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06/11/2017

 

Saad Hariri si dimette: lo tsunami iraniano-saudita investe le coste del Libano

di Fady Noun

Il premier Hariri ha annunciato le proprie dimissioni da Riyadh. Un uomo preso in ostaggio, che ringrazia i sequestratori e precisa le condizioni per il rilascio. Egli è trattenuto in un hotel assieme a decine di politici e uomini d’affari sauditi colpiti da mandato d’arresto. La crisi con l’Iran e gli equilibri di potere nella regione. Ad Aoun l’arduo compito di gestire il passaggio istituzionale. 

 

L’impressione è quella di un uomo preso in ostaggio, che legge un testo all’interno del quale egli ringrazia i suoi sequestratori, afferma di essere trattato bene e precisa le condizioni per il suo rilascio. È così che è apparso, lo scorso sabato 4 novembre, il Primo ministro Saad Hariri (47 anni) sulla catena televisiva pubblica saudita Al-Arabiya, per annunciare le sue dimissioni fra lo stupore generale. Alla guida del Consiglio del ministri dal gennaio 2017, Hariri ha detto di temere per la propria vita e ha denunciato la “stretta mortale” di Hezbollah sul Paese. 

 

Certo, possiamo trovare delle parziali scusanti a favore di lui e affermare che la sua doppia nazionalità saudita e libanese gli conceda certi diritti. Tuttavia, vi è però un limite a questa doppia fedeltà quando si ricopre la carica di Primo ministro del Libano. L’annuncio delle sue dimissioni fatto dall’Arabia Saudita ha scioccato l’opinione pubblica tanto quanto le dimissioni in se stesse. 

 

Inoltre, ad oggi non si è ancora chiarito il mistero che circonda questa decisione dal carattere così teatrale e che alimenta le voci secondo cui egli si troverebbe in un regime di arresti domiciliari e non è più libero di muoversi. Questo è ciò che pensa il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e altri leader in merito al comportamento del premier dimissionario. 

 

Per una singolare coincidenza, un testimone libanese si trovava all’interno dell’hotel Ritz a Riyadh nel momento stesso in cui Saad Hariri registrava l’annuncio delle sue dimissioni. Questa informazione ha rassicurato, per il momento, i libanesi sulla sorte del loro Primo ministro. Tuttavia, si è trattato di un sollievo di breve durata, perché il giorno stesso si è poi saputo dell’arresto di 17 personalità saudite di primissimo piano, di cui 11 appartenenti alla dinastia di Al-Saoud, fra cui uno degli figli dell’ex monarca saudita e il miliardario Al-Walid ben Talal. E tutte queste personalità figuravano come residenti… all’hotel Ritz, con il divieto di abbandonare l’Arabia Saudita a bordo dei loro aerei privati, bloccati a terra per decreto reale. 

 

In attesa di saperne di più, non possiamo esimerci dal fare alcune riflessioni sulla sorte particolare di Saad Hariri a Riyadh, tanto più che egli non ha avuto contatti con il capo di Stato [Michel Aoun] dal 4 novembre scorso. Quel giorno lo ha chiamato solo dopo aver registrato la dichiarazione contenente le dimissioni e solo a distanza di qualche minuto dalla sua messa in onda, per annunciargliela e dirgli che sarebbe stato di ritorno nel Paese “entro due o tre giorni”. 

 

Con molta prudenza, il presidente Aoun ha chiarito che intende sospendere ogni decisione relativa alle conseguenze istituzionali delle dimissioni, in attesa del rientro di Hariri in Libano. Secondo i dettami della Costituzione, all’indomani delle dimissioni del presidente del Consiglio il capo di Stato deve avviare nuove consultazioni che portano alla nascita di un nuovo governo. In attesa di un rientro la cui data resta incerta, e per rassicurare l’opinione pubblica e i suoi stessi sostenitori, Hariri è comparso in uno scatto diffuso dal futuro ambasciatore saudita in Libano, che aveva appena giurato al cospetto del re. E ancora, l’ex Primo ministro Fouad Siniora, braccio destro del padre di Hariri, insieme a ministri e deputati appartenenti alla Corrente del Futuro (il partito di Saad) hanno assicurato che non vi è alcun motivo di preoccupazione. Tuttavia, il malessere provocato dalle immagini televisive pesa come un macigno. 

 

In particolare, Hariri ha detto di essere stato informato di un piano per assassinarlo. 

Un fatto plausibile, certo. Ma a questi timori hanno fatto seguito le note dei tre grandi servizi di sicurezza del Paese - esercito, Forze di sicurezza interne e Sicurezza generale - le quali assicuravano che non vi sono informative specifiche circa l’imminenza di un attentato alla sua persona. Ovviamente tutti possono sbagliarsi, ma questa unanimità dei pareri lascia pensare che vi siano altri elementi poco chiari nella vicenda; e la minaccia di un attentato ha potuto fungere da pretesto per giustificare la scelta di Hariri e il fatto che egli resti lontano dal proprio Paese. 

 

Come possiamo dunque valutare gli avvenimenti in corso? Sul piano politico, per tutto questo non vi è che un’unica spiegazione: lo tsunami dello scontro fra Iran e Arabia Saudita, che si cercava di tenere lontano dal Libano, ha infine toccato le coste del Paese dei cedri e colpito, con Saad Hariri, uno degli elementi principali della stabilità interna che regnava da circa un anno. Infatti, il Primo ministro è uno degli artefici del compromesso che aveva permesso, il 31 ottobre 2016, l’elezione alla presidenza di Michel Aoun, dopo due anni e mezzo di blocco istituzionale e di vacanza della carica. 

 

Ora, questo compromesso, e la stabilità che ne era derivata, sono state rimesse in dubbio da due sviluppo che hanno sconvolto nel profondo la fisionomia della regione e del mondo: l’elezione del presidente Donald Trump negli Stati Uniti (entrato in funzione il 20 gennaio 2017) e l’ascesa al potere del 32enne Mohammed bin Salman, nuovo uomo forte di Riyadh, principe ereditario e vice-Primo ministro saudita dal 21 giugno 2017. Due uomini tanto ambiziosi quanto inesperti, ai quali lo status quo lasciato da Barack Obama non andava più a genio. Il legame fra Trump e bin Salman non poteva certo tollerare il prosperare di Hezbollah in Libano, il suo trionfare in Siria, i complotti in Kuwait, la difesa degli Houthi in Yemen, le agitazioni in Bahrain, restando a braccia conserte. 

 

In Libano, da qualche settimana, Thamer el-Sabhane, il ministro saudita incaricato per gli Affari del Golfo, moltiplicava i suo messaggi su twitter per denunciare il “partito del diavolo” e spingere il Primo ministro Saad Hariri a prendere posizione contro una serie di piccoli passi della Corrente patriottica libera e dei ministri sciiti, nella direzione di una normalizzazione dei rapporti con il regime siriano - riguardo ciò vale ricordare l’incontro, nel settembre scorso a margine dell’assemblea generale Onu a New York, fra i ministri degli Esteri libanese e siriano - e dei ripetuti attacchi di Hassan Nasrallah contro la dinastia degli al-Saoud. Tuttavia, Hariri faceva orecchio da mercante, ben sapendo che lo si voleva spingere nella direzione - quantomeno - di una crisi di governo di durata infinita perché in Libano non è possibile governare mettendosi contro un’intera comunità, e che la componente sciita è guidata da Hezbollah e dal suo alleato pro-siriano Nabih Berry di Amal, il quale ricopre peraltro anche la carica di presidente della Camera. Nel peggiore dei casi, il forcing saudita su Saad Hariri avrebbe comportato una impensabile guerra civile perduta in partenza, tenuto conto delle capacità militari di Hezbollah che due conflitti (2006 con Israele e 2013-2017 in Siria) hanno riaffermato con forza. 

 

Enorme per il Libano, questo sviluppo deve però essere collocato all’interno del contesto. Le dimissioni del Primo ministro del Libano non possono essere una pedina dello scacchiere di fronte alle velleità di Trump di pestare i piedi all’Iran, né di fronte alle minacce di un Primo ministro israeliano che vede nella Repubblica islamica il nemico da abbattere - e incoraggiato nei suo sforzi dalle prospettive di pace arabo-israeliane che si delineano nel Golfo, con un “regolamento per lo sviluppo” alla Shimon Peres. 

Il minuscolo Libano non era nemmeno di grande interesse per l’immenso orgoglio - che alle volte sfocia nell’arroganza - di un Iran che emerge come un attore di primo piano, accanto alla Russia, nel nuovo ordine regionale. Il presidente iraniano Hassan Rouhani non si è vantato di recente che “non succede nulla nella regione, se non è l’Iran a volerlo…”?

 

All’improvviso, con il fallimento della politica saudita in Siria, tutte le tensioni e le contraddizioni si sono concentrate sul Libano e sono esplose sulla faccia dei libanesi. Certo, le istituzioni terranno con un presidente forte alla guida - è proverbiale la resilienza dei libanesi - e anche la lira libanese riuscirà a tenere, come ha tenuto a rassicurare in queste ore il governatore della Banca centrale. Resta il fatto che un governo dimissionario non è tenuto che al disbrigo delle questioni ordinarie e dà una pesante battuta di arresto all’opera di riassestamento delle istituzioni. A partire proprio dalle elezioni legislative, che oggi come oggi non è dato sapere se si terranno nel maggio 2018 come previsto sinora, ben sapendo che l’ultimo voto risale al 2009 e che la Camera attuale ha già effettuato un mandato di troppo. Tutto dipenderà certo dallo sviluppo della vicenda, e dalla possibilità - se verranno confermate le dimissioni - di formare una squadra di governo neutrale. Ma è troppo presto per dirlo e si dovrà mettere in conto anche un irrigidimento della comunità sunnita, che finirà per complicare il compito del capo dello Stato.

 

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