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12 June 2017

 

“Annullare il debito? Si può fare”

 

«Demistificarne la narrazione, mettendo in campo il ripudio del debito, e praticare con le lotte sociali la de-finanziarizzazione della società, attraverso la riappropriazione sociale di tutta la ricchezza collettivamente prodotta, sono le strade che dobbiamo iniziare a percorrere»: l’ultimo libro di Marco Bersani, "Dacci oggi il nostro debito quotidiano – Strategie dell’impoverimento di massa" (DeriveApprodi, 2017)

 

Dal Vangelo secondo Matteo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». «No, mai», risponde oggi quell’invisibile ovunque che è, come una certa politica ha voluto che fosse, il mercato.

 

L’ultimo libro di Marco Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano –Strategie dell’impoverimento di massa(DeriveApprodi, 2017), affronta la questione del debito pubblico attraverso una ricostruzione puntuale e, in parallelo, attraverso un’operazione di debunking rispetto alla narrazione dello stesso che è stata imposta dall’alto. Traccia, infine, alcune rotte possibili per speronarne il tabù e, dopo averlo ripudiato, chiederne l’annullamento.

Il volume è articolato in più capitoli, assemblati in maniera eidetica – cioè la sintesi storica dialoga a stretto giro con la demistificazione delle narrazioni mediatiche – al fine di proporre uno strumentario utile allo smantellamento di ideologia e prassi che soggiacciono all’economia del debito. 

 

Per una (breve) storia del debito

Il libro si apre con una breve – ma tempestiva – ricostruzione storica del paradigma credito/debito, la cui parabola va dalle origini, nel mondo antico, fino all’epoca odierna del capitalismo avanzato. Sulla scorta dell’antropologo David Graeber, Bersani argomenta di come già nell’antica Mesopotamia – benché con una declinazione diversa dal nostro concetto di “debito pubblico” – fosse presente un articolato sistema di debito, e tra le tante riprove è emblematica quella filologica che il primo significato legato al termine “libertà”, sia un tramando sumerico della parola amargi, traducibile con l’espressione “libertà dai debiti”.

 

Quindi, non solo il sistema debitorio ha radici antichissime, ben prima dell’avvento del capitalismo, ma ha anche iscritto in sé stesso l’esigenza di rinegoziarlo, ristrutturarlo, annullarlo, al fine di evitare il collasso societario, come testimoniano anche i molti casi in cui, nel regno babilonese di Hammurabi, il «potere annullava periodicamente tutti i debiti e ripristinava i diritti dei contadini».

 

Se è vero che il mondo antico reagiva al problema del debito con imposizioni dall’alto – che tuttavia, per certi versi, non sono così dissimili dal verticismo tecnocrate delle democrazie odierne – e che l’annullamento era una misura volta al contenimento delle pressioni sociali, non si può eludere il fatto che fosse comunque un’ipotesi iscritta nella policy al fine di mantenere una soglia di sostenibilità societaria.

E ancora: la panoramica storica di Bersani prosegue (qui accennata per sommi capi) con l’età medievale – periodo in cui continuano ad occorrere “le prestanze” e i debiti, erogati dai primi banchi e riscossi attraverso l’alienazione della pubblica rendita o con un sistema di ipoteche e pegni – e giunge fino all’ascesa degli stati moderni, momento culminante in cui si scorge, nel documento storico del Grand Livre de la Dette publique (Il Gran libro del debito pubblico, datato 1793), il modello sul quale furono creati e normalizzati molti dei restanti sistemi di debito europei, tra cui quello italiano, che entra in vigore nel 1861, dopo l’Unità.

 

La fine dei “trenta gloriosi”

Dopo l’età moderna e contemporanea, si balza al secondo dopoguerra novecentesco, in cui, dopo la fine del boom dei “trenta gloriosi” – ’50-’60-’70, il tema e problema del debito assume sembianze pervasive e sistemiche.

 

Negli anni ’80, spiega Bersani, si consuma in maniera esacerbante lo scontro tra capitale e lavoro, alla fine del quale ci si trova immersi «in una crisi da sovrapproduzione e mancata allocazione su nuovi mercati», e per superare questa “impasse” il capitale adotta nuovi meccanismi e strategie che sono la contrazione salariale e la drastica riduzione dei redditi. Se prima il ciclo prevedeva la filiera di produzione-merce-denaro, ora scarta su denaro-denaro, in due parole si passa al “capitalismo della finanza”.

 

E tre, prosegue l’autore, sono le tappe storiche che scandiscono questo passaggio epocale all’algoritmo finanziario:

1) la fine degli accordi di Bretton Woods volti all’arginamento e prevenzione delle crisi monetarie – cioè l’abbandono, di cui Nixon è l’apripista nel finanziare la guerra in Vietnam, della corrispondenza dollaro/oro;

2) la progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari e la liberalizzazione delle commesse – processo che scorre parallelo negli States e in Europa – grazie anche all’avvento delle nuove tecnologie (ergo: facilità nell’imporre flessibilità ed esternalizzazione del lavoro);

3) la messa in atto di una politica monetarista – da parte di Paul Volker, il Presidente della Federal Reserve, nel 1979 – con l’inevitabile conseguenza di acuire la dipendenza di ogni potenziale finanziamento dai mercati borsistici. Dopo questi tre passaggi, incrementati con la definitiva abolizione della distinzione tra banca commerciale e banca d’investimento, il quadro è completo e si entra nel pieno dell’era della debt economy, con tutte le nefaste conseguenze di cui oggi ci troviamo a pagare il salatissimo prezzo.

 

Anche Guido Brera, nei suoi molti interventi, e nell’ultimo suo lavoro – insieme a Edoardo Nesi – Tutto è in frantumi e danza (La Nave di Teseo, 2017), chiarisce che la finanza e il mercato, ben lungi dall’essere entità mostruose in sé e per sé, lo diventano dal momento in cui smettono di subire controlli e regolamentazioni dalla politica e, invece, si sostituiscono ad essa: del resto «è il capitalismo ad essere per natura vorace».

 

La messa a valore di diritti e beni comuni

Tra gli ’80 e i ’90, racconta Bersani, si assiste infatti ad una gigantesca «redistribuzione al contrario della ricchezza». Il sistema capitalistico, per superare l’impasse di cui sopra ed evitare di compromettere la “pace sociale”, adotta nuovi meccanismi che ancora una volta – ma in maniera più insistita e pervasiva – si ripercuotono sulle classi subordinate.

 

Per mantenere saldi produzione e consumi, a fronte del (falso) problema del debito pubblico, i redditi da capitale vengono tassati meno, quelli da lavoro vengono tassati di più. Ma non solo: per trovare nuove fonti estrattive il capitale scova come suo target privilegiato tutti quei beni e quei diritti che prima erano considerati comuni e inalienabili, immuni dalla messa a profitto.

 

Istruzione, salute e acqua diventano ora servizi e beni deprivati della loro gratuità e immessi sul mercato, per intercettare, dopo la sovrapproduzione e la mancata allocazione, nuovi consumatori.

 

In Italia

In Italia – dopo una panoramica globale il focus di Bersani si concentra, dati alla mano, sul nostro Paese – la questione del debito viene servita attraverso due principali mosse: la prima è il “divorzio”, nel 1981, tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro – la cui conseguenza diretta è quella dell’emissione di titoli statali che progressivamente alzano il loro tasso d’interesse; la seconda è la “bomba dei derivati”, cioè il ricorso – distorto e scellerato – a strumenti con finalità assicurative che si fanno carico del rischio di variabilità del cambio, e la cui conseguenza è stata di “allungare la vita” al debito pur di mantenere al sicuro le casse statali.

Il grande inghippo allora, argomenta Bersani, sta nella duplice mossa dall’alto di creare – e far gravare sui cittadini – un enorme e virtuale debito mediante il sistema dei derivati salvo poi scrollarselo di dosso attraverso una progressiva socializzazione dello stesso, in una parola, che ormai si conosce bene: austerity.

 

Shock therapy e dicotomia schizoide

Come la storia insegna c’è sempre – anche nell’era che oggi si vuole falsamente post-ideologica – un’ideologia che soggiace ad una ristrutturazione sistemica della società.

 

Quella che riguarda l’economia del debito va ricercata nei cardini del neoliberismo, teorizzati e offerti alle governance di buona parte del globo dall’economista Milton Friedman, e che sono i seguenti: a) il benessere dell’uomo va perseguito attraverso risorse e capacità imprenditoriali – tradotto nel mantra individualista «sii l’imprenditore di te stesso» –, proprietà privata, libero mercato e libero scambio; b) il ruolo dello Stato è garantire tutto questo; c) per farlo, lo Stato deve ricorrere finanche a strutture e autorità come forze militari, poliziesche e legalitarie; d) al di fuori di queste funzioni, lo Stato non deve in nessun modo intralciare il libero mercato o minare la proprietà privata degli individui.

 

Se si pensa alle politiche che oggi, tra paranoie securitarie e privatizzazione sistemica, imperversano in buona parte del globo, i quattro elementi-cardine dell’ideologo Friedman sembrano aver messo inequivocabilmente radici. Ma perché questo possa accadere, prosegue Bersani nella sua disamina, c’è bisogno non solo dell’imposizione bruta e militaresca operata dall’establishment ma anche e soprattutto della costruzione di un’adeguata narrazione che legittimi ciò che il potere applica.

 

E questa narrazione passa per una sorta di “shock” che è stato perpetrato, nelle psicologie dei soggetti da governare, attraverso almeno tre elementi-chiave che ruotano attorno ai concetti di “crisi” e di “debito”: la soppressione dell’aggettivazione nel termine “crisi” – cioè la “crisi” non è economica, politica, sociale ma è soltanto e vagamente “crisi – per ammantarla di transitorietà; il far introiettare una sorta di “senso di colpa” ad ogni singolo individuo rispetto al debito, per far sì che si senta di doverlo ripagare a costo di lavorare duro con bassi salari e scarsità di servizi e diritti; il mantenete immobilismo e solitudine – di contro a dinamismo e aggregazione sociale – in quanto uniche condizioni possibili per far transitare la crisi ed estinguere il debito.

 

Ecco che la “prudenza” di certi governi cala la maschera e si manifesta per quello che è: un a «biopolitica del debito», tanto tenace e autoritaria da produrre nuove tipologie di soggettività tra i cittadini, sempre più ciniche – nel loro individualismo – e isolate – nella loro rassegnazione –, sulle quali grava una dicotomia schizoide che prevede il dover essere «colpevoli nel debito ma innocenti nel consumo».

 

Infrangere il tabù

Di fronte allo stato di queste determinazioni politiche ed economiche, l’appello di Bersani, nelle battute conclusive del libro, è di riavvolgere il nastro alle tensioni – emblematiche e, in senso retro-attivo, concretizzabili – della crisi greca e di cominciare a ripensare non solo come possibile ma doverosa da perseguire – finanche attraverso strumenti giuridici.

Innumerevoli sono i trattati giuridici e le dichiarazioni che l’autore cita, a testimonianza del fatto che la soluzione legittima sia iscritta negli stessi accordi istituzionali alle voci di “forza maggiore”, “stato di necessità” e “cambiamento fondamentale delle circostanze” e che, quindi, vada pretesa – la strada che conduce all’annullamento del debito pubblico.

 

«Demistificarne la narrazione, mettendo in campo il ripudio del debito, e praticare con le lotte sociali la de-finanziarizzazione della società, attraverso la riappropriazione sociale di tutta la ricchezza collettivamente prodotta, sono le strade che dobbiamo iniziare a percorrere».

 

 

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