12 dicembre 2017

 

Zomegnan: “Ecco perché il Giro del 2018 proprio non mi piace”

 

E’ stato recentemente presentato al pubblico il Giro d’Italia 2018. In questo commento, un nuovo contributo esclusivo per “Il Bernina” del celebre Angelo Zomegnan

 

E’ sempre un piacere affacciare su “Il Bernina” qualche frase: la platea è competente e diffusa a varie latitudini d’Europa e non soltanto.

 

Stavolta lo faccio in prima persona singolare perché mi accingo ad elencare convinzioni strettamente personali senza pretendere che rappresentino posizioni facilmente condivisibili. La materia è variegata e dunque va sfaccettata. Si tratta di mettere sulla bilancia il Giro d’Italia di ciclismo del 2018.

 

Il Giro numero 101 presentato il 29 novembre 2017 non mi piace. Lo scriverei in maiuscolo se ce ne fosse bisogno…

 

Non mi piace sotto molti, troppi profili:

1) La filosofia alla base di certe scelte. Già in maggio, ovvero sei mesi prima del lancio ufficiale, ebbi modo di criticare la scelta di disegnare la Grande Partenza in Israele, che è sempre stato un braciere di tormenti politici e dunque per niente sicuro. Già si sapeva che la carovana sarebbe stata messa a rischio senza aspettare che Donald Trump annunciasse (6 dicembre) il trasferimento dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America da Tel Aviv a Gerusalemme, conferendo ad esso un significato speciale e devastante per le diverse anime che compongono la sola città al mondo capitale di tre religioni monoteistiche (cristiana, ebraica e mussulmana). Comunque la metti, qualcuno si mette sugli scudi. Il richiamo alla nuova intifada è ben più forte della soddisfazione per il riconoscimento ottenuto da Israele.

2) La mancanza di sicurezza a Gerusalemme. La carovana del Giro d’Italia sarà a rischio attentati. La convinzione non è nata in questo mese di dicembre. Sollevai il caso in luglio quando ancora non era stata indicata ufficialmente Gerusalemme quale sede di partenza e già imperversavano drammaticamente gli attentati sulla Spianata delle Moschee. Gli “amici” di RCS Sport, e ancor più quelli della capogruppo MediaGroup che amano mettersi in vista senza approfondire gli argomenti di cui sono ignoranti (nel senso che non li conoscono); tutti loro, dicevo, non hanno valutato gli aspetti che sorvolano il gruzzolo cospicuo garantito da Israele al Giro con l’evidente obiettivo di catalizzare l’interesse di 180 canali televisivi attorno al processo di ufficializzazione del proprio status di… Stato.

3) Il deserto dei valori dello sport. Cedere lusinghe di Amsterdam – dove ci sono un milione di biciclette per settecentomila abitanti – piuttosto che a quelle di Herning o di Dublino è ben altra cosa che “volare” a Gerusalemme per allungare le mani su un bel malloppo di dollari. La semplice Israel Cycling Academy, squadretta di terza o quarta fila, non può giustificare il salto nel buio, che ha già cominciato a presentare il conto sotto diversi aspetti: l’errata compilazione della cartografia con l’inserimento di West accanto a Gerusalemme ha, ad esempio, mandato la mosca al naso al Governo di Israele. Ma sicuramente non finirà lì. Ci vuole davvero poco a capire che le squadre di Vincenzo Nibali e Fabio Aru (originarie rispettivamente di Barhein e Abu Dhabi) solleveranno dei casi politici, considerato che gli Emirati Arabi non riconoscono Israele come Stato tanto che negli Emirati un atleta israeliano dovette cantarsi da solo l’inno nazionale durante una cerimonia di premiazione…

4) I non sensi nella strategia. E qui gli argomenti sono davvero tanti. Alla spicciolata:

  1. al di là dei voli verso Israele delle 22 squadre al via (a ranghi ridotti e conseguente disoccupazione dilagante per corridori, meccanici, massaggiatori, tecnici, preparatori, medici, eccetera, eccetera) e dell’approdo in Sicilia per la risalita della Penisola, i chilometri dei trasferimenti su gomma saranno 4.000 (!) e cioè più di quelli della corsa in bicicletta;
  2. Tre arrivi in montagna tra la sesta e la nona tappa (Etna, Montevergine e Gran Sasso) sono davvero troppo in un Giro che complessivamente annuncia 44.000 metri di dislivello a fronte di un chilometraggio a cronometro contenuto;
  3. Altri peccati mortali sono legati all’aver snobbato sia la Toscana (alla faccia del fatuo claim “Giro della Pace”) dove a Ponte a Ema è nato ed è vissuto Gino Bartali omaggiato del sacro ricordo nel Giardino Giusti, sia – e soprattutto – le Dolomiti!;
  4. Il massacro finale con l’arrivo l’ultimo sabato di pomeriggio a Cervinia per poi “volare” una volta di più a Roma per il carosello conclusivo sullo stampo di quel che accade con il Tour de France a Parigi;
  5. Aver corteggiato Chris Froome (che al Giro è già venuto tanto che una volta è persino stato espulso perché beccato al traino delle autovetture) a suon di milioni senza avere la garanzia di allargare la visibilità del Giro d’Italia in Gran Bretagna, Francia e …Kenya con le dirette televisive a fronte del rischio che l’afro-britannico vincitore di quattro Tour di fila sia scortato dai soliti gregari propensi ad uccidere lo spettacolo.

Il Giro d’Italia nr. 101 in calendario dal 4 al 27 maggio: partenza da Gerusalemme, arrivo a Roma.

Insomma: le novità sono perniciose, gli scopiazzamenti sono drammaticamente infantili, le aperture verso il mondo di precaria realizzazione.

Sarò felice di battermi il petto in segno di pentimento se accadrà il contrario. Ma temo di non averne l’obbligo.

Comunque: buon viaggio al caro, vecchio Giro, capace di sopravvivere all’ignoranza e alla incompetenza.

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