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28 Febbraio 2017

 

L’orto di Marine 

di Claudio Vercelli

 

Il tempo si incaricherà di dire che cosa c’è per davvero dietro alle dichiarazioni e ai gesti, prevedibilmente sempre più frequenti ed inflazionati con l’approssimarsi del voto e l’intensificarsi della campagna elettorale, di Marine Le Pen. Ossia, se il suo dire e il suo fare rispondano a un disegno che vada ben oltre l’agenda politica imposta dalla corsa all’Eliseo oppure siano solo dettati da quell’obiettivo. Rischia peraltro di non catturare la presidenza francese, anche se i sondaggi rimangono al momenti incerti e altalenanti nel quadro umorale e discontinuo che ci consegnano. Con la differenza che se nelle ultime elezioni i risultati si sono rivelati comunque di per sé lusinghieri, segnando l’emersione definitiva del Front National dalle vecchie secche dell’auto-ghettizzazione, adesso, nell’anno di grazia 2017, l’Eliseo o lo si conquista o lo si perde davvero. E magari non per l’ennesima tornata ma per sempre. Un treno che potrebbe quindi passare invano. Una sconfitta rilevante, nel qual caso, a fronte di avversari sbiaditi o comunque pallidi, scarsamente o per nulla capaci di articolare delle proposte credibili, al di là della ripetizione conativa dei postulati di una fragile retorica liberale, della quale sono comunque stanchi depositari e, con l’approssimarsi del voto, di un prevedibile richiamo all’“emergenza democratica” costituita dal “rischio Le Pen”. Francesi, volete forse consegnare il nostro paese ai fascisti? Si tratta di un ritornello che si ripete da almeno una quindicina di anni. Poiché mai come ora il vento parrebbe essere propizio per il partito di una destra che non vuole farsi chiamare in tale modo ma che, nel suo camaleontismo, rivela di avere nei suoi forniti arsenali tutto l’armamentario politico e ideologico del radicalismo reazionario. 

 

Detto questo, il cuore delle riflessioni a seguire non riguarda tanto le performance elettorali, migliori o peggiori a seconda dei singoli passaggi, della papabile Presidente; come neanche l’indiscutibile capacità di attrarre una parte di quell’elettorato, spesso proveniente dal declino prima e dall’implosione poi della sinistra classista, fidelizzandolo nel corso del tempo. Semmai è la cornice culturale (un tempo si sarebbe detta “ideologica”) dentro la quale questo insieme di fenomeni si inserisce a dover destare interesse e, pertanto, a dettare queste note. Si capisce Marine Le Pen, quindi il suo dire e il suo fare, solo se si contestualizza il personaggio pubblico rispetto ai mutamenti sia endogeni alla formazione politica di cui è saldamente alla guida sia esogeni, ossia di contesto socioculturale, della quale è non solo debitrice ma anche e soprattutto beneficiaria. 

 

È cambiato il Front Nazional, è mutata la società francese. Il cambiamento interno al partito è essenzialmente l’effetto di un cammino di lungo periodo o, se si preferisce, il prodotto di una stagione politica ampia, che si inaugura almeno una decina di anni fa. Data al 2007, infatti, l’avvio di un percorso di differenziazione rispetto alla radicata tradizione neofascista, invece ben rappresentata dal padre-padrone del partito, Jean-Marie Le Pen, garante, dall’anno della sua fondazione, nel 1972, del solido ancoraggio alla destra radicale europea. È in quel periodo a noi più prossimo, infatti, che l’avvicinamento tra l’ex comunista Alain Soral e il Fronte porta a un progressivo matrimonio di affetti politici. Il primo fonda l’associazione politica Égalité et Réconciliation, raccogliendo elementi del Groupe union défense, di estrema destra. L’impasto ideologico di quella che diviene una componente culturale del Front National, basata “sur la gauche du travail et la droite des valeurs”, si fonda sulla miscellanea tra secco rifiuto di ciò che viene presentato come “mondialismo” (la globalizzazione intenzionale, prodotta da volontà che eterodirigono i processi sociali ed economici), la lotta contro il liberalismo dei diritti civili e del pensiero della differenza, la contrapposizione all’individualismo economicista e borghese (quello identificato da Werner Sombart ma anche da Oswald Spengler, Othmar Spann e, più in generale, dai teorici della “rivoluzione conservatrice”) e il cospirazionismo, quest’ultimo inteso come chiave di lettura che coniuga il vecchio e sgradevole antisemitismo al più accettabile antisionismo. In quest’ultimo caso, il secondo serve a rendere meno urticante e più digeribile il primo. 

 

Marine Le Pen non sposa tutte le tesi che il nazionalcomunismo caldeggia, ma di certo risulta sensibile a quella falsa endiadi tra “sinistra del lavoro, destra dei valori” che si propone di chiudere una volta per sempre il cerchio delle antinomie ideologiche. Lo fa, da un lato, esercitandosi contro il neoliberismo dei circoli delle élite “borghesi” sovranazionali e, dall’altro, alzando un muro di sbarramento all’individualismo “nichilista” della Gesellschaft della sinistra dei diritti civili e individuali. La sua, quindi, più che la tradizionale guerra di posizione per riaffermare i valori imperituri della “tradizione”, quella evocata da tutti i fascismi e dai classici movimenti reazionari, è semmai una guerra di movimento per l’acquisizione di temi e lessici che la decomposizione della sinistra sta offrendo da tempo a chi si riveli capace di assimilarli al proprio progetto politico. Ciò che le è propizio è il processo di balcanizzazione sociale in atto in una buona parte dell’Europa. Si tratta di cavalcare la frammentazione della società, trasformandola da vincolo altrui a risorsa propria, in un’ottica neocomunitaria. La proposta di Marine Le Pen coniuga due criteri: da una parte l’identificazione di una serie di target contro i quali riversare i propri strali polemici (immigrati, musulmani, élite indistintamente additate al pubblico ludibrio, i politici e le “caste”, la “tecnocrazia” e gli “eurocrati”, il tutto in una miscela dove la saldatura tra l’alto dei “ricchi” e il basso dei “troppo poveri” viene presentata come la tenaglia che intende spezzare l’ossatura del ceto medio); dall’altra, non rincorrendo a tutti i costi la vecchia stratificazione sociale ed etnica, per muoversi semmai nel magma ingenerato dai processi di globalizzazione attraverso l’appello all’individuo, inteso come soggetto storico ferito dalla perversione del liberalismo e dal tradimento delle sinistre “radical-chic”. In poche parole: la Francia “vera e profonda”, quella delle identità antropologiche sempiterne e indiscutibili, potrà salvarsi solo ed esclusivamente se si adopererà con vigore e virilismo contro la sua disarticolazione, quella che le élite finanziarie stanno consapevolmente realizzando, usando la leva di un capitalismo finanziario senza patria e confini così come i continui flussi migratori, anch’essi letteralmente “sconfinati”. 

 

 

 

 

 

La vera saldatura ideologica, infatti, è quella che il populismo 2.0 riesce a operare tra il rimando alla categoria indistinta e generalizzante di “popolo”, essenzialmente declinato come “gente”, tale in quanto in stato perenne di bisogno di tutela (una figura che sostituisce il cittadino, quest’ultimo inteso invece come portatore di diritti incontestabili ma anche di un obbligo di responsabilità verso la comunità politica), e la valorizzazione del narcisismo identitario dei singoli individui. L’una e l’altra cosa parrebbero essere agli antipodi, a ben vedere: la prima, infatti, opera nell’indistinzione, la seconda si qualifica nella differenziazione. Ancora una volta l’ancoraggio e la sintesi sono tuttavia garantiti dal bisogno di riconoscimento e dalla promessa di protezione che la nuova destra populista garantisce al cittadino ferito a morte nel suo status economico e sociale. Moltitudine, tumulto e ricomposizione: la miscela della destra neolepenista sta nel rinnovare una sorta di patto di reciprocità tra categorie sociali altrimenti non solo diverse ma distinte e quindi tendenzialmente conflittuali, accomunate adesso dalle torsioni causate dal mutamento sociale. Si tratta di quei ceti medi in via di marginalizzazione e di quelle composite articolazioni di sottoproletari periferici (nello spazio urbano così come in quello sociale), all’affannosa ricerca di un riconoscimento di valore politico. Si inserisce in ciò il disfacimento della cittadinanza repubblicana e sociale nonché il progressivo passaggio alla cittadinanza identitaria e territoriale. Questo è infatti il quadro continentale, quindi l’Unione a venire se non si ovvierà alla decadenza della civiltà del lavoro. 

 

Il sovranismo, di cui Marine Le Pen è una delle più importanti e autorevoli depositarie a livello non solo francese, rimanda alla visione di uno spazio circoscritto, esclusivo, laddove si è “padroni” nel senso materiale, ovvero fisico, del termine. E lo spazio non è solo una dimensione geografica o relazionale bensì un pieno di cose, un vero e proprio luogo reificato, dove la presenza di oggetti garantisce il senso dell’abbondanza. Non di meno, il vincolo proprietario che intercorre tra omologhi riecheggia, sia pure con le dovute differenze dettate anch’esse dal trascorrere del tempo, la vecchia e solida endiadi tra “Blut und Boden”, il “sangue” e il “suolo”, la stirpe e la terra. La destra antiliberale si è scoperta no global e molto territorialista, dopo il declino della stagione dei movimenti altermondialisti, dagli anni Novanta in poi. Il sovranismo identitario si oppone alla nozione generica e generalizzante di diritti diffusi, quelli che l’“Occidente” dei paesi a sviluppo avanzato è andato proponendo come corredo al consolidamento della sua egemonia. Non di meno, rifiuta integralmente quello che denuncia come un nuovo pensiero unico, il politicamente corretto, inteso come lo strumento per occultare le devastazioni del “turbo capitalismo” ma anche come il piede di porco attraverso il quale rompere l’unitarietà e la continuità delle comunità umane originarie. 

 

Marine Le Pen parla al riguardo di “France durable”, riferendosi alla «natura francese» intesa come commistione tra ambiente e individui, vincolati reciprocamente da un patto di sostenibilità. Gli echi alla “Francia carnale” (già evocata da Jean-Marie Le Pen quando afferma che: “la Francia non è solo un’idea, è una realtà carnale, un popolo che viene dai morti e va oltre i vivi”) sono strettamente ispirati al lascito di Maurice Barrès e Charles Maurras, il primo ideologo dell’ultranazionalismo, il secondo ispiratore dell’Action française, sospesi quindi tra la “mistica dei paesaggi francesi”, la “politica naturale”, la nazione come fatto al medesimo tempo spontaneo e mistico. In realtà il catalogo di riferimenti e suggestioni è piuttosto ampio, non fermandosi esclusivamente ai vecchi padri del pensiero tradizionalista e reazionario. Il punto di partenza comune rimane il giudizio fortemente pessimista sullo stato dei tempi correnti. Il progressismo è oramai un affare per i “Bobos” (contrazione di bourgeois-bohèmes), quei ceti sociali composti da chi “ha un reddito [garantito e mediamente elevato], è perlopiù laureato, ha un profilo culturale accentuato e vota a sinistra” (così la sociologa Camille Peugny). Sono questi soggetti che beneficiano della globalizzazione, vivendo il loro cosmopolitismo aristocratico nei migliori quartieri urbani, indifferenti alla montante sofferenza delle tantissime periferie metropolitane e rurali. Sono questi, quindi, a costituire la vergogna e il tradimento della Francia “autentica”. Nel loro intimo sono in fondo dei “senza patria”. Ai quali va contrapposta una serrata e inconfutabile critica al regime del loro “pensiero unico”. 

 

Per i neolepenisti fondamentale è quindi il rapporto con quegli ex gauchisti che, pur mantenendo la loro posizione di analisi polemica del “sistema”, hanno trovato nella destra un approdo culturalmente e politicamente motivante, senza necessariamente identificarsi in tutto e per tutto con le sue istanze. Così per Alain Finkielkraut e Regis Debray, tra gli altri (e non sono pochi). Il primo da tempo anima le discussioni sul declino dell’identità francese, attaccando l’antirazzismo, la “cultura del piagnisteo” e del vittimismo insieme al Politically Correct nella loro natura di involucri ideologici della globalizzazione. Il secondo teorizza l’“elogio delle frontiere”, in quanto sono i confini e le separazioni a istituire le identità e le appartenenze. Il “cittadino del mondo” è una fiaba ad uso e consumo dei beoti, propellente per alimentare la macchina delle diseguaglianze sociali piuttosto che per offrire nuove opportunità a chi è da sempre subalterno. Ad avvalorare questa impressione, non da tutti liquidata semplicisticamente come pura manifestazione di un pensiero “di destra”, ci sono le indagini sociologiche come quella condotta recentemente da studiosi quali Christophe Guilluy, quest’ultimo autore di una indagine su “La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires”, che rubrica l’odierno conflitto sociale sul versante del confronto tra i beneficiari della globalizzazione, presenti nei centri gentrificati delle grandi metropoli, e la parte restante della popolazione, chiamata invece a sostenere l’impatto dei cambiamenti, senza nessuna contropartita, nelle aree periferiche, a partire dalle banlieue. Per Guilluy, intellettuale che rimane ancorato alle sue origini marxiste e trotzkiste, la colpa inemendabile della sinistra è di avere consegnato la rappresentanza delle classi e dei gruppi subalterni alla retorica xenofoba, populista, anti-elitaria del Front National, senza peraltro porsi nessuna domanda sul reale impatto delle immigrazioni nella composizione sociale e sulle dinamiche del mercato del lavoro francese ed europeo. 

 

Ritorna un tema di fondo, che Marine Le Pen sa bene come spendere sul piano politico ed elettorale, ossia la contrapposizione tra i “diritti civili”, intesi essenzialmente come manifestazione delle prerogative personali alla differenza (e potenziale segno di decadenza individualista, tipica di una certa borghesia auto-referenziata), e i “diritti sociali”, legati invece ai processi redistributivi della ricchezza prodotta collettivamente. La Le Pen recupera i secondi aprendo uno scontro permanente nei confronti dei primi. L’istanza anti-islamica, condivisa con autori come Michel Onfray, Eric Zemmour e Michel Houellebecq, variamente ispirati dalla pubblicistica che a sua volta trova in Oriana Fallaci un punto fermo, è frequentemente un comune terreno di incontro e scambio. La Francia non è un porto di sbarco per genti che hanno tratti non solo socioculturali ma anche morali e antropologici radicalmente diversi, e quindi inconciliabili, con il lunghissimo radicamento della società d’Oltralpe. Ancor più, non può farsi invadere e quindi dominare – nel senso di espropriare – dal combinato disposto dei mercati internazionali e dell’islamismo internazionalista, due facce della medesima medaglia, laddove l’umiliazione e la sottomissione della nazione francese diverrebbero l’unico risultato possibile. Non a caso l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq si intitola Sottomissione, disegnando il passaggio del paese sotto una sorta di dolce dittatura islamica. 

 

Per Onfray, Houellebecq e, più in generale, i “neoreazionari” il vero problema sta nell’animo stesso della Francia, corrotto da un senso di decadenza che da molto tempo la domina in corpore vili, non diversamente da come era successo diversi decenni fa, con il crollo impietoso della Terza Repubblica davanti alle armate tedesche. Alla critica dello spirito molle, docile e arrendevole, danno corpo quanti rifiutano, anche da posizioni tra di loro molto diverse, il razionalismo e l’illuminismo che hanno animato sia la socialdemocrazia che il liberalismo sociale. Che si tratti dell’agire comunicativo di Habermas, della teoria dei diritti di Dworkin, del neocontrattualismo di Rawls o del neolibertarismo di Nozick, tutti indissolubilmente legati al nesso tra libertà individuale e giustizia sociale, la risposta che ne deriva è quella di guardare con spirito iconoclasta a un pensiero che è denunciato come dominante poiché espressione della volontà borghese. È stato opportunamente osservato da Carlo Galli che: “questa trasgressione – alimentata anche dalle nuove configurazioni del mondo, dopo il 1989 e dopo l’11 settembre 2001 – può essere definita neoreazionaria non tanto perché sia di destra nel senso classico del termine, ma perché reagisce al senso comune filosofico cercando la provocazione, elaborando argomenti non allineati e interpretando i nostri tempi in modo alternativo.

 

E il principale punto di vista eterodosso che si viene imponendo alla filosofia non è più quello del marxismo ma quello identitario, simbolico-culturale”. L’asse dall’agire politico viene spostato dal razionalismo astratto (di cui l’euro e la costruzione dell’Unione europea sarebbero la tangibile e ultimativa manifestazione) al “bisogno di comunità” e, con esso, di reciprocità. Se da un lato un economista come Jacques Sapir associa immediatamente la moneta unica con l’agire antidemocratico, provocando la prima una cessione di sovranità incompatibile con il “patto politico fondamentale che vuole che il potere di tassare un popolo venga ceduto solo in cambio del controllo sovrano dei rappresentanti del popolo sul bilancio del paese in questione”, altri autori mettono in rilievo come “la stessa ragione moderna, con i valori liberali e democratici che le sono connessi, non è universale, ma è un prodotto storico particolare dell’Occidente” (ancora Carlo Galli). C’è un più generale problema di “difesa sovranista della civiltà europea” (Annalisa Terranova), per come lo raccontano anche polemisti quali Eric Zemmour, da tempo impegnato ad attaccare la “femminilizzazione” della società europea, il lascito decostruzionista del Sessantotto, il passaggio dal comunitarismo all’individualismo intinto nell’“odio di sé” e il cedimento alle nuove ideologie totalitarie, a partire da quella espressa dall’islamismo. 

In questo bailamme di suggestioni, l’eco dal passato rimane comunque netta, ancorché fortemente stemperata dal ricorso a categorie che con gli anni Ottanta sono state progressivamente assunte, e quindi metabolizzate, dal patrimonio della destra radicale francese. La Nouvelle Droite, e il suo più autentico sacerdote, Alain de Benoist, insieme a Guillaume Faye, Pierre Vial, Giorgio Locchi (figliastri a vario titolo di Dominque Venner), è la fucina di idee e suggestioni che si innervano nel corpo, altrimenti a rischio di appassimento, del Front National.

 

L’asse portante, in questo caso, è la dottrina del differenzialismo: il “rispetto” di forma, ma non necessariamente nei fatti concreti, delle culture altrui, a beneficio dell’ipertrofia di quella propria, le une e l’altra intese comunque come entità omogenee e metastoriche. La versione più grezza è quella che recita: “non sono razzista ma aiutiamoli a casa loro, poiché siamo troppo diversi e comunque loro ci invadono per il fatto stesso di entrare nel nostro territorio”. Il differenzialismo è la versione nobilitante, culturale e pseudo-antropologica, di una concezione padronale del territorio, laddove per l’appunto questo esiste poiché lo si “possiede” e quindi lo si presidia. Consegnandolo a un tempo senza storia, mitografico e, quindi, statico. Non di meno, è una funzione della lotta all’aborrito multiculturalismo, il peccato originale dei “buonisti”, categoria quest’ultima nella quale sono accomunate le falangi declinanti di ciò che resta di una sinistra esangue, il liberalismo senz’anima delle élite senza corpo poiché invisibili allo sguardo dei più, l’impenetrabilità dei “poteri forti” che dominano tanto minacciosamente quanto insindacabilmente il mondo. Il differenzialismo promette di restituire un volto a tutti, qualificandoli dentro le categorie di appartenenza e i cliché identitari. Rifiutarsi pubblicamente di indossare il velo, cosa che Marine Le Pen ha fatto in tempi recenti, impedendosi così di incontrare il Gran Muftì di Beirut, ha non solo il senso di segnalare e ribadire il controllo di sé, in quanto donna e leader politico, dalla deferenza obbligata nei confronti di un esponente istituzionale del mondo musulmano, ma di rilanciare sul piano dei gesti plateali l’irriducibile tangibilità del soggettivismo occidentale nella sua nuova versione comunitaria. Che nella percezione di molti elettori è un’identità da difendere dall’omologazione generata con la saldatura tra immigrazione e tecno-capitalismo, mentre per l’esponente del Front National è il perimetro minimo in base al quale rigenerare un discorso di senso compiuto sulla conservazione della nazione, altrimenti consegnata alla scomposizione generata dai flussi globalizzanti.

 

Su questa piattaforma culturale, prima ancora che politica, molti sono ora disposti a scommettere, a partire da un nutrito gruppo di intellettuali che sta surclassando, consegnandolo al solaio della storia, quel che resta della Rive Gauche. L’appello è metapolitico, un sentire che è, ancora una volta, in piena sintonia, con la lezione della Nouvelle Droite. Lo iato incolmabile, rispetto agli anni Settanta e Ottanta, sta nel fatto che se prima il rimando alla dimensione identitaria, ovvero al suo particolarismo differenzialista, costituiva la forza e nel medesimo tempo il limite di espansione di un pensiero aristocratico e come tale spesso ripiegato su di sé, oggi invece è diventato il punto di partenza di ciò che viene vissuto come il programma per una riscossa collettiva. Qualcosa di molto popolare. Marine Le Pen lo dice e non lo dice ma il tema di fondo è, come negli anni Trenta del secolo scorso, il rigetto del liberalismo. Se non può dirlo apertamente lascia che siano altri a farlo. Il liberalismo è l’anima della globalizzazione, avendo divelto il particolarismo identitario (non quello delle minoranze, comunque considerate pericolose a prescindere, bensì quello offerto ad una maggioranza in crisi di identità e, soprattutto, di cittadinanza), sostituito da un universalismo privo di valori, al medesimo tempo tecno-scientifico e smodato amante dell’artificialità. Un universalismo che costituirebbe un nuovo totalitarismo, basato per l’appunto sulla cancellazione del diritto alla vera differenza, quella “naturale”, che ha invece un fondamento etnico, sostituita dall’artificiosità delle differenze civili, proiezione di un gioco di ruoli sociali privi di qualsiasi spessore. 

 

Superfetazione della tecnica, affermazione della materia, ideologia del mercato come unico indice di riferimento ma anche il narcisismo pervertito dai giochi delle identità sessuali sarebbero quindi alla radice della degenerazione globalista. Non sono temi nuovi e non può sorprendere che a farli di nuovo propri, rivendicandoli e quindi depurandoli delle suggestioni banalizzanti più strettamente fasciste, sia il neolepenismo. Su questa base ritornano pertanto i temi che un tempo neanche troppo lontano erano invece propri di una parte della sinistra post-industriale: l’ecologismo come visione olistica dell’esistente; la natura e il “naturale” come proiezione di una sfera spirituale a tratti insondabile (la cosiddetta “ecologia del profondo”); ma anche la tutela della biodiversità come valorizzazione dell’ineguaglianza, quest’ultima adesso intesa come fondamento nelle relazioni asimmetriche tra specie diverse. Il nuovo conservatorismo è peraltro giovane, essendo spesso alimentato dalle nuove leve di autori e studiosi, ricercatori e pubblicisti. 

 

Siamo molto lontani dai “neoconservatori” raccoltisi intorno alla presidenza di George W. Bush, animati com’erano da una visione interventista, al medesimo tempo liberale e conservatrice, materialista, americanista. Soprattutto, armati da uno spirito di unificazione che gli derivava dall’essere depositari non solo di una visione egemonica degli Stati Uniti ma di una concezione delle relazioni internazionali comunque derivata dal bipolarismo e dai suoi cascami. La democrazia è un bene la cui “esportazione” militare ed armata è crollata in questi ultimi anni. Michael Novak, che ha identificato l’America come la potenza cristiana per definizione, in lotta contro i totalitarismi atei e l’islamismo; Robert Kagan, che indicava nella Russia e nella Cina i veri obiettivi contro i quali muovere una sorta di crociata liberale sul piano planetario; Irving e Bill Kristol, di ascendenza trotzkista, tra i fondatori, insieme a Norman e John Podhoretz, del neoconservatorismo inteso come il prodotto di uno spirito autenticamente libero “aggredito dalla realtà” e quindi animato dal ricorso a una “rivoluzione globale democratica”, ma anche Daniel Pipes, Michael Ledeen e lo stesso Samuel Huntington sono sempre più spesso liquidati come inservibili neogiacobini. Del discorso su “The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order” rimane il calco ideologico, laddove il punto di rottura continua ad essere identificato con i conflitti di natura culturale e non economica, mentre sul piano operativo per gli Stati nazionali non si tratta più di muoversi bensì di rimanere fermi, non di rompere muraglie ma di costruirne, non di invadere ma di evitare d’essere invasi, quindi non di esportare ma di impedire di subire le importazioni culturali. È un po’ come se la teoria aggressiva della democrazia nell’età del post-1989, esaurita la sua fase espansiva, si fosse contratta e rattrappita nella ricerca di un confine, dentro una vera e propria crisi agorafobica. L’elezione di Donald Trump, che sta dando fiato alle trombe del populismo europeo, va esattamente in questa direzione. 

 

Oggi la scena è molto diversa, ci sembrano quindi dire Marine Le Pen e la “sua” Francia. Il fuoco di una proposta politica non sta nella riproposizione di un qualche astratto modello democratico, di per sé già discutibile e comunque in crisi, a prescindere dalle sue concrete applicazioni, ma nella veracità di un popolo che non esiste in virtù dei suoi rappresentanti elettivi bensì di quelli che “naturalmente” ne incarnano le virtù incorruttibili. La battaglia contro la corruzione nella politica e l’indignazione per l’intoccabilità delle “caste” sta rivelando appieno, d’altro canto, la sua intima natura reazionaria quando non si sposa con un investimento sulla mobilità sociale e, quindi, sul valore sociale del lavoro. Non a caso per tutti gli anni Ottanta il vecchio Jean-Marie Le Pen aveva battuto il chiodo della lotta contro la corruzione, intesa come il sintomo evidente di un decadimento morale, di una rilassatezza dei costumi, di una perversione delle identità collettive. A capitalizzarne gli esiti è però stata, con astuzia e sagacia, la figlia terzogenita, sull’onda dei cambiamenti dettati dall’evoluzione dei tempi. Il neolepenismo miscela infatti l’ecologia morale, un nuovo tradizionalismo, un cristianesimo delle forme, il conservatorismo comunitarista nel nome del superamento della “vecchia” dicotomia tra destra e sinistra. Esisterebbe un “oltre”, un orizzonte al quale guardare con fiducia. Non è quello delle piccole comunità, della vecchia e romantica Gemeinschaft, ma piuttosto quello di una nuova sovranità, intimamente gerarchica, come quella russa rappresentata da Vladimir Putin, che è il vero garante di un altro ordine che affascina i neolepenisti, ossia l’“impero”. Quest’ultimo è decantato soprattutto dal filosofo russo Alexsandr Dugin, studioso, ammiratore e divulgatore di Julius Evola (come l’anima nera dell’amministrazione Trump, il pubblicista Steve Bannon), per il quale l’“eurasia” è non solo una dimensione geopolitica ma anche una istanza filosofica antiliberale. Non è allora un caso se le inchieste di Le Monde e di altri mezzi di informazione come Mediapart abbiano evidenziato il sostegno economico di interlocutori russi, privati e istituzionali, tra cui lo stesso capo del Cremlino. Se la ragione immediata è stata la crisi in atto tra Mosca e Kiev, con l’annessione della Crimea alla Russia, il respiro strategico è di ben altra levatura, rivelando un’attrazione fatale destinata a durare nel tempo. 

 

Il partito di Marine Le Pen, peraltro, può contare oramai su una lunga esistenza. Pur essendosi ricollocato a pieno titolo all’interno dell’eterogenea galassia del populismo sovranista europeo, tuttavia coltiva ancora oggi una sua specificità culturale e ideologica che non lo omologa immediatamente ad altri soggetti sia pure similari presenti in altri paesi continentali. Con i quali mantiene rapporti di scambio, di affinità e anche di reciprocità ma, non di meno, coltiva una sua specificità e irriducibilità. La radice europea del Front National risiede peraltro nella sua stessa genealogia, figliandosi dal movimento Ordre Nouveau, a ricalco del più antico e solido Movimento sociale italiano e del suo milieu. Per quello che diverrà il padre-padrone del partito, Jean-Marie Le Pen, che allora condivideva la sua gestione con Roger Holeindre, Pierre Durand, Jacques Bompard e François Brigneau, si trattava di unificare la guida della destra radicale francese sotto un’unica direzione. Per una decina d’anni il Front National rimane tuttavia subalterno alla frammentazione della galassia neofascista, subendo la concorrenza di altri soggetti come il Parti des forces nouvelles di Jean-Louis Tixier-Vignancour. Non di meno, trattandosi di una formazione elettorale che si deve da sempre confrontare con il severo sistema maggioritario francese, a doppio turno e con robusta soglia di sbarramento, subisce costantemente il catenaccio tra socialisti e gollisti, vedendosi preclusa l’elezione dei suoi candidati quand’anche essi si presentino al ballottaggio con un buon capitale elettorale. Proverbiale rimane il risultato al primo turno delle presidenziali del 2002, quando Jean-Marie Le Pen supera il candidato socialista Lionel Jospin, andando al ballottaggio con Jacques Chirac. Ma nel risultato del turno successivo, dove la mobilitazione a favore dello sfidante gollista è corale, rimane inchiodato all’originario sedici per cento.

 

 

 

 

 

La risposta a questa conventio ad excludendum è stata per lungo tempo lo sforzo di mantenere e coltivare due livelli nel vecchio Front National: l’anima neofascista, mai dismessa ma rivolta essenzialmente al nucleo forte degli aderenti, gli identitaristi che rimangono tali per gli irrisolti legami con il passato; lo spirito sincretista, che già Jean-Marie Le Pen fa proprio con gli anni Novanta, quando presenta il partito come una sintesi tra la destra patriottica e nazionalista, il centrismo cristiano e una certa idea di sinistra sociale, sia pure depurata di tutti gli elementi classisti, a favore semmai di una concezione neocorporativa della società, quest’ultima sempre più spesso basata sulla dialettica tra inclusione ed esclusione sulla mera scorta delle appartenenze etniche. L’anziano leader ha capito che non è in atto nessuna “borghesizzazione” della classe operaia ma semmai la proletarizzazione di una parte della piccola borghesia. Il miracolo, se di ciò si può a ragione parlare, è non solo l’averlo inteso come effetto del crollo del sistema dei regimi dell’Est, cogliendo quindi la sopravvenuta inconsistenza del vecchio spauracchio anticomunista (all’inverso di quanto invece in Italia va facendo Silvio Berlusconi), ma anche la spendibilità politica delle tematiche antieuropeiste (già con il referendum per l’adesione al Trattato di Maastricht del 1992 Le Pen strepita contro il furto di sovranità). 

Il vecchio Jean-Marie, tuttavia non è riuscito a traghettare il partito dalle secche dell’immobilismo neofascista a un approdo politicamente premiante.

 

La presidenza conferita nel gennaio del 2011 alla figlia Marine è, nel medesimo tempo, il segno di una concreta continuità familistica come di un parricidio simbolico. L’intenzione è di disancorare definitivamente l’immagine del Front National dalle sue premesse, destinate altrimenti a punirlo non solo elettoralmente (con una soglia media di voti al di sotto del dieci per cento) ma anche politicamente. E non a caso, nelle elezioni per il parlamento europeo del 2014 l’alleanza con la Lega Nord italiana e il Partito della libertà austriaco permette al Fronte di sfiorare il venticinque per cento dei consensi in casa propria, capitalizzando ventitré dei settantaquattro seggi in palio. Per soprammercato si aggiunge poi l’antica e irrisolta tentazione del padre di Marine, quella che lo induce a parlare male degli ebrei, tallone d’Achille del neofascismo francese. Quando nel 2015 ribadisce che le camere a gas sarebbero state un dettaglio della Seconda guerra mondiale, la figlia lo fa sospendere e poi espellere dal partito di cui era nel frattempo divenuto presidente onorario. La pantomima famigliare e la diatriba giudiziaria che ne seguono giovano all’immagine della Le Pen, non più prodiga ancella poiché politicamente subalterna, attestandole così una patente di verginità ideologica. Anche grazie a ciò la battaglia contro l’euro, al quale si contrappone la visione “euroasiatica”, che da Parigi dovrebbe portare a Mosca, in un’ottica dove l’Unione europea è completamente scavalcata dal rimando all’“Europa delle nazioni”, riprende credibilità e sostanza, incontrandosi con il declino degli organismi comunitari. 

 

Per Marine Le Pen ribadire che il Front National non è né di destra né di sinistra, poiché l’una e l’altra sono soggetti a pieno titolo “liberisti”, è al cuore della ristrutturazione della proposta politica che il partito deve andare a fare agli elettori. Non più fucina di élite ma collettore di popolo; non soggetto verticale ma realtà orizzontale; non strumento di dominio ma soggetto di rappresentanza dei dominati. Una sorta di piccolo ribaltamento copernicano nel nome, tuttavia, del differenzialismo e del rifiuto di ogni forma di multiculturalismo. L’uno e l’altro implicano quindi, per tradursi in politica concreta, che si passi dalle discriminazioni positive (integrazione) a quelle negative (separazione). In questa chiave i rimandi alla laicità sono ripetuti costantemente, prefigurando e legittimando culturalmente gli strumenti di un potenziale segregazionismo a venire. La laicità, infatti, non è quella secolarizzante della separazione tra Stato e chiese ma della perimetrazione tra comunità etno-religiose, insieme alla loro gerarchizzazione: il richiamo a “il francese prima”, contiene in sé questo dispositivo di formazione autoritaria. Il nuovo patto repubblicano, caldeggiato nel nome del “popolo” francese, indica soprattutto cosa dovrebbe venire dopo l’affermarsi, a livello continentale, della vulgata populista. Poiché Marine Le Pen sa bene una cosa, ossia che il rimando ossessivo alla dimensione della sovranità nazionale si confronta comunque con problemi di scala di natura continentale. 

 

Anche per questo il rinnovamento del Front National è avvenuto con il concorso di personaggi come Florian Philippot, il vero ispiratore del mutamento di pelle del partito. Philippot è in realtà un “enarca”, ovvero il prodotto sia dell’École des hautes études commerciales di Parigi che dell’École nationale d’administration di Strasburgo, le quali sfornano proprio le aborrite élite contro le quali il Fronte si scaglia ogni giorno a piè sospinto. Con lui, divenuto dal 2009 l’ombra di Marine, il culto dello Stato e il rimando alla restaurazione di una meritocrazia repubblicana, derivati entrambi dall’impronta gollista, danno sostanza compiuta al sovranismo neolepenista. Il quale, per funzionare, deve rottamare pubblicamente le tentazioni neofasciste; abbinare il rifiuto selettivo dell’immigrazione ai temi sociali; passare dalla vuota opposizione anti-sistemica al profilo di formazione politica di governo; lasciare nella penombra l’imbarazzante milieu reazionario per investire nella figura di Marine come leader carismatico, progressivo ancorché per nulla progressista, capace da sé di fare fronte sia alla domanda di personalizzazione che viene dallo stesso elettorato sia all’accusa, da diverso tempo ripetuta, che il Front National sia in realtà una formazione a direzione dinastica, gestita da una piccola monarchia familistica. Solo così la battaglia contro Bruxelles, le troike, i “banchieri europei” e l’euro come moneta fantasma, che espropria il presente senza garantire futuro, può divenire un orizzonte politico praticabile. Rilanciando la tentazione del protezionismo, del “patriottismo economico” e della difesa dall’invasione di merci e immigrati stranieri per la tutela dei “diritti acquisiti” da un ceto medio in crisi di ruolo. 

 

Eurofobia e colbertismo si incontrano e si coniugano in un giovanilismo dei gesti, nella cura delle parole con le quali dire cose altrimenti molto pesanti ed impegnative, nell’eleganza dell’eloquio al quale si alterna la fantasia degli slogan. Per dire cose molto vecchie, legate ad una ortodossia reazionaria che si propone come risposta all’entropia del presente, magari affermando, con falso e calcolato candore, che in caso di vittoria alle presidenziali la doppia cittadinanza, quando sia non europea, non sarà più accettata. A partire da quella israeliana, costituendo evidentemente un’espressione di “doppia lealtà” da risolvere una volta per sempre. Oppure dichiarando che al crescente antisemitismo d’Oltralpe è bene che gli ebrei francesi rispondano non indossando in pubblico la kippah, segno di riconoscimento poiché per sconfiggere il radicalismo islamista occorre “uno sforzo congiunto” che “richiede sacrifici da parte di tutti”. In questa guerra di parole e di simboli, direbbe il poeta, “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”, a partire da certe ombre.

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