Fonte: Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement)

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Ott 18, 2017

 

Il Kurdistan affossato prima di nascere

di  Alain Rodier

Traduzione di Ossin

 

Il «problema curdo» è particolarmente complesso, coinvolge diversi gruppi umani e zone geografiche differenti, in Turchia, Siria, Iran e Iraq. Non esiste UN Kurdistan ma dei Kurdistan. Mano a mano che Daesh perde il controllo dei territori che aveva conquistato nel 2014-2015 sul fronte siro-iracheno, la relativa unità internazionale che si era realizzata – Turchia esclusa – a sostegno delle forze curde che si erano dimostrate capaci di contrastare l’avanzata jihadista-salafita si sgretola progressivamente. Inoltre l’iniziativa di Massud Barzani di organizzare un referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno è stato il fattore scatenante di queste divisioni, le cui conseguenze peseranno nell’avvenire sulla causa curda.

 

Iraq

Massud Barzani, il presidente del Partito democratico iracheno (PDK) e del Governo regionale del Kurdistan (GRK) ha creduto, questa estate, che la sua ora fosse venuta. Quindi ha deciso di indire un referendum, il 25 settembre 2017, sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, che è stata plebiscitata da più del 92,7% degli elettori.

Questo modo di procedere ha reso furioso il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an, e la cosa era quanto meno prevedibile. Haidar al-Abadi, il Primo ministro iracheno ha condiviso la medesima irritazione, non potendo tollerare la scissione dell’Iraq. Infine anche l’Iran ha condannato fermamente la tenuta del referendum e chiuso la sua frontiera col Kurdistan iracheno. Deve aggiungersi che l’altra grande formazione politica curdo-irachena, l’Unione patriottica del Kurdistan (UPK), il cui presidente Jalal Talabani è morto il 3 ottobre in Germania e che intende mantenere buoni rapporti con Baghdad e Teheran, si è opposto al referendum.

Le sanzioni della Turchia e del governo iracheno non sono tardate. Seguendo l’esempio di Teheran, Ankara ha chiuso la sua frontiera con l’Iraq. Solo l’oleodotto che collega Kirkuk a Ceyhan è rimasto aperto, perché la sua chiusura avrebbe avuto troppo pesanti conseguenze economiche. Da parte sua, Baghdad ha sospeso tutti i voli internazionali civili con destinazione Mosul e Suleimaniyeh.

Washington, Mosca e Parigi hanno invitato ad abbassare la tensione e a cercare il dialogo, disapprovando ufficialmente la tenuta del referendum. Complessivamente esso è stato approvato, per ragioni tattiche, solo da Israele[1].

Una informativa non verificata di Intelligence Online (che tuttavia di solito è bene informata) afferma che Massud Barzani, che nutre timori per l’integrità del Kurdistan, avrebbe incaricato il ministro dei peshmerga, Mustafa Sayid Qadir, e suo figlio, Marsour Barzani (il capo dei servizi di informazione) di avviare negoziati con i separatisti del PKK (Turchia), del PJAK (Iran) e dell’YPG (Siria) per la costituzione di uno stato maggiore comune che egli presiederebbe personalmente. Anche Lahur Talabani, il capo dei servizi di informazione dell’UPK, avrebbe partecipato a queste discussioni. Questo « Consiglio di guerra » avrebbe l’incarico di coordinare le differenti forze (tutte in varia misura presenti nel nord dell’Iraq) contro un’eventuale aggressione esterna. L’informazione è effettivamente plausibile, ma tenuto conto del forte contenzioso esistente tra il GRK e le formazioni di obbedienza marxista-leninista, è lecito dubitare che si sia giunti ad un accordo concreto.

 

Siria

In Siria, dopo multipli annunci di un’offensiva turca del tipo Scudo dell’Eufrate (lanciata nell’agosto 2016), il presidente Erdogan ha spedito nella parte est della provincia di Idlib degli osservatori incaricati di verificare la tenuta dell’accordo di « de-escalation », sottoscritto nel corso dei negoziati di Astana tra Russia, Iran, Turchia e alcuni gruppi ribelli.

Ironia vuole che gli osservatori turchi siano stati scortati da attivisti del Hayat Tahrir al-Cham (HTC), la coalizione ribelle che raggruppa i movimenti legati ad Al Qaeda « canale storico ».

Contemporaneamente lo HTC realizzava una vigorosa offensiva nella parte sud della provincia di Idlib, infliggendo un rovescio importante alle forze governative nel villaggio di Abou Dali, dove la guarnigione è stata fatta prigioniera. Per contro, lo HTC, che può contare su qualcosa come 10 000 combattenti, avrebbe perso il sostegno di diverse formazioni « moderate », tra cui la fazione Nureddine al-Zinki e lo Jaish al-Ahrar. Inoltre sarebbe attualmente impegnato in scontri con le truppe di Daesh a sud di Hama.

Infine, a inizio ottobre, è comparso nelle reti sociali un nuovo gruppo battezzato Jamaat Ansar Al-Furqan fi Bilad ash-Cham (Gruppo dei partigiani del buon senso nel paese del Levante). Afferma di voler combattere i Turchi e il governo di Damasco. Pare abbia ricevuto l’investitura da Ayman al-Zawahiri che, nel suo ultimo messaggio, ha reso nota la propria insoddisfazione nei confronti di Abou Mohamed al-Joulani, nominato a capo del HTC il 1° ottobre.

L’obiettivo della Turchia non è di combattere lo HTC, ma di riuscire a isolare il cantone di Efrin controllato dai Curdi dell’YPG. Infatti questa zona, posta a ovest del Rojava, il Kurdistan siriano, è collegata ai due cantoni di Kobané e di Qamishli, che stanno a est, da una strada che passa a sud della zona di Al-Bab, che è sotto controllo turco dopo l’offensiva Scudo dell’Eufrate. Ankara spera di poterla chiudere in futuro, per indebolire il nascente Rojava. Questo Kurdistan siriano viene considerato come una minaccia per l’integrità territoriale della Turchia, in quanto fornirebbe una retrovia al PKK, che è vicinissimo allo YPG.

Se è sempre difficilissimo prevedere il futuro, soprattutto in Medio Oriente, deve tuttavia constatarsi che il Kurdistan siriano[2] non potrà sopravvivere senza un accordo con l’attuale governo siriano, giacché Ankara manterrà, finché sarà possibile, la propria frontiera con la Siria chiusa o, almeno, sotto rigido controllo.

Lo stesso vale per il Kurdistan iracheno, che ha bisogno per la sua economia di cooperare con Baghdad, ma anche coi suoi grandi vicini iraniano e turco.

Infine, il PKK e i suoi cloni rivoluzionari siriani e iraniani continueranno ad essere una mina vagante rivoluzionaria in tutta la zona, senza avere alcuna speranza di vittoria ma mantenendo grandi capacità di fare danni.

In poche parole, un Kurdistan unico e indipendente è ancora una chimera.

 

Note:

[1] Il Kurdistan iracheno è una “piattaforma” tattica molto interessante per Israele, il cui nemico principale resta l’Iran. Inoltre, lo Stato ebraico diffida del governo sciita di Baghdad, che considera troppo vicino ai mullah iraniani. Un Kurdistan indipendente gli avrebbe permesso di rafforzare le sue posizioni

[2] Che potrebbe essere differente dall’attuale, ma è una questione di geografia.

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