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Giovedì 26 gennaio 2017

 

25 gennaio sei anni dopo: ha vinto la repressione

di Alessandra Bajec

 

Nel sesto anniversario della rivoluzione popolare che rovesciò Hosni Mubarak dopo trent’anni di potere, si commemora solo la giornata nazionale della polizia, nel silenzio di un popolo piombato nell’epoca più buia della storia moderna dell’Egitto.

 

I giorni di piazza Tahrir, quando milioni di egiziani manifestavano a suon di slogan “Pane, libertà e giustizia sociale” sono ormai un lontano ricordo nell’era di al-Sisi.

Sei anni dopo, silenzio e disperazione nelle strade del Cairo. Il paese è in piena dittatura militare. Nessuno degli obiettivi del 25 gennaio è stato realizzato, e la situazione attuale è ben peggiore, su tutti i fronti, di quella degli anni pre-rivoluzione.

Niente celebrazioni o raduni per commemorare l'avvio della rivolta popolare del 2011, il 25 gennaio l’unica festa nazionale è tornata ad essere la giornata della polizia. Anche quest’anno l’anniversario è trascorso tra relativa calma e rigide misure di sicurezza, tra cui la rafforzata presenza della polizia attorno ai luoghi più sensibili del paese e la chiusura delle piazze più frequentate della capitale. Una vittoria della contro-rivoluzione dell’ex-generale.

Per paura, data la brutalità da parte della polizia negli ultimi tre anni e mezzo, o per incredulità o apatia, gli egiziani oggigiorno non sono più propensi a scendere in piazza.

Come l’anno scorso, con l’avvicinarsi dell’anniversario del 25 gennaio, vi sono state regolari incursioni della polizia e arresti in appartamenti privati e caffè, nel centro del Cairo e nei quartieri limitrofi. Nel mirino delle forze di sicurezza soprattutto sospetti sostenitori dei Fratelli Musulmani, attivisti di sinistra e giovani che scrivono sui social network. Una logica tesa a seminare paura e prevenire azioni di protesta in occasione dell’anniversario.

Non c’è niente di rivoluzionario nello spirito del popolo egiziano dal golpe del luglio 2013 che ha visto deposto il presidente islamista Mohamed Morsi. La macchina oppressiva di al-Sisi riesce a tenere le masse quiete e docili a colpi di repressione politica, severe misure di austerità, soffocamento delle libertà e censura della stampa. In nome della stabilità e sicurezza nazionale, il regime militare comanda prendendo di mira un po’ tutti gli strati della società, islamisti e non, chiunque esprima dissenso.

 

Crisi sociale ed economica 

A pesare sulla popolazione c’è anche il difficile quadro socio-economico del paese, aggravato dalle dure e inefficaci riforme economiche che colpiscono gran parte degli egiziani, dalle fasce medio-alte a quelle più basse. Un’inflazione annua schizzata al 24.3% lo scorso dicembre, i prezzi dei principali beni, inclusi i medicinali, raddoppiati, la sterlina egiziana precipitata nei confronti del dollaro e gli stipendi rimasti invariati.

“La crisi economica, il forte innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari e delle utenze sono il pensiero fisso di tutti i giorni. C’è molta rabbia e frustrazione in giro”, dice Manar che lavora per una Ong. “Nessuno è contento, tutti dicono che niente è cambiato, la vita è più costosa, e che vogliono andarsene dall’Egitto”, commenta Walaa, segretaria. Un vecchio tassista non risparmia nessuno nelle sue critiche: “Il paese sta andando molto male, tutto è diventato più caro. Questo regime deve finire, non solo il presidente, l’establishment, l’esercito, tutti devono andarsene”, inveisce.

Nonostante la maggior parte, compresi i fedeli al regime, si lamentino delle politiche del governo, tra la gente non si avverte la minima intenzione di fare un’altra rivoluzione. Sangue colato sulle strade e nulla in cambio.

Alla larga dalle strade, gli egiziani ricorrono a Facebook e Twitter per sfogare il loro malcontento e ricordare i giorni di piazza Tahrir. Si leggono post come “Il 25 gennaio è il più grande evento nella storia dell’Egitto”, “Oggi si celebra il giorno della polizia o della rivoluzione?” E ancora: “L’unico ‘anno nuovo’ è stato il 25 gennaio 2011. Gli anni che sono seguiti sono vecchi”. “Le nostre erano buone speranze, le vostre cattive intenzioni”, “La rivoluzione del 25 gennaio è ancora un sogno”. 

Sei anni sono passati, e il presidente al-Sisi insiste ad affermare nelle sue dichiarazioni che l’Egitto è “sulla strada giusta”. “Sono in tanti oggi a rimpiangere Mubark - conclude Walaa - e mi unisco a loro. Continuiamo a sentire promesse e aspettiamo… stiamo ancora aspettando”.

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