamo sfruttato la morte del giovane friulano per colpire anche una piccola ma scomoda realtà economica. Ma di cosa si occupa esattamente l’Hacking Team? E perché è finita nel mirino dell’establishment atlantico?

Nata nel 2003, l’Hacking Team produce programmi per sorvegliare telefoni e computer, con una peculiarità che la rende pressoché unica a livello mondiale: anziché decifrare i dati criptati, li legge direttamente “in chiaro” sul supporto fisico, introducendo virus sugli apparecchi elettronici. Partecipata anche dalla Regione Lombardia, l’Hacking Team non è però un nido di pirati informatici: tra i suoi clienti figurano soltanto governi e forze di sicurezza, anche di un certo calibro, se si considera che si annovera anche il Federal Bureau of Investigation11.

Essendo così ben introdotta negli apparati di sicurezza NATO, l’Hacking Team avrebbe dovuto dormire sonni tranquilli: la situazione, invece, si deteriora mese dopo mese a partire dal 2014, sino a culminare con l’accusa di essere complice del sequestro e l’uccisione di Regeni, con conseguente revoca dell’autorizzazione ad esportare. Se la società milanese fosse stata “sensibile” agli inequivocabili messaggi che le erano lanciati, avrebbe dovuto da tempo capire di essere finita nei radar dei servizi angloamericani (gli stessi “dell’operazione Regeni”) e avrebbe dovuto notare come l’umore nei suoi confronti stesse velocemente cambiando.

Siamo infatti nel febbraio 2014 quando Citizen Lab, un laboratorio interdisciplinare dell’Università di Toronto (Canada, Five Eyes) specializzato in sicurezza delle telecomunicazioni e difesa dei diritti umani, accusa la società italiana di aver venduto un sofisticato sistema di monitoraggio di pc e telefoni (“Remote Control System is sophisticated computer spyware marketed and sold exclusively to governments by Milan-based Hacking Team”12) a decine di Paesi (Azerbaijan, Colombia, Egypt, Ethiopia, Hungary, Italy, Kazakhstan, Korea, Malaysia, Mexico, Morocco, Nigeria, Oman, Panama, Poland, Saudi Arabia, Sudan, Thailand, Turkey, UAE, and Uzbekistan), tra cui alcuni governi “autoritari”. Che uso fanno questi Paesi di dubbia democraticità dei programmi acquistati? Li usano per sorvegliare “attivisti e difensori dei diritti umani”, ossia lo stesso humus dove sono state coltivate le rivoluzioni colorate che hanno sconquassato il Medio Oriente nel 2011. Sono, per inciso, gli stessi ambienti “studiati” anche dai docenti di Cambridge del defunto Giulio Regeni.

A distanza di un mese, nel marzo 2014, il rapporto canadese è prontamente ripreso da Privacy International, un’organizzazione non governativa inglese ruotante nell’orbita della London School of Economics, che prende carta e penna e scrive al Parlamento italiano: non solo, dicono gli inglesi, l’Hacking Team viola i diritti umani, ma riceve addirittura fondi pubblici dalla Regione Lombardia. Che lo Stato italiano intervenga subito, “to investigate and to take action to ensure that its invasive and offensive not exported from Italy and used in human rights violations.”13 Già in questa fase, come accadrà due anni dopo col caso Regeni, entra in campo il Gruppo l’Espresso: “Privacy International chiede chiarimenti al governo sull’attività di Hacking Team- Una delle più importanti organizzazioni internazionali per la difesa della privacy chiama in causa il governo italiano”.

È quasi una prova generale dell’attacco che, di lì a due anni, sarà sferrato contro la società milanese, arrivando a revocarle l’autorizzazione ad esportare sull’onda dell’omicidio Regeni. Prima di procedere col racconto, soffermiamoci però sulle ragioni per cui l’Hacking Team, un tempo cliente persino dell’FBI, sia diventata improvvisamente d’intralcio ai servizi angloamericani:

è una società italiana ed il nostro Paese non fa parte della ristretta cricca di spioni anglofoni nota come Five Eyes. L’Hacking Team è quindi “un’arma tecnologica” che per gli angloamericani sarebbe meglio inglobare o neutralizzare;

opera in un lucroso mercati dove esistono pochi altri concorrenti (inglesi, americani ed israeliani) e la storia dell’Olivetti insegna che le eccellenze tecnologiche in un Paese a sovranità limitata, come l’Italia, sono spesso uccise in fasce;

i suoi programmi per la sorveglianza delle telecomunicazioni venduti a “governi autoritari” (Turchia, Nigeria, Uzbekistan, Kazakistan, Egitto e Malesia) ed impiegati per monitorare “dissidenti ed attivisti”, ostacolano le solite rivoluzioni colorate fomentate da George Soros, MI6 e CIA.

Siamo ora nel 2015 e l’assedio attorno ad Hacking Team si stringe. Nel mese di luglio un attacco informatico in grande stile scardina le difese della società milanese e, svuotatone gli archivi, riversa su Wikileaks (la piattaforma usata dai diversi servizi segreti per lanciarsi fango a vicenda) 400 Gb di dati: clienti, fatture, email, etc. etc. “Wikileaks pubblica un milione di email aziendali rubate ad Hacking Team” scrive la Repubblica, evidenziando le zone grigie dell’azienda, mentre la stampa inglese attacca ancora più pesantemente: “Hacking Team hacked: firm sold spying tools to repressive regimes, documents claim” titola il The Guardian.

Il battage della stampa insiste, infatti, sulla natura “autoritaria e repressiva” dei clienti della società milanese: Azerbaijan, Kazakistan, Uzbekistan, Russia, Baharain, Arabia Saudita ed altri “regimi” che gli angloamericani rovescerebbero con piacere. La società milanese vacilla e, per alcune settimane, sembra che debba chiudere i battenti: poi, passata la tempesta mediatica, riprende la normale attività.

Torniamo così al punto da cui eravamo partiti: Egitto, primavera 2016. L’operazione con cui è ucciso Giulio Regeni ha, senza dubbio, come principali obbiettivi l’ENI e la politica estera tra Egitto e Libia, ma il fatto che anche l’Hacking Team fosse un fornitore del Cairo è prontamente sfruttato per revocare alla società l’autorizzazione ad esportare, così da chiuderle i mercati di sbocco, come auspicato da Londra e Washington. “Hacking Team, revocata l’autorizzazione globale all’export del software spia: stop anche per l’Egitto dopo il caso Regeni” titola il Fatto Quotidiano nell’aprile del 2016.

Quella dell’Hacking Team è l’ennesima prova avuta in questi dodici mesi che l’omicidio Regeni non è la storia di un brutale interrogatorio della polizia finito in tragedia, ma un vero e proprio attacco all’Italia ed al sistema-Paese, condotto con efficienza americana e puntualità inglese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 http://www.repubblica.it/esteri/2016/04/06/news/_ecco_chi_ha_uc-ciso_giulio_l_accusa_anonima_ai_vertici_che_svela_tre_dettagli_segreti-136996781/http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/25/news/regeni_an-niversario-156820716/

3 http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/06/news/le_ultime_ore_di_g-iulio_regeni_preso_in_piazza_dalla_polizia_-132830252/

4 http://www.agi.it/cronaca/2016/09/08/news/regeni_pm_roma_rinnov-ano_richiesta_traffico_celle_telefoniche-1064105/

5 http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/18/news/_verita_per_giulio_re-geni_uno_striscione-133732696/

6 http://www5.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/energia/2016/12/12/energia-eni-vende-a-rosneft-30-shorouk-per-1125-mld-dlr_24da0db5-ac9e-46f4-936e-0ed694e3efff.html

7 http://www.gazprom.com/press/news/2011/february/article109011/

8 http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_09/regeni-clienti-hacking-team-c-era-anche-l-egitto-4bb0c930-cf3f-11e5-a78b-52d074ea1480.shtml

9 https://www.lastampa.it/2016/04/07/tecnologia/news/lombra-di-hacking-team-sullomicidio-regeni-q3ZPB0DAkoGYvp8lAuO00K/pagina.html

10 http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/13/hacking-team-tutti-i-nume-ri-del-colosso-ferito/26668/

11 https://www.wired.com/2015/07/fbi-spent-775k-hacking-teams-spy-to-ols-since-2011/

12 http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/13/hacking-team-tutti-i-num-eri-del-colosso-ferito/26668/

13 https://www.privacyinternational.org/node/147

top