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01 june 2017

 

La contraddittoria ascesa cinese. Intervista ai compagni di chuangcn.org

 

Sia in merito alle linee del suo sviluppo interno, sia a quelle della sua dimensione internazionale, della Cina si parla sempre in riferimento alla sua ascesa economica, culturale, militare; ma è necessario interrogarsi anche sulle sue contraddizioni.

 

Quello cinese è un mondo talmente distante dal nostro, quantomeno in termini linguistici, da costituire da sempre una sfida nel saperlo narrare con la giusta attenzione ed equilibrio, andando in profondità nell’analisi e sapendo soppesare al meglio i giudizi, in particolare sottolineando le contraddizioni di questo processo.

Da diversi anni i compagni di Chuang con le loro pubblicazioni sono una importante fonte di inchiesta e analisi sulla realtà sociale cinese, fornendo una serie di spunti importanti per capire al meglio quanto accade a quelle latitudini.

Pubblichiamo qui di seguito la prima parte di una intervista che abbiamo realizzato ai compagni, focalizzata principalmente sulle dinamiche di politica estera al netto delle dinamiche di ristrutturazione del potere interne al PCC a guida Xi Jinping, il quale sembra voler condurre la Cina alla guida del carro capitalista sfruttando le convulsioni della politica estera americana seguite allo switch tra Obama e Trump.

Nelle risposte si nota la necessità di saper soppesare in termini comparativi storici quanto sta avvenendo nella fase attuale e quanto avvenuto ai tempi dell’ascesa dell’egemonia americana, ma anche la volontà di interrogarsi sulla natura nient’affatto monolitica del potere cinese attraversato da notevoli linee di faglia che si riflettono anche negli equilibri e nella direzione in cui vanno le politiche del paese.

Buona lettura, pubblicheremo la seconda parte nei prossimi giorni.

 

Questo novembre il PCC effettuerà il rinnovo del Politburo, durante una fase critica per il paese. Il presidente Xi Jinping si è efficacemente elevato al “centro” sostanziale del PCC e dello stato ed ha, nel corso degli ultimi cinque anni, avocato a sé il controllo di una maggioranza delle più influenti cariche politiche e militari. In questo modo, Xi ha ottenuto un ruolo con un livello di potere paragonabile a Mao e Deng. Nondimeno questi Congressi sono momenti in cui si possono osservare, attraverso l'elezione di questo o di quell'ufficiale, possibili tendenze nello sviluppo delle politiche della Repubblica Popolare Cinese. Che tipo di indicazioni, in rapporto alla politica interna ed estera, possiamo inferire da queste nomine? Quali gruppi entro la classe dirigente cinese guadagneranno maggiore potere e quali saranno soppresse?

Nel rispondere a questa domanda per prima cosa vorremmo indirizzare alcuni assunti comuni spesso associati con questo tipo di discussione (non che voi necessariamente condividiate questi assunti, ma molti lettori potrebbero farlo).

Il primo è la tendenza diffusa a concentrare troppo potere nel PCC e nel suo apparato statale. Si presume spesso che il governo cinese ed il Partito che lo amministra abbiano in qualche modo conseguito un forte livello di autonomia dal capitale. In realtà, questa è fondamentalmente un'altra versione della vecchia fallacia dell'eccezionalismo cinese, qui applicata allo stato. A sinistra, ciò si manifesta come la speranza che forse, solamente forse, il PCC possa calare dal cielo nei momenti finali di qualsiasi crisi stia costruendo, in qualche modo forzando la Cina sulla strada del socialismo, della socialdemocrazia o di qualche variante attraverso la pura forza di volontà. A destra, il mito appare largamente come l'aspettativa che il PCC agisca come un efficace amministratore aziendale, facilitando abilmente la necessaria ristrutturazione dell'industria, sedando i disordini e redistribuendo il capitale imbrigliato in una sorta di Cino-Keynesismo globale. Si riscontra questa speranza manifestarsi anche al semplice livello del mercato azionario, in cui molti investitori sono convinti che, in ultima istanza, lo stato si muoverà sempre per impedire che si tocchi il fondo. I meccanismi divergono, ma sia la sinistra che la destra spesso agiscono come le lo stato in Cina fosse in qualche modo eccezionale, quando messo a confronto con gli stati negli USA, in Europa o altrove.

In realtà, lo stato cinese ed il PCC al suo interno sono amministratori del capitale tanto quanto qualsiasi altro governo. Potrebbe dimostrarsi essere il caso (lo è stato già, entro certi limiti) che il metodo cinese di amministrazione tra fazioni della classe dirigente sia più liscio che le alternative democratiche viste altrove. Ha certamente permesso allo stato cinese, quando alle prese con le crisi economiche, di distribuire fondi di stimolo su scala inusitata, con un ritardo minimo. Nondimeno, occorre solo ritornare al caso giapponese di diverse decadi fa per vedere molte delle stesse affermazioni essere poste riguardo alle eccezionali superiorità dell'azienda giapponese e del metodo di amministrazione cooperativo favoriti dallo stato giapponese. Le stesse, vuote affermazioni sono state invocate: “cultura”, “collettivismo”, un'esperienza storica unica. Alla fin fine, nessuna di queste cose si è dimostrata effettivamente eccezionale. Lo stato giapponese è stato incapace di fermare la crisi incipiente. E' dubbio che lo stato cinese vada molto meglio – sebbene il suo fallimento avrà luogo su una scala completamente diversa.

La seconda fallacia è la tendenza di attribuire la politica direttamente ai “Grandi Leader”. Nella prima parte della nostra storia economica (“Sorgo & Acciaio”) abbiamo discusso come l'idea del periodo socialista come la “Cina di Mao” sia semplicemente una denominazione impropria. La storia è guidata da masse di popolo in movimento, non dai timonieri. Molte delle scelte politiche effettuate nel periodo socialista erano risposte improvvisate alle crisi che sorgevano ai livelli di base entro l'industria e la società. Similmente, nella nostra imminente seconda fase della nostra storia economica, discuteremo come le politiche dell'era delle riforme non siano effettivamente mai state una strategia coerente per la mercatizzazione. Deng Xiaoping era molto meno determinante del semplice effetto aggregato di milioni su milioni di contadini che trasformavano l'agricoltura e l'industria in modi che spesso non erano mai stati pianificati (l'ascesa delle aziende operanti in ambito rurale sono un eccellente esempio di questo fenomeno). Dopo l’evento, i riformisti hanno rivendicato questi cambiamenti come vittorie, presentandole come se fossero state elaborate dalla loro fazione entro il Partito. Ma in realtà, l’epoca delle riforme è stata un processo di transizione spesso estremamente incoerente e sostanzialmente contingente, senza alcuna strategia di lungo termine. Ogni stadio di riforme è stato raffazzonato per produrre una soluzione alla bell’e meglio ad alcune crisi immediate. Dopo la loro implementazione, hanno reso più verosimili ulteriori riforme – ma difficilmente si è trattato di un prodotto della lungimiranza di Deng. All’inizio dell’epoca delle riforme è giusto sostenere (come hanno fatto studiosi come Barry Naughton) che nessuno entro lo stato la concepisse realmente come un processo di transizione a lungo termine verso una società capitalista – o nemmeno verso una vera società “socialista di mercato, come sarebbe stato ben presto sostenuto.

Così potrebbe essere fuorviante concentrarsi sul significato di Xi in rapporto ad una lista di leader come Mao e Deng. In maniera molto sostanziale, non importa davvero molto chi sia il volto dello stato. Ci sono battaglie tra fazioni che si giocano entro la classe dirigente, certo (ce ne sono sempre), ma ogni fazione che prende il potere deve dare i conti con le stesse crisi strutturali (consultare il nostro articolo “Scenari della Crisi che Viene” per ulteriori dettagli a riguardo). Lo stato cinese non è in alcun modo eccezionale, persino se potrebbe avere alcuni poteri che facilitino la ripartizione di fondi o la repressione del dissenso, ad esempio. Se Bo Xilai, un tempo caro a buona parte della “Nuova Sinistra” cinese, fosse asceso alla testa del partito avrebbe dovuto far fronte alla sovracapacità del settore dell’acciaio, ad esempio, e c’è davvero una sola soluzione a quel problema entro un sistema guidato dall’imperativo capitalista: distruzione dell’eccesso di capitale e lavoro attraverso la chiusura di fabbriche, la cancellazione di impianti ed equipaggiamento obsoleti, licenziamenti di massa, ecc.

Proprio come nelle elezioni democratiche, siamo spesso incoraggiati a percepire forti gradi di differenza tra candidati che sono gli stessi sotto ogni aspetto fondamentale, eccezion fatta per alcune discrepanze nei loro programmi sociali. Ma paragoniamo l'amministrazione di Chongqing di Bo Xilai e quella di Zhejiang o Shanghai di Xi Jinping e vi saranno davvero poche differenze sostanziali — entrambi hanno perseguito la crescita economica nelle loro regioni, entrambi hanno corteggiato gli investitori stranieri, entrambi hanno presieduto alla censura del dissenso, entrambi hanno dovuto affrontare la questione della corruzione diffusa. Ma a Chongqing Bo ha incoraggiato la rinascita di un certo livello di nostalgia dell’epoca socialista e dei valori egalitari entro la sfera culturale, e per questo motivo è stato eletto dalla Nuova Sinistra cinese al rango di alternativa in qualche modo superiore.

Nulla di ciò vuol dire che la classe dirigente in Cina non abbia fazioni importanti. Il conflitto tra le fazioni è una motivazione importante del perché Bo Xilai sia in prigione, e del perché la campagna anticorruzione di Xi abbia preso di mira alcuni leader ma non altri. Speriamo di scavare in profondità in questi conflitti interni alla classe al potere in uno dei prossimi numeri della nostra rivista – per adesso occorre effettuare molta più ricerca su questo argomento di quanto sia attualmente disponibile, dato che molti conflitti intra-capitalisti restano estremamente opachi a causa della natura dello stato cinese. La principale difficoltà qui è esattamente il bisogno di vedere dietro le fazioni politiche per risalire allo scheletro della classe capitalista al di sotto.

 

L'elezione di Trump sembra quasi essere una risposta al recente discorso tenuto da Xi Jinping a Davos, laddove il leader cinese ha sostenuto che la Cina potrebbe essere la nuovo forza a guidare la globalizzazione. Ciò avviene precisamente nel momento in cui gli USA sembrano voler rinegoziare i termini della globalizzazione, ovviamente a proprio vantaggio. Al contempo, stiamo assistendo a un aumento delle tensione nel mare della Cina del sud tra la Cina stessa e i vari alleati degli Stati Uniti. A vostro avviso, che tipo di scenari si prospettano per le relazioni Cina-USA nei prossimi anni, anche considerando aspetti decisivi per tale relazione, come la finanza?

Per rispondere a questa domanda è nuovamente necessario distinguere tra le dinamiche materiali e i discorsi pubblici dei politici. L'annuncio di Trump di una globalizzazione "rinegoziata" (o di una "fine della globalizzazione", come vorrebbero molti dei suoi sostenitori) non ha sinora assunto nessuna forma concreta. Nei fatti l'amministrazione Trump sta progressivamente divenendo di poco dissimile da come qualunque altra amministrazione si sarebbe mossa in simili condizioni – assumendo addirittura alcuni degli elementi chiave della politica estera di Hillary Clinton, come i bombardamenti in Siria. Allo stesso modo l'annuncio di Xi Jinping rispetto all'espansione globale della Cina attraverso la "Nuova via della seta" è stato indubbiamente deludente, nonostante l'ampio risalto datogli dai media. Il punto infatti è che gli investimenti nell'iniziativa "One Belt One Road" (B&R) sono al momento dello stesso tenore degli investimenti esteri cinesi in generale, ossia di una scala assolutamente incomparabile a quella che avevano i programmi grazie ai quali gli Stati Uniti si sono affermati in termini egemonici dopo la Seconda guerra mondiale, come ad esempio il Piano Marshall.

Torneremo dopo sulla questione dell'egemonia cinese e degli investimenti esteri. Ad ogni modo, rispetto alle relazioni USA-Cina, al momento esse appaiono in questo momento estremamente tese ma non quanto potrebbe apparire in superficie. L'amministrazione Trump ha avvertito la Cina in più occasioni rispetto alle tensioni nel Mar cinese del sud (come scriviamo nel nostro blog rispetto alle relazioni sino-vietnamite, ad esempio), tuttavia questi elementi al momento passano in secondo piano rispetto alla potenziale convergenza di interessi che si sta determinando rispetto al risolvere la questione nordcoreana. In tutti gli scenari che è possibile prefigurare rispetto alla nord Corea, è verosimile che Cina e Stati Uniti dovranno lavorare congiuntamente, anche se spesso il ruolo cinese ha fatto arrabbiare la sfera occidentale. C'è la possibilità ad esempio che Kim Jong-un venga estromesso dal potere dalle élite locali, e una possibile conseguenza sarebbe che la Cina potrebbe offrire asilo a Kim – consentendogli una via d'uscita che consenta un rilassamento della situazione e non richieda questa continua e insana escalation militare che egli gioca per la propria sopravvivenza. Questo passaggio sarebbe chiaramente difficile da accettare per le cerchie politiche occidentali, ma se il risultato finale fosse un aumento della stabilità e l'eliminazione di una immediata minaccia militare per gli USA e i suoi alleati (in particolare il Giappone e la Sud Corea), è un qualcosa che infondo potrebbe venir accettato.

A causa della continua interdipendenza finanziaria (ed economica più in generale), qualsiasi dura divergenza tra Cina e Stati Uniti non potrebbe che produrre uno scontro economico e una perdita da entrambi i lati, e dunque è improbabile che si giunga a una decisione politica che indurisca lo scontro, per entrambi i fronti. È indubbio che stiano cambiando i modelli di commercio globale e che questo stia cominciando a diminuire, ma nonostante vi sia che proclama la "fine della globalizzazione" non siamo certamente di fronte a un ri-formarsi di blocchi nazionali o regionali, come invece era ad esempio avvenuto negli anni Trenta. Certo, continueranno i conflitti valutari, e probabilmente assumeranno una forma simile a quella che avevano quelli tra USA e Giappone negli scorsi decenni, conducendo probabilmente a una gestione più attenta dell'inflazione accompagnata da un maggior outsourcing della produzione - dagli hub manufatturieri cinesi che ora hanno raggiunto livelli salariali più alti, come ad esempio nel Pearl River Delta (PRD), verso la Cina interna e sempre più anche verso paesi come la Cambogia, Myanmar e l'Etiopia (si veda in proposito il nostro blog rispetto a una fabbrica cinese in Myanmar).

Probabilmente il cambiamento più rilevante, dal punto di vista finanziario, riguarderà ciò che la Cina farà per mantenere i suoi livelli di investimento nel suo tentativo di gestire una massa di capitale in surplus, anche se i ritorni da questi investimenti stanno decrescendo (ancora, rimandiamo al nostro "Scenarios"). Si giungerà a un punto in cui la Cina cesserà di essere capace di essere la prima acquirente del debito statunitense, e forse essa stessa necessiterà di iniziare ad incorrere in simili deficit finanziari attraverso qualche forma di prestiti internazionali. Queste sono le macchinazioni finanziarie alle quali è importante guardare, in quanto è su di esse che si definiscono le possibilità dei vari paesi di gestire le crisi future e di generare nuovi disequilibri economici a livello internazionale, i quali contribuiscono a nuove forme speculative e avvicinano la possibilità di nuove crisi.

 

Studiosi come Giovanni Arrighi nelle loro opere suggerivano la possibilità di una ascesa cinese non necessariamente modellata sull'esperienza statunitense e occidentale, sulla scorta delle innovazioni che sarebbero potute emergere dalla particolare storia del paese degli ultimi 70 anni, con le riforme denghiste di mercato che seguivano quasi quaranta anni di socialismo del periodo maoista. L'attualità sembra dirci il contrario, con una Cina sempre più avviata, sebbene con le sue ovvie peculiarità, sullo stesso sentiero percorso dagli USA e con l'emergere allo stesso tempo di conflitti che si basano anche sulla contraddizione tra un paese che  si definisce socialista e che si rifà all'eredità marxista e leninista. In che modo possiamo secondo voi parlare di una "via cinese" differente dai modelli di governance che abbiamo visto finora all'opera nel sistema mondiale?

Siamo diffidenti rispetto al prendere in considerazione queste teorie sul "Beijing Consensus" o sull"egemonia cinese", e rispondiamo semplicemente che molti di questi processi su larga scala non seguono affatto un "modello", ma si giustappongono nel percorso di sviluppo, costruito da un bricolage di soluzioni locali a crisi locali che possono poi essere trasposte altrove. Ancora: basterebbe guardare indietro di solo venti o trenta anni per vedere le stesse affermazioni (anche tra molti degli stessi teorici dei sistemi mondiali) per quanto riguarda il Giappone. Venivano utilizzate molte delle stesse ragioni "culturali" o "storiche" e il nuovo secolo giapponese veniva immaginato come, in qualche modo, fondamentalmente diverso dal secolo degli Stati Uniti che lo precedeva. Ma alla fine non è accaduto. La crisi è arrivata, come sempre.

 

Quindi, come possiamo capire la dinamica materiale dell'espansione cinese senza cedere all'assunto che la Cina acquisirà in maniera naturale l'egemonia globale? In primo luogo, è importante quantificare la scala assoluta e quella relativa di questa espansione. Ci auguriamo di dedicare un po’ di ricerca su questo tema nei prossimi numeri della nostra rivista, ma al momento abbiamo solo gli stessi tipi di dati generici che vediamo nei media mainstream, in gran parte derivati dal Ministero delle Finanze cinesi (basato su metodologie molto discutibili). Ma da questo primo sguardo emerge chiaro che l'espansione cinese, sebbene paragonabile in scala relativa a quella del capitale giapponese negli anni '80 e '90, non corrisponde alla portata di qualcosa come il Piano Marshall o la ricostruzione dell'Asia orientale finanziata da parte delle istituzioni globali supportate dagli Stati Uniti.

 

Quello che sembra essere abbastanza peculiare è l'enfasi cinese sugli investimenti infrastrutturali. Questo è teorizzato da economisti domestici (come Justin Yifu Lin) alla stregua di un tipo di sviluppo globale basato su una "Nuova Economia Strutturale" guidata da politiche di aiuto e di investimento sull’asse Sud-Sud. Nei fatti, è probabile che gran parte di questi investimenti avranno un effetto positivo su alcune aree, almeno dalla prospettiva dello sviluppo capitalistico. Ma è anche vero che gran parte di questo investimento viene diretto in progetti di dimensioni gigantesche in aree sottopopolate, come si vede nei vasti "porti interni" nei territori confinanti dell'Asia centrale o nei grandi progetti infrastrutturali finanziati in tutto il Laos. Anche se questi progetti potranno facilitare l'estrazione delle risorse naturali in futuro, la loro attuale funzione è piuttosto quella di fornire una destinazione per il capitale eccedente, motivo per cui la maggior parte di questi progetti richiede per contratto durante tutto il processo l’impiego di imprese cinesi per quanto riguarda la parte ingegneristica, quella edilizia e quanto in relazione con esse. È semplicemente impossibile che i sistemi stradali, le pipelines o i magazzini di distribuzione possano generare un aumento produttivo senza una popolazione di operai poco costosi e dotati di grande mobilità. La popolazione del Laos (6 milioni) è all’incirca uguale alla popolazione di Kunming, capitale provinciale della vicina provincia dello Yunnan, e Kunming è una delle più piccole capitali provinciali. La maggior parte dei lavori sui progetti finanziati dai cinesi in Laos (e in Nepal, Tagikistan, Mongolia, ecc.) sono svolti  da lavoratori cinesi, impiegati da imprese cinesi, in particolare da imprese statali (SOE) che vivono un'estrema crisi di sovrapproduzione in casa.

 

Nel frattempo, la Cina si trova ad affrontare una grave crisi demografica, con un aumento del costo del lavoro e una riduzione della popolazione in età lavorativa che ha condotto ad una situazione in cui il suo "dividendo demografico" è stato più o meno già speso - e tutto questo prima che molti obiettivi demografici siano stati acquisiti (rispetto al tasso di urbanizzazione, al tasso di popolazione impiegato nell'agricoltura, al PIL pro capite). Il risultato molto probabile è che la Cina venga colpita da una forma profondamente dura della “trappola del reddito medio” come avvenuto in paesi come il Messico e il Brasile nei decenni precedenti. Una differenza primaria, tuttavia, sarebbe costituita dal divario di sviluppo tra la costa metropolitana cinese e il suo interno più povero. L’interno del paese, a partire dalle sue città più importanti, probabilmente sperimenterà qualcosa di simile alla trappola di reddito medio vista altrove. Nel frattempo, le città costiere potrebbero sperimentare qualcosa paragonabile alla stagnazione giapponese, coreana, taiwanese o di Hong Kong, talvolta chiamata "trappola del reddito alto". Ma queste due zone non sono veramente isolate l'una dall'altra, e non possono essere gestite allo stesso modo in cui si gestiscono i lati opposti di un confine nazionale. Ciò significa che qualsiasi tipo di miscela delle trappole a medio e ad alto reddito probabilmente produrrà instabilità profonde, guidate dalla geografia.

 

Per quanto riguarda la questione dell'egemonia cinese, ci sembra improbabile, e quindi un po’ inutile, confrontare la Cina con gli Stati Uniti su questo aspetto. E’ più utile confrontare l’esperienza cinese con quella giapponese di qualche decennio fa, cercando di capire quali differenze di scala (demografiche, economiche, ecc.) dei due paesi potrebbero avere conseguenze sulla forma della prossima crisi globale. Ma se pensiamo, per un attimo, alla possibilità di una egemonia cinese, è chiaro che alcuni fattori dovrebbero essere soddisfatti. In primo luogo: nessuna ascesa egemonica, come documentato dai teorici dei sistemi-mondo come Arrighi, ha avuto luogo senza un certo livello di conflitto militare. In questo tornante storico la sola Cina non è in grado di sfidare l'egemonia militare statunitense, e tutti i discorsi sul “soft power" e su una ascesa "pacifica" semplicemente oscurano il carattere necessariamente militare di amministrare l'accumulazione - una questione già sollevata durante i tentativi della Cina di espandersi in Asia Centrale, Medio Oriente, Africa orientale e naturalmente nel Mar Cinese Meridionale.

 

Secondo: esiste un elemento demografico essenziale per qualsiasi espansione di accumulazione. La Cina stessa, nel suo periodo di apertura, è stata in grado di offrire una forza lavoro incredibilmente grande, ben addestrata e altamente qualificata per la produzione capitalista. La forza lavoro cinese durante la sua apertura al mercato era quasi equivalente alla dimensione della forza lavoro in tutti i paesi sviluppati (tra cui il Giappone) combinati. Non esiste semplicemente un posto nel mondo, al giorno d’oggi, che abbia una popolazione paragonabile che non sia ancora stata completamente integrata nella produzione globale. Quindi un aumento produttivo, avviato dall'investimento cinese, dovrà fare affidamento su uno sforzo massiccio di stimolo in grado di coinvolgere popolazioni estremamente disparate nel Sud del mondo, nel Sud-Est Asiatico, in Medio Oriente, in America Latina e, soprattutto, in Africa. Ma anche la popolazione complessiva di tutti i paesi dell'Africa (appena sotto la popolazione della Cina, ma che include molti paesi come il Sudafrica e l'Egitto che sono già integrati nel circuito capitalistico globale) non fornisce una forza lavoro dello stesso tipo, rispetto a all'economia globale, come la Cina stessa ha offerto nel suo periodo di apertura - per non parlare del fatto che le imprese cinesi che operano in luoghi come l'Etiopia stanno già affrontando la questione dei bassi tassi di alfabetizzazione e di istruzione generale, che aumentano il costo degli investimenti. È difficile vedere come questa crisi demografica globale sarà risolta, anche se la Cina riuscisse a manovrare con successo tutte le sue crisi interne sopra menzionate.

 

L'espansione britannica e statunitense si è svolta in condizioni demografiche favorevoli, e queste condizioni hanno condizionato il loro "stile" di egemonia. L'espansione giapponese dagli anni Sessanta agli anni Ottanta si è svolta in condizioni demografiche favorevoli (con la popolazione cinese ancora non pienamente integrata nel capitalismo globale) e non ha ottenuto alcun livello di vera egemonia nonostante numerose innovazioni rispetto all’efficienza nei suoi metodi di amministrazione del capitale e la sua risposta generalmente solida allo scoppio di una massiccia crisi interna. Quindi è estremamente improbabile che la Cina, di fronte a condizioni demografiche sfavorevoli e al continuo dominio militare degli Stati Uniti, possa essere in qualche modo in grado di ascendere all'egemonia a dispetto di una grande catastrofe globale - e bisogna notare che anche gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di compiere questa ascesa senza l'aiuto di due guerre mondiali e di un crollo economico globale di circa dieci anni, nonostante demografia e geografia fossero favorevoli.

 

"Incidenti di massa” ossia conflitti (scioperi, raduni) nel mondo del lavoro continuano senza sosta, soprattutto nelle megafabbriche che producono per l'export. Sebbene l'economia cinese si muova sempre di più su un percorso di transizione, essa continua a basarsi prevalentemente sulle industrie tradizionali, soprattutto nei settori dell'elettronica e dell'abbigliamento. Che tipo di avanzamenti hanno conseguito i prolungati conflitti degli ultimi anni in termini di diritti e salari? I cicli di lotta degli scorsi 20 anni, trainati soprattutto dai lavoratori migranti, sono stati in grado di imporre nuove rapporti tra capitale e lavoro? Quali sono le forme di organizzazione e soprattutto di autorganizzazione che sono emerse?

Per prima cosa, dobbiamo riconoscere che molti incidenti di massa non fanno parte del “mondo del lavoro” in alcun senso diretto. Differenti stime mostrano che forse decine di migliaia di “incidenti di massa” - scioperi, proteste, scontri con la polizia, blocchi ed altre forme di azione collettiva “indesiderabile” - avvengono ogni anno in Cina.

Le stime variano. Le più recenti statistiche del 2015 del progetto Wickedonna mostrano che circa il 35% sono stati classificati come comprensivi di “lavoratori”, circa il 25% sono centrati su compratori di casa scontenti che sono stati truffati in qualche modo dagli imprenditori edili, e circa il 10% sono abitanti delle zone rurali soggetti agli espropri del governo, ecc. Gruppi più piccoli ma significativi includono proteste ambientali, proteste contro la corruzione, ecc. Il sociologo Yu Jianrong ha anche notato che i “lavoratori” sono stati tra le più ampie categorie delle azioni di massa nell'anno 2015, assieme agli abitanti delle zone rurali ed ai proprietari di case. [5] I dati precedenti e più dettagliati di Yu sostenevano che i lavoratori rappresentassero circa 30000 incidenti di massa nel 2009, ad un tasso di 80 al giorno in tutta la Cina. Yu ed altri studiosi hanno consistentemente citato che le azioni dei lavoratori rappresentino circa un terzo di tutti gli incidenti di massa in Cina. [6]

E’ importante sapere che le azioni sul lavoro, e in particolare gli scioperi, non sono che una piccola parte di uno spettro molto più ampio di agitazioni, ciascuna in una propria relazione con il capitalismo. Ognuna va contestualizzata, e non dovremmo enfatizzare indebitamente i blocchi del lavoro nelle fabbriche, che rappresentano una parte ancora più piccola di tutte le azioni dei lavoratori in Cina. Le ultime statistiche del 2016 della mappa degli scioperi del China Labour Bulletin ad esempio mostrano che gli scioperi rappresentano solo il 15% di tutte le azioni dei lavoratori. La vasta maggioranza delle azioni sono proteste e manifestazioni, che ad esempio possono includere i lavoratori licenziati delle aziende di proprietà statale (state-owned enterprise - SOE) in marcia per le strade richiedendo un compenso, lavoratori delle costruzioni che minacciano di saltare da un edificio richiedendo il pagamento degli arretrati, o insegnanti congedati che tengono un sit-in presso un ufficio governativo richiedendo il diritto ad una pensione. Fuori dall’ambito degli incidenti di massa, ovviamente, di sicuro ci sono innumerevoli piccole interruzioni del lavoro che avvengono all’interno di fabbriche che non figurano in nessun registro statistico. Detto tutto, semplicemente insistiamo sul fatto che nessuno possa presupporre che un’azione di sciopero industriale, diciamo in una fabbrica dell’elettronica o del settore tessile, sia in qualche modo rappresentativa della maggior parte delle forme di resistenza in Cina. In realtà, questo tropo crolla persino dopo un breve esame dei dati empirici disponibili.

E’ una questione di definizione di "industrie tradizionali". Quelle minerarie, dell’acciaio ed altre industrie pesanti potrebbero essere meglio comprese come “tradizionali” nel contesto della Cina moderna. Certo, le industrie tessili ed elettroniche orientate all’export sono senza dubbio sono state cruciali negli ultimi 15-20 anni di crescita in particolare. Entrambi questi lavori nell’industria leggera e pesante definiscono ancora una porzione ampia, ma in declino, della popolazione lavorativa. Il settore dei servizi (per tagliare con l’accetta) sta crescendo rapidamente, ma molti di questi nuovi lavori sono poco retribuiti, con un alto turnover e poche speranze di stabilità o avanzamenti di carriera per i lavoratori.

Ci sono stati molti cambiamenti nei rapporti lavorativi nelle due passate decadi, ma dovremmo stare attenti a non attribuirli tutti alla mera resistenza dei lavoratori - come molti spesso, troppo sbrigativamente, fanno. Non possiamo dimenticare che lo stato ed i capitalisti lavorano continuamente alla regolazione dei rapporti capitalisti (riproducono la relazione salariale) per garantire “rapporti lavorativi armoniosi”. Gli aumenti del salario minimo, le revisioni al codice del lavoro e campagne statali per denunciare gli arretrati salariali, ad esempio, sono senza dubbio una parziale risposta ad un’agitazione intensa e di lungo periodo da parte dei lavoratori – ma non dovrebbero essere semplicemente considerate come “vittorie” o traguardi della militanza operaia; dovremmo anche riconoscere che politiche come l’aumento del salario minimo ed altri tentativi di formalizzare e stabilizzare le relazioni salariali in Cina rappresentano una buona fetta della priorità da parte dello stato di incrementare il consumo domestico e sviluppare il mercato interno cinese.

Riguardo alle lotte dei lavoratori migranti negli ultimi 20 anni, i rapporti lavorativi sono stati regolati sempre di più, con una maggiore erogazione di benefit sociali (sistema di assicurazione sociale), ed hanno sviluppato una più ampia burocrazia di organi statali afferenti al mondo del lavoro (corti di arbitrato, il sindacato di stato, per non parlare della polizia). Persino a giudicare da questi magri cambiamenti, le cose non sono migliorate così tanto. Mentre i rapporti lavorativi sono stati sempre maggiormente regolati, solo un terzo circa dei lavoratori migranti ha un contratto con il proprio datore di lavoro [7], nonostante anni di tentativi da parte dello stato di formalizzare le relazioni. I benefit dell’assicurazione sociale sono cronicamente sottopagati o non pagati affatto, ed i lavoratori hanno poco o niente per andare in pensione. Le burocrazie statali operano attraverso la propria logica delle quote e la propaganda, perciò le spinte alla promozione dello “stato di diritto” e “rapporti di lavoro armoniosi” non sono altro che una patina sulla superficie di un conflitto sociale montante in cui i percorsi legali dello stato sono di poca utilità per i lavoratori. Oggi il numero di vertenze registrate con lo stato sta superando persino quelle registrate all’alba della crisi finanziaria del 2008.

Tenendo conto di tutto ciò, i conflitti hanno “ottenuto” livelli di responso dalle burocrazie statali: aggiustamenti ai meccanismi di risoluzione delle vertenze, campagne di punizione dei datori di lavoro colpevoli di accumulare arretrati ed altri abusi, per non parlare dell’aumento dei budget di polizia, della sorveglianza e dei giri di vite sulle organizzazioni.

Ciò non vuol dire che i lavoratori non siano riusciti a conseguire qualcuno dei loro obiettivi immediati. In realtà, spesso i lavoratori riescono a riottenere la paga, la retribuzione loro dovuta o aumenti di stipendio attraverso l’azione collettiva, che induce lo stato e i datori di lavoro a rispondere. Come descritto nel nostro articolo “Nessuna strada in avanti, nessuna strada a ritroso,” [8] gli "incidenti di massa" in Cina hanno spesso raggiunto risultati in sordina, mentre scioperi generali nazionali e disordini in Europa possono essere ignorati o repressi. Citando il detto cinese, “un gran putiferio porta a grandi risultati, un piccolo putiferio porta a piccoli risultati e nessun putiferio a nessun risultato” (????? ????? ?????).

In termini di organizzazione, non c’è penuria di autorganizzazione, tra i lavoratori ed altre categorie come gli abitanti delle campagne o i proprietari di case urbani espropriati delle loro abitazioni. Specialmente in quest’epoca di dispositivi mobili e social media, tutti gli strati della società sono in grado di contattarsi reciprocamente ed agire collettivamente rispetto alle principali questioni delle loro vite. Nonostante l’intensa censura e monitoraggio dei social media, il numero e la scala delle azioni collettive e delle reti sociali inevitabilmente sopraffano la capacità dell’apparato statale di controllarle completamente. I lavoratori usano un’ampia gamma di spazi di autorganizzazione:

 

- cerchie sui social media

- reti amicali, familiari e laoxiang (persone della stessa zona)

- organizzazione sul posto di lavoro

- campagne legali e petizioni

- piccole pubblicazioni di lavoratori, poesia, musica e spazi in cui i lavoratori possano discettare su vita, politica e azione

In generale, c’è la forte argomentazione che un "meccanismo inibitorio" abbia finora contenuto le lotte in Cina ben entro certi limiti, ma ciò fornisce ancora più ragioni per comprendere le dinamiche delle lotte contemporanee - nel loro senso più ampio, libere dai tropi del vecchio movimento operaio – e di come gli attuali meccanismi possano essere rotti.

 

La questione ambientale sembra essere una delle sfide più grandi all’orizzonte per la sostenibilità del modello economico cinese. Su questo tema sono emersi molti conflitti, sottolineando la contraddizione tra sviluppo e benessere, spingendo decine di migliaia di persone alla difesa dell’ambiente e della loro terra, con l’attacco in parallelo all’inquinamento ed alla devastazione ambientale ed al modello di sviluppo che li produce. A parte la questione del lavoro, può essere questo il tema tramite cui sia possibile misurare la tenuta del modello politico ed economico cinese?

L’ambiente è senza dubbio un luogo chiave dell’antagonismo nella Cina contemporanea, generando alcune delle proteste più grandi ed organizzate. Nel 2004 — in una delle proteste più estese dal 1989 — in decine di migliaia dilagarono nel sito di costruzione della ciclopica diga di Pubugou, rallentando il progetto e portando all’esecuzione di almeno uno dei manifestanti. Questi ultimi erano furiosi per la perdita di terra ed il ricollocamento forzato. Anche l’inquinamento effettivo e potenziale delle fabbriche chimiche portò ad enormi proteste. Anche un movimento di protesta contro la costruzione di una fabbrica di paraxylene (PX) a Xiamen, Fujian, radunò decine di migliaia di persone, portando allo spostamento della fabbrica. A Chengdu, Sichuan, le proteste contro lo smog sono iniziate dopo che delle persone misero maschere sulle statue nel Dicembre 2016. Furono duramente represse.

Il danno ambientale non è nuovo in Cina, ed il regime di sviluppo post-1949 ha visto la trasformazione della natura come centrale rispetto al suo progetto di industrializzazione e potere nazionale. Ci sono due percorsi chiave per comprendere il danno ambientale contemporaneo e le proteste che produce. Per prima cosa, il danno ambientale attacca la riproduzione sociale della popolazione, in particolare nella campagna. Dal 1949 il divario città-campagna è stata una struttura portante utilizzata per lo sviluppo economico della Cina, non solo in termini di estrazione del surplus rurale per il fine dell’industrializzazione. In aggiunta, la sfera rurale è stata usata come uno sfogo per i problemi urbani ed ambientali, e ciò continua oggi. L’ambiente rurale paga un alto prezzo per l’investimento – e per la crescita economica basata sull’export. Fino ad un quinto del territorio rurale cinese è inquinato, così come fino al 90% della sua acqua. È in gioco la stessa riproduzione della vita sociale rurale. I movimenti di protesta urbani, come le proteste contro l’impianto PX a Xiamen, sono state più efficaci di quelli rurali, mostrando il potere ineguale tra abitanti urbani e rurali, oltre alla maggior paura che le proteste urbane suscitano nel partito. La rapida urbanizzazione che ora sta conoscendo la Cina non mitigherà questo problema, dato che gli abitanti delle aree urbane utilizzano circa quattro volte l’energia di quelli che vivono in campagna. Inoltre, le città in espansione stanno rapidamente divorando il suolo coltivabile.

In secondo luogo, l’altra faccia di tutto ciò è il fatto che lo sviluppo economico sia finanziato non solo dalla manodopera a buon mercato, ma anche dalla natura a buon mercato – i costi ambientali dello sviluppo non vengono pagati da quanti traggono profitto da essi. Ciò ovviamente è vero per quanto riguarda il capitalismo in genere, ma nel periodo delle riforme in Cina è stato particolarmente prominente, poiché gli ufficiali statali del posto sono stati valutati quasi esclusivamente basandosi sulla crescita del PIL nella loro zona durante il loro mandato. Tale questione è degenerata a tal punto che il governo centrale ha cercato di revisionare il modo in cui esso valuti gli ufficiali, proponendo una misura di “PIL verde” nei primi anni 2000. La misura è stata cestinata dopo che ufficiali locali e rappresentanti degli interessi delle industrie si sono ribellati al piano, sebbene di recente si sia ripreso a parlare della proposta. Questo è un altro esempio del modo in cui la leadership centrale sia altamente imbrigliata. Ci sono modi in cui la controparte riesce a gestire i problemi e le proteste che provoca, come traslarli nella sfera rurale, come citato prima, ma tali strategie non riescono ad arrivare alla causa radice del problema: il capitalismo ed il suo sviluppo in Cin si basano solo sulla disponibilità di natura a buon mercato.

 

Lo sviluppo della logistica sembra una chiave fondamentale per comprendere le dinamiche che caratterizzano il capitalismo contemporaneo. In un testo recente, avete analizzato il modello di business di Amazon, e le tipologie di rapporti tra lavoro e capitale che questo modello crea. Guardando dall’altro verso, anche la dimensione geopolitica sembra vedere la logistica come una fonte primaria di ulteriori traiettorie di crescita economica con, ad esempio, progetti come la Nuova Via della Seta. E’ possibile dire che la globalizzazione guidata dalla Cina possa anche essere compresa in questo modo: come una rIstrutturazione della precedente fase americana, soprattutto in quest’area della logistica?

 

Chiarimento:

 

Possiamo considerare la Cina come il nuovo principale player mondiale che si stia avviando a “sostituire” gli USA? O abbiamo bisogno di usare diversi paradigmi interpretativi per afferrare ciò che stia succedendo? E come pensate che la globalizzazione a guida cinese abbia al proprio centro un uso politico della logistica (come la cosidetta “Nuova Via della Seta”)? In altre parole, possiamo considerare il tessuto logistico globale cinese come una sorta di soft power per conseguire una nuova egemonia globale?

 

No, la China non sembra capace di rimpiazzare gli USA come il nuovo principale player globale nelle prossime decadi, specialmente a causa delle ragioni militari delineate in precedenza. Perciò si, abbiamo bisogno di un paradigma diverso. In precedenza abbiamo proposto il Giappone intorno agli anni ‘80 come maggiormente utile per un raffronto ma, come anche notato in precedenza, la molto maggiore scala della popolazione cinese, della superficie, ecc. ed il ruolo molto più ampio dello sviluppo di infrastrutture internazionali nell’espansione cinese comporta che il suo impatto sul capitalismo globale differisca significativamente da quello del Giappone di alcune decadi fa.

 

Inoltre, questi progetti infrastrutturali – inclusi i principali aspetti della Belt and Road Initiative (B&R) — comprendono un elemento di espansione militare. Sebbene ancora irrisorio in confronto alla presenza militare internazionale di USA, Russia e pochi altri paesi, questa espansione militare (combinata con l’integrazione economica regionale, le manovre diplomatiche, ecc.) potrebbe, entro un paio di decenni, aiutare la Cina ad iniziare ad assumere un ruolo equiparabile a quello di un egemone regionale, portando ad un mondo multipolare.

Perlomeno questo è un obiettivo esplicito di elementi relativamente nazionalisti entro la classe dirigente cinese, secondo dichiarazioni che appaiono di volta in volta nelle pubblicazioni come The Global Times. Ma una tale strategia presume che le economie globale e regionale possano continuare a crescere abbastanza in fretta e per abbastanza tempo da prevenire che il disordine sociale destabilizzi questo percorso di riallineamento geopolitico. Un possibile risultato dell’approfondirsi del rallentamento economico ed un picco di disordini diffusi (oltre alla rivoluzione globale in cui tutti speriamo ma che sembra altamente improbabile nel prossimo futuro) potrebbe essere il tentativo prematuro di sfidare militarmente gli USA ed i loro alleati. Ciò sarebbe disastroso per lo stato cinese, per non parlare delle persone che vivono nella regione. Ma se l’economia riesce a mantenere una crescita sufficiente ed i dirigenti cinesi a mantenere il sangue freddo, sembra più probabile che continuino solo gradualmente ad intraprendere piccoli passi verso una sfida al potere USA nella regione – come hanno iniziato a fare nel Mar Cinese Meridionale.

 

In rapporto a ciò, è di aiuto un report recente su Pri.org:

 

Che la Cina apra la sua prima base [navale d’oltremare] nella remota Gibuti è dovuto al totale accerchiamento della sua costiera pacifica da enormi basi americane. La sua missione corrente di costruire piccoli avamposti nel Mar Cinese Meridionale – che il Presidente USA Donald Trump erronamente chiama una “gigantesca fortezza” — è stata ripetutamente minacciata dalla US Navy.[…] L’esercito statunitense divora la bellezza di 622 miliardi di dollari l’anno – più di quattro volte il budget militare cinese. ...D’altro canto] la marina cinese è quella che cresce più rapidamente nel mondo e, entro qualche decade, dovrebbe mostrarsi altamente in grado di respingere le minacce americane nelle sue acque di prossimità. Nei mari più lontani, si aspetterà sempre più che gli USA si ritirino rispettando il suo diritto di difendere le arterie oceaniche che pompano vita economica nel paese.

 

Dunque se riformuliamo la vostra domanda in termini di egemonia regionale, anziché globale, potremmo dire si: il tessuto logistico internazionale (ad ora lontano dal “mondiale”) cinese potrebbe essere considerato una forma di potere – non solo soft power ma anche, in una misura molto minore ma in crescita, hard power—verso lo scopo finale di conseguire l’egemonia regionale e muovere verso un mondo multipolare.

 

Tuttavia, una tale affermazione oscura comunque alcuni punti importanti. In primo luogo, i programmi internazionali cinesi come la B&R interessano molto più che la logistica. E’ corretto sottolineare che la logistica sia centrale per tali programmi e per l’espansione internazionale cinese in generale, e mentre ciò non è di certo un unicum della Cina contemporanea (ovviamente le spedizioni e la costruzione di ferrovie, ad esempio, erano centrali per il colonialismo europeo), sembra esserci qualcosa di speciale rispetto all’uso peculiare della logistica in proposito. Forse si tratta che tali programmi evidenzino ufficialmente la costruzione di infrastrutture – specialmente quelle di trasporto – come una sorta di proposta di vendita agli altri stati ed investitori privati per convincerli ad accedere a nuovi e rischiosi rapporti economici e politici. E’ possibile che ciò sia collegato ai cambiamenti nel modo in cui oggi funzioni la logistica, in associazione alla “rivoluzione logistica” dagli anni ‘80. In realtà, la “logistica” per come la conosciamo oggi non esisteva nemmeno prima degli anni ‘80, tranne che nella più datata accezione militare. [9] C’erano piuttosto solo settori di trasporto, magazzini e commercio separati, senza nulla di simile all’integrazione computerizzata di questi in un sistema unico organizzato attorno ai bisogni delle aziende transnazionali della distribuzione.

 

Proprio per questa ragione, tuttavia, il termine “logistica” potrebbe non essere il più utile per comprendere i programmi cinesi come la B&R. Se osservate tali programmi più da vicino, noterete che la maggior parte dei loro progetti infrastrutturali riguardano il trasporto e l’energia, ma non necessariamente la logistica in quanto tale. Ovviamente, tale infrastruttura è necessaria per la logistica, ma lo è anche per scopi militari e di altro tipo, e non è un’esclusiva dell’attuale epoca o della strategia di espansione cinese. Forse una differenza più importante tra quest’aspetto dell’espansione cinese e quelle del colonialismo europeo o del neocolonialismo americano è il dire semplicemente che stiamo vivendo in un’epoca post-coloniale dove quasi 200 stati hanno almeno fornito l’apparenza di negoziare accordi a vicenda come entità sovrane, dunque un dato stato non può semplicemente andare a costruire una ferrovia sul territorio di un altro stato (almeno non senza la scusa accettata dalla “comunità internazionale”).

 

Un secondo punto oscurato da questa enfasi sulla logistica come mezzo per costruire egemonia è che la spinta più immediata per questi progetti di espansione è il bisogno di trovare uno sfogo per il surplus di capitale cinese ora che l’investimento domestico sta sia diventando meno profittevole che incontrando limiti materiali epitomizzati dalle famose “città fantasma” cinesi. Che cos’altro potrebbe fare la Cina con i suoi milioni di tonnellate extra di acciaio, ad esempio? Insieme a ciò vi è il bisogno di ridurre i costi (inclusi i costi di trasporto, oltre ai costi diplomatici) di acquistare materiali grezzi e di vendere i prodotti cinesi sui mercati d’oltremare – altre modalità di controbilanciare temporaneamente la caduta del saggio di profitto. Certo, perlomeno alcuni dirigenti cinesi sperano di conseguire in ultima istanza l’egemonia regionale e considerano la B&R come un modo di muoversi in quella direzione, ma anche quell’aspirazione politica dovrebbe essere considerata come interrelata al bisogno economico più immediato di affrontare le crisi di sovraccapacità e sovra-accumulazione della Cina.

 

Infine, un’altra importante funzione dell’espansione internazionale cinese è l’esternalizzazione dei costi sociali ed ambientali dello sviluppo capitalista. In precedenza abbiamo notato come la stessa campagna cinese abbia funzionato sia da sfogo per i problemi ambientali e come un luogo in cui parte del lavoro di riproduzione sociale fosse esternalizzato. Ma in misura sempre maggiore, man mano che la Cina rurale perde la capacità di svolgere efficacemente questi ruoli (a causa della distruzione ambientale di molte zone, della recinzione dei residui appezzamenti fertili per un uso più diretto da parte delle aziende capitaliste e del più intensivo ridislocamento delle famiglie contadine nelle zone urbane), sia il capitale cinese che quello transnazionale devono rivolgersi altrove in cerca di luoghi in cui esternalizzare questi costi. Le aziende cinesi sono ora in competizione con quelle di posti come la Corea per ottenere terra sia nei paesi vicini, come il Myanmar ed il Laos, ed alcuni lontani come il Brasile, non solo per sviluppare infrastruttura di trasporto e progetti energetici, ma anche di implementare progetti agrari su larga scala. Oltre a fornire uno sfogo per il surplus di capitale ed abbattere i costi delle materie prime, una tale espansione ha anche iniziato ad esternalizzare i costi ambientali della produzione, come visto nella distruzione della foresta amazzonica, ad esempio – in cui gli investitori cinesi fanno comunella con quelli di altri paesi (e con lo stato brasiliano, ovviamente). Tali costi ambientali sono anche legati con quello che Jörg Nowak ha chiamato “l’esportazione del conflitto sociale” dato che l’inevitabile resistenza a tale distruzione ed espropriazione si dà in terra straniera, quindi abbattendo l’impatto sulla stabilità sociale e politica della Cina. [10]

 

Redazione di Chuang, Giugno 2017

 

[5]  http://cul.qq.com/a/20160223/023980.htm

[6]  I dettagli di questa tesi si trovano nella nota 3 di questo articolo:

http://www.gongchao.org/2016/06/01/interview-struggles-organizing-repression/#sdfootnote3sy

[7]  http://www.sixthtone.com/news/1000141/fewer-of-chinas-migrant-workers-have-labor-contract

[8]  http://chuangcn.org/journal/one/no-way-forward-no-way-back/

[9] Sull'adozione commerciale del termine "logistica" ed alcune tecniche ad esso associate in ambito militare, consultare The Deadly Life of Logistics di Deborah Cowen (University of Minnesota Press, 2014).

[10] Comunicazione personale basata sul'attuale percorso di ricerca di Nowak sull'investimento estero (che include ma non si limita al caso cinese) e la resistenza locale all'esproprio, allo sfruttamento ed alla distruzione ambientale. Casi paragonabili sono stati documentati in altri paesi come il Myanmar (riguardo al quale consultare “The interplay of activists and dam developers: the case of Myanmar’s mega-dams” di J. Kirchherr, et al., International Journal of Water Resources Development, 2016).

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