Fonte: Sarahabed.com

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Ott 14, 2017

 

Separatismo curdo: violazioni dei diritti umani e razzismo

di Sarah Abad

Traduzione di Alessandro Lattanzio

 

L’occidente ha effettivamente pregiudicato le divisioni interne dei curdi utilizzandone alcune fazioni con l’obiettivo imperialistico di dividere e indebolire il Vicino e Medio Oriente. Il popolo curdo è vario e negli ultimi anni aspetti della cultura e dei costumi sono discussi sui principali media. Ma il comportamento di alcune fazioni corrotte va affrontato.

 

Una storia di abusi dei diritti umani

Le fazioni separatiste curde hanno interesse a rivendicare come propria la storia araba, assiria o armena. Tuttavia, quando falliscono in tale tentativo, distruggono qualsiasi segno rilevante della storia pertinente le aree che rivendicano del tutto. Sotto tale aspetto, operano similmente allo ISIS.

 

Reperti assiri vandalizzati nella regione curda dell’Iraq

Recenti rapporti mostrano bandiere curde dipinte su rilievi assiri di Duhuq, non una volta, ma due volte consecutivamente. Vi sono prove di martellamenti e scavi, nonché numerosi sospetti fori di proiettile. Il governo regionale del Kurdistan non ha condannato tali atti né si è impegnato a proteggere il patrimonio assiro. Ogni volta che i curdi falliscono un attacco in Turchia, fuggono in Siria per rivendicarne il territorio.

 

Per esempio, cercarono di rivendicare la città siriana di Ayn al-Arab, denominandola “Koban /Kobane”, nome che significa “società”, in riferimento alla società ferroviaria tedesca che costruì la ferrovia Konya-Baghdad. I curdi hanno anche affermato che al-Qamishli, altra città siriana, sia la loro capitale illegale, rinominandola Qamislo. Va ricordato che i curdi non sono maggioritari nella terra che pretendono loro, nel nord-est della Siria. Ad esempio, nel governatorato di al-Hasaqah sono circa il 30-40% della popolazione. Cifra diminuita dopo lo scoppio del conflitto, dato che molti curdi sono andati nei Paesi europei. La maggior parte di loro è fuggita in Germania, dove sono circa 1,2 milioni, un po’ meno dei curdi che vivono in Siria.

 

Tuttavia, non sembrano preoccuparsi di volere l’autonomia. La cercano solo nei Paesi del Medio Oriente che gli hanno dato rifugio in tutti questi anni; sono quei Paesi che vogliono pugnalare invece di ringraziare per l’ospitalità. Le molte affermazioni contestate da Amnesty International al governo siriano e all’Esercito arabo siriano non possono essere prese sul serio, in assenza di dati corroboranti. In alcuni casi, tuttavia, sarebbero veritiere, come nella relazione del 2015 che accusava le YPG, milizia popolare curda della Siria, di vari abusi dei diritti umani. “Tali abusi includono deportazione, demolizione di case, sequestro e distruzione di proprietà”, scriveva il gruppo. “In alcuni casi, interi villaggi sono stati demoliti, apparentemente per rappresaglia al presunto sostegno dei residenti arabi o turcomanni al gruppo chiamato Stato islamico (SIIL) o altri gruppi armati”. Amnesty International aveva anche documentato l’uso di bambini soldati, secondo Lama Faqih, consigliera del gruppo.

 

Alcuni curdi sostengono che il loro “Kurdistan” sia “multiculturale e multi-religioso”, disinteressato quando considera quelle culture supplementari, consistenti in comunità che ora vivono tra la maggioranza curda nelle terre che i curdi presero con la forza. Il 25 settembre, queste minoranze affrontavano la prospettiva di votare l’insensato referendum del KRG in Iraq, poiché anche se tutti votavano “no”, sarebbero stati comunque soverchiati dai “sì” della maggioranza curda, trovandosi soggetti a un governo e a un programma curdo se il governo iracheno riconosceva il referendum.

 

Il razzismo curdo contro gli arabi, specialmente i siriani

Il giornalista investigativo finlandese Bruno Jantti descrisse la sua esperienza nel Kurdistan iracheno mentre indagava sullo ISIS: “Quando lavoravo nel Kurdistan iracheno, fui colpito dalla prevalenza di atteggiamenti retrivi, anche razzisti e sessisti. Vi sono tornato di recente, dove ho passato un paio di settimane a studiare il gruppo islamico (ISIS). Lavorando per lo più nelle vicinanze di Sulaymaniyah e Duhuq, non potevo fare a meno di notare molte caratteristiche sociali e culturali che mi hanno sorpreso.

 

Considerando ciò che accade proprio in Siria, il livello del razzismo ant-siriano mi sorprese.

M’imbattevo in tali pregiudizi tutti i giorni. Un tassista esplose a Sulaymaniyah: ‘Questi siriani rovinano il nostro Paese’. Un altro tassista era abbastanza sconvolto dai bambini siriani che lavavano le finestre e vendevano per strada. “Sono sporchi” disse. Non era assolutamente inusuale che gli sfollati di origine araba irachena o siriana, fuggiti nel Kurdistan iracheno, subissero tale linguaggio. Non solo dai tassisti. Nell’edificio governativo di Sulaymaniyah, un ufficiale riteneva opportuno prepararci alle interviste nei campi profughi della zona. Mi disse verbalmente che i profughi siriani si lamentavano di tutto. In un’altra città, il capo della polizia era stupito e deluso che i miei colleghi e io chiedessimo il permesso di lavorare in un campo di profughi siriani. Il capo della polizia dichiarò: “Ma questi sono rifugiati siriani!” Non c’era che disprezzo nella sua voce. Ero pienamente consapevole del fatto che il nazionalismo curdo riprende le caricature assai discutibili di arabi, persiani e turchi. Nel Kurdistan iracheno fui sorpreso di come sembrassero prevalere tali atteggiamenti“.

 


Sarah Abad è un giornalista indipendente e commentatrice politica. Dedita a denunciare la propaganda dei media mainstream, riferendo su politica interna ed estera soprattutto del Medio Oriente. Partecipa a trasmissioni radiofoniche, notiziari e forum.

 

 

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