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Mag 29, 2017

 

Arriva la “June surprise”, fra l’8 e il 12 la tempesta perfetta potrebbe prendere forza. Parecchia forza

di Mauro Bottarelli

 

Hanno suscitato grande clamore le dichiarazioni di Angela Merkel nel corso di un comizio a Monaco di Baviera ma solo chi non aveva ben inteso da tempo quale fosse il ruolo della Germania nell’equilibrio globale, può davvero dirsi stupito. Leggere quel “non possiamo più fidarci degli Stati Uniti” con un genuino sussulto di orgoglio europeista dopo la prova muscolare di Donald Trump al G7 di Taormina è sintomo o di malafede o di approccio puerile: quelle parole significano l’esatto contrario, ovvero non possiamo fidarci di QUESTI Stati Uniti.

Esattamente come un miliziano che offre il suo giuramento al Califfato, Angela Merkel a Monaco ha dichiarato fedeltà eterna al Deep State, ovvero il vero potere che muove l’America e che si trova oggi impegnato in una guerra intestina che interessa tutti: agenzie di intelligence, media, corpi intermedi dell’amministrazione, corporations.

La Merkel ha varcato il Rubicone. E non stupisce. Il suo incontro con Barack Obama prima del vertice atlantico di Bruxelles della scorsa settimana parlava chiaro, così come il discorso dell’ex presidente USA a Milano, dove ha lanciato l’agenda globalista anti-Trump. A stupire è altro: ovvero, il fatto che ormai la battaglia sia talmente aperta e la frattura talmente insanabile da non richiedere nemmeno più segretezza o discrezione. Si parla apertamente, nei comizi di piazza e con la stampa ben schierata: o sono convinti di essere invincibili o sono veramente disperati, perché quanto accaduto a livello di strappo diplomatico non era mai accaduto. A Monaco non è nata una nuova idea di Europa, si è consumata una Sigonella 2.0 non in nome di sovranità e multilateralismo ma degli interessi precipui del Deep State.

E se i timing si susseguono (attentato d Manchester, trama libica, attacco ai copti in Egitto, G7, strappo diplomatico Merkel-Trump), ecco che davanti a noi, a distanza di poco più di una settimana, quella che appare una potenziale tempesta perfetta sta prendendo forma. E, temo, tutto questo non sia casuale. Tra l’8 e il 12 giugno, infatti, cinque eventi di enorme potenzialità destabilizzante avranno luogo e nessuno può sapere quale incidenza reale potranno davvero imporre all’agenda globalista in atto. Nel mio articolo di stamattina ho già ampiamente parlato delle elezioni politiche dell’8 giugno prossimo in Gran Bretagna, quindi rimando chi fosse interessato alla sua lettura ma quel giorno un altro evento è destinato a monopolizzare l’attenzione globale: a Tallin si riunisce infatti il Consiglio esecutivo della BCE e sempre più analisti pensano che in quella occasione si comincerà a parlare di tapering del programma di acquisti obbligazionari dell’Eurotower.

Di fatto, il braccio destro di Mario Draghi, la colomba Benoit Coueré, ha aperto a questa ipotesi, dicendo che sono maturi i tempi per cominciare a pensare a un rialzo dei tassi e che la discussione sul ritiro/diminuzione degli stimoli sarà sul tavolo tra una settimana. Mario Draghi, dal canto suo, ha lui stesso implicitamente aperto a questa ipotesi quando, dieci giorni fa, nel suo discorso all’università di Tel Aviv ha dichiarato che “la crisi dell’eurozona è ormai alle spalle” ma i mercati non sembrano aver dato troppo peso a questa indicazione. Hanno già prezzato questa ipotesi? Certamente non si sono formati un giudizio dopo il discorso di oggi pomeriggio del governatore BCE all’Europarlamento, riassumibile nella formula “la ripresa è solida ma serve ancora sostegno straordinario”. insomma, una contraddizione.

Io credo che la prezzatura del rischio non ci sia ancora stata interamente, perché farlo significherebbe ammettere che la presunta ripresa europea sia stata, in realtà, niente più che il salvataggio del sistema bancario e del ramo corporate da parte della BCE, sostegno fondamentale che – una volta venuto a mancare – presupporrebbe la capacità dell’eurozona di camminare con le sue gambe.

Balle, se Draghi si ferma, viene giù tutto, basta vedere i livelli di indebitamento e di leverage, senza contare il finanziamento back-door che gli acquisti di bond corporate garantiscono alle aziende europee, evitando il ricorso al sistema bancario, fiaccato in molti Paesi dalle sofferenze e dalle eccessive detenzioni obbligazionarie sovrane. Con il QE, Draghi sta mascherando tutto questo ma se lo ritira o, soltanto, minaccia di farlo, la reazione reale potrebbe essere ben diversa. Qualcuno ha deciso che è il momento di testare il grado di resilienza dei mercati, esattamente come accaduto due settimane fa con il tonfo di 400 punti del mercato equities americano in un solo giorno per il riacutizzarsi – orchestrato ad arte da “New York Times” e “Washington Post” – del caso Russiagate e dei rischi di impeachment per Donald Trump? Chissà.

Arriviamo poi all’11 giugno, dove vanno a sovrapporsi due appuntamenti elettorali: il primo turno delle elezioni legislative in Francia e la amministrative in Italia. Paradossalmente, contano più le seconde delle prime e il perché è presto detto. Non so se vi siete accorti ma da quando è arrivato Emmanuel Macron all’Eliseo, la Francia è diventata Fantasilandia: niente manifestazioni, scioperi, tensioni. Né, soprattutto, particolari allarmi legati al terrorismo. Il nuovo inquilino dell’Eliseo, portato in punta di penna da tutta la stampa europea, ha immediatamente chiesto al Parlamento il prolungamento dello stato di emergenza fino al 1 novembre, prorogando la scadenza del 15 luglio e ha messo in piedi in quattro e quattr’otto il governo perfetto per la nuova agenda globalista. Bipartisan a partire dal premier gollista, in tutti i ministeri chiave ci sono uomini che rispondono alle logiche dei guardiani del mondialismo, in economia come in politica estera. Non a caso, a svelare il passaggio in Siria dell’attentatore di Manchester è stato proprio il ministro dell’Interno francese, in perfetta contemporanea con la conferenza stampa dell’omologa britannica.

Coincidenze. Altrettanto palese è la sparizione dai radar mediatici di Marine Le Pen e del suo Front National, il quale potrà anche ottenere un buon risultato dalle urne ma si troverà comunque ingabbiato da un sistema che vede l’Eliseo muovere tutti i fili: e la velocità e la precisione chirurgica con cui è nato il primo governo Macron ci dice che la lista dei ministri fosse già scritta. E non dal simpatico discepolo di Attali. In Italia, invece, andranno al voto 1.005 comuni, dove si recheranno al voto 9.208.639 di persone: non un test da poco, soprattutto perché nel nostro Paese – notoriamente – le amministrative non servono per scegliere il sindaco che deciderà su immondizia e mezzi pubblici ma per tarare strategie e alleanze per le politiche.

Le quali, con l’inciucio in atto tra PD, Forza Italia e M5S sul sistema tedesco, potrebbero arrivare anticipate anche per noi, come per Gran Bretagna e Austria. Grillo già parla del 10 settembre, Renzi vorrebbe accorparle al voto tedesco del 24, mentre alcuni azzardano un ticket con le elezioni regionali in Sicilia del 5 novembre. Comunque vada, l’azzardo è grosso: come reagirebbe i mercati a una tornata elettorale che anticipi la scrittura del DEF e che, quindi, portino con sé lo spettro dell’esercizio provvisorio? Questa è stata la reazione di ieri a un incontro non programmato sul tema fra PD e M5S, il cui esito è stato definito “positivo”. L’Europa vuole l’aumento dell’IVA a tutti i costi e quindi il voto anticipato – con relativa attivazione delle clausole di salvaguardia legate alla manovra 2018 – potrebbe essere il compromesso che salva capra e cavoli? Ovvero, l’IVA scatta non perché ci facciamo dettare l’agenda ma per il voto, lo stesso voto che voi italiani chiedete a gran voce nelle trasmissioni di Del Debbio dai tempi di Letta: quindi, ora votate e non rompete il cazzo. Occhio, quindi, a cosa uscirà dalle urne italiane, più che da quelle cloroformizzate dal mondialismo in Francia.

Infine, il pezzo forte. Ve lo racconto con due lanci dell’agenzia ANSA di oggi, così da offrire un’aura di ufficialità al tutto. Ecco il primo: “(ANSA) – BRUXELLES, 29 MAG – Il Consiglio Ue ha esteso per un altro anno fino al primo giugno 2018 le sanzioni contro Bashar al Assad ed il regime siriano. La decisione, è scritto in una nota, “è in linea con la Strategia Ue sulla Siria, secondo la quale la Ue manterrà le misure restrittive contro il regime siriano ed i suoi sostenitori finché continuerà la repressione dei civili”. Il Consiglio ha anche aggiunto i nomi di tre ministri alla lista delle persone ed entità per le quali è disposto il congelamento dei beni ed il divieto di ingresso e rapporti con la Ue”.

Direte voi: e cosa cazzo c’entra con l’UE e la tempesta perfetta? Aspettate e leggete il secondo lancio, sempre di stamattina: “(ANSA) – MOSCA, 29 MAG – Il blogger e dissidente Alexei Navalni ha avvisato ufficialmente le autorità che intende organizzare una manifestazione contro la corruzione il 12 giugno a Mosca. Ovvero in concomitanza con la festa nazionale per la Russia. Il programma prevede un corteo da piazza Tverskaia Zastava fino alla Duma, dove è previsto un comizio. L’evento va dalle 14 alle 17 e si prevedono fino a 15mila persone. “E’ il nostro paese, nel giorno della Russia abbiamo diritto a scendere in piazza con le bandiere russe”. Richieste simili sono state inoltrate anche in altre città – sul sito di Navalni compaiono sette nomi ma in rete i gruppi vicini al blogger parlano già di manifestazioni in 212 città. Se le autorità “non ci daranno le autorizzazioni in base ai nostri diritti costituzionali”, ha scritto Navalni sul blog, “noi scenderemo in piazza ugualmente”.

Insomma, l’UE ha mandato un bel segnale a Putin più che ad Assad: sulla Siria non molliamo, l’argomento resta una priorità. E, lo stesso giorno, il burattino di Soros minaccia manifestazioni di massa nel giorno della festa nazionale, ammantando di patriottismo la sua battaglia al soldo di mondialisti e destabilizzatori finanziati da CIA e Dipartimento di Stato. Ora, una mossa come quella del Consiglio UE non solo ci dice che degli sforzi diplomatici in atto per trovare una soluzione pacifica in Siria a Bruxelles non frega un cazzo ma, soprattutto, che una bella false flag contro il regime di Damasco è già in lavorazione, perfetta giustificazione ex post della scelta europea. Ma, soprattutto, c’è da chiedersi: cosa accadrebbe se in quelle manifestazioni scoppiassero disordini tali da obbligare la polizia a usare il pugno di ferro? Come reagiranno UE e USA agli ovvi arresti che dovessero seguire a una violazione del divieto di manifestare, ove questo venga posto? Quante telecamere e macchine fotografiche ci saranno a Mosca e in Russia, lunedì 12 giugno, pronte a immortalare la brutalità del regime di Putin? E non lo dico per portarmi avanti con la dietrologia ma lo dico per questo: Vedi: Youtube.com/Watch

ovvero, il video che da un paio di giorni è divenuto virale in Rete, sospinto dai social ma anche dai media mainstream, “Repubblica” in testa. Si tratta della cacciata dal marciapiede del Vecchio Arbat, a Mosca, di Oscar, un bambino di terza elementare che declama poesie di Shakespeare per strada come metodo per superare le sue difficoltà di linguaggio, come suggeritogli dal logopedista. Tre poliziotti lo hanno fermato e portato via, con una certa energia, perché a loro dire mendicava, attività illegale in Russia. Il bambino grida disperato “Salvatemi, salvatemi” e le cronache raccontano di un interrogatorio di 8 ore in questura, insieme alla matrigna (cazzo ha tutte le sfighe, un soggetto mediatico perfetto, un po’ come il poliziotto gay e multiculturale ammazzato a Parigi dall’Isis), prima del rilascio in piena notte. Casualmente, del caso di è subito occupato uno di più famosi avvocati russi, Anatolij Kucherena, lo stesso legale che rappresenta Edward Snowden, la talpa dello NSA-gate, fuggito in Russia. In perfetta contemporanea, poi, è comparsa una petizione on-line per chiedere il licenziamento dei tre poliziotti, la quale ha ottenuto oltre 10mila firme in poche ore.

Sapete chi ha dato vita alla raccolta di firme, attraverso entità social di copertura? Bravi, lo stesso che minaccia di scendere in piazza il 12 giugno anche contro i divieti delle autorità. E, guarda caso, quale fu la frase cult rivolta da Vladimir Putin ad Angela Merkel nel loro bilaterale del 4 maggio scorso, quando il presidente russo invitò l’Ue a non mettere il naso nelle faccende interne russe? “La nostra polizia è più moderata di alcune polizie europee”. Et voilà, in vista delle proteste di Novolny, salta fuori Oscar, perfetto emblema della brutalità putiniana. Un bambino. Come quelli di Manchester, della strage al pullman di pellegrini copti e con i migranti morti nell’ultimo naufragio.

Abbiamo capito quali siano la narrativa e il filone del momento. E poi, poche ore fa, crisi diplomatica in Moldavia dopo che il ministero degli Esteri ha deciso l’espulsione entro 72 ore di cinque diplomatici russi, definiti “persone non grate”, solo quattro giorni dopo una decisione simile da parte del governo estone. Ecco cosa ha scritto il presidente moldavo, Igor Dodon: “Voglio dire che sono profondamento imbarazzato e oltraggiato dal passo non amichevole intrapreso dal servizio diplomatico e lo condanno nei termini più forti possibili. Si tratta di una provocazione verso un nostro alleato strategico come la Russia”. Non vi pare una bella preparazione del palcoscenico? Allacciate le cinture, mancano pochi giorni.

 

Mauro Bottarelli

 

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