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Mercoledì 18 gennaio 2017

 

Medioriente, l’eredità 2016

di Mostafa El Ayoubi

 

L’anno che da poco abbiamo lasciato alle spalle è stato denso di eventi importanti che potrebbero rimettere in discussione tutti i piani che sin dal 2011, in coincidenza con le “rivolte” arabe, sono stati progettati e messi in atto per ritracciare nuovamente la geografia politica del Medio Oriente/Maghreb.

Il primo, il ridimensionamento del fenomeno Gruppo Stato islamico (Is). Il califfato di Al Baghdadi – che gran parte dell’opinione pubblica internazionale conosce bene – sembrava ormai un dato di fatto, in quanto i media, per conto di altri, l’hanno molto enfatizzato. C’è chi persino ipotizzava un dialogo con i jihadisti per risolvere la grave crisi in Medio Oriente. L’Is doveva essere lo strumento militare per conquistare l’Iraq e la Siria nel quadro di una strategia geopolitica più ampia: quella di impedire all’Iran di estendere la sua influenza sulla regione e ancor di più alla Russia di diventare un attore geopolitico determinante nel panorama arabo. Ma l’intervento riuscito dei russi per difendere il loro alleato siriano ha guastato il piano: i jihadisti hanno cominciato a perdere terreno, fino ad arroccarsi a Raqqa e Idlib. La ripresa di Aleppo nel dicembre scorso da parte dell’esercito siriano aiutato dai russi apre la strada a una vasta offensiva militare contro i jihadisti. Chi verrà loro in soccorso?

Il secondo, l’insediamento alla Casa Bianca di una nuova amministrazione guidata dal repubblicano Trump, al posto di quella di Obama, e le tante incognite che ciò comporta. Obama lascia un’eredità pesante in Medio Oriente. Come Bush, anche lui – premio Nobel per la pace – ha fatto le sue guerre: in Libia, in Siria e indirettamente anche nello Yemen. Ad un mese dal suo trasloco, Obama ha dato il via alla vendita di ulteriori armi alla “opposizione” siriana. Il suo successore farà di peggio, come sostengono – in barba alle consuetudini internazionali – diverse cancellerie occidentali, compresa quella italiana, e anche gran parte dei media americani ed europei che creano e inculcano un’opinione negativa nei confronti di Damasco, Mosca e Teheran?

Il terzo riguarda l’informazione generalista: nel 2016 ha dato il peggio di sé, attestando così la sua totale sudditanza alle grandi potenze. Fregandosene delle regole e della deontologia di questo mestiere di fondamentale utilità sociale e civica, tv e stampa si sono lanciati in una vera campagna elettorale negli Usa per difendere gli interessi dei loro datori di lavoro, che Trump potrebbe mettere e rischio. La copertura mediatica della battaglia di Aleppo è un altro elemento inquietante. Diverse testate hanno spolverato foto di archivio di bambini e hanno diffuso notizie non verificate per affermare che Al Assad e Putin stanno compiendo un genocidio ad Aleppo Est (occupato dai jihadisti).

Anche i giornalisti italiani hanno giocato la loro parte. Abbiamo assistito a dicembre a talk show in cui si raccoglievano firme a favore della popolazione di Aleppo “massacrata dall’offensiva militare criminale siro-russa”. La battaglia di Mosul (Iraq) invece è stata accolta con favore: i nemici erano sempre jihadisti, solo che l’offensiva è stata condotta dagli americani! Pesi e misure che variano a seconda degli interessi in gioco come anche nel caso della guerra feroce contro lo Yemen. Ma ora che i nuovi rapporti di forza sembrano favorire la coalizione guidata da Mosca, cosa faranno i giornalini pro-sistema? Cambieranno casacca?

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