Fonte: il Manifesto

13 febbraio 2017

 

Esordio israeliano dei nuovi Usa

di Michele Giorgio

 

Gli Stati uniti bloccano all’Onu la nomina ad inviato speciale dell’ex premier palestinese Salam Fayyad, un atto che disconosce l’esistenza dei palestinesi come popolo con diritti e uno status internazionale.

 

Non è un regalo al governo israeliano, in anticipo sull’incontro del 15 febbraio tra Trump e Netanyahu. Piuttosto è una decisione politica di eccezionale portata (indicativa di una linea ben precisa) lo stop che venerdì notte gli Stati uniti hanno dato alla nomina dell’ex premier palestinese Salam Fayyad a capo della missione Onu in Libia, Unsmil, condivisa dagli altri 14 membri del Consiglio di Sicurezza.

L’amministrazione Trump, in buona sostanza, afferma di non riconoscere le risoluzioni sullo Stato palestinese approvate dalle Nazioni unite negli ultimi anni. A cominciare dall’ingresso nell’Assemblea Generale della Palestina come Stato non membro.

È stata esplicita Nikki Haley, la paladina dell’estrema destra nominata nuova ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, quando ha detto che l’amministrazione è rimasta «delusa» dalla decisione del segretario generale Antonio Guterres di indicare Fayyad come suo inviato speciale in Libia. «Per troppo tempo l’Onu è stata parziale in favore dei palestinesi» e gli Stati uniti non approvano il «segnale» che si manderebbe con la nomina di Fayyad, ha detto.

Bloccare la nomina dell’ex primo ministro significa dire no al riconoscimento dei palestinesi come popolo con diritti e con uno status internazionale. Entusiasta l’ambasciatore di Israele al Palazzo di Vetro Danny Danon. «Questo è l’inizio di una nuova era all’Onu dove gli Usa sostengono fermamente Israele contro ogni tentativo di danneggiare lo Stato ebraico», ha commentato compiaciuto. A Roma invece non devono aver accolto con favore il passo americano. Dovesse cadere l’ipotesi di Fayyad la missione Onu in Libia potrebbe rimanere nel limbo in un momento delicato, dopo i progressi fatti di recente dall’inviato uscente Martin Kobler.

La portata della decisione americana è data anche dal background di Salam Fayyad. Non stiamo parlando di un leader dell’Olp o di un ex capo della resistenza palestinese e neppure di un attivista politico. Fayyad, un economista, per tutta la vita ha lavorato con l’Occidente, con le istituzioni finanziare internazionali e tanto con gli americani.

Ha rapporti stretti con i petromonarchi del Golfo alleati degli Usa, è un amico dagli egiziani. Fu nominato primo ministro palestinese anche, se non soprattutto, su pressione di Washington. Il segretario generale Guterres, proprio perché consapevole della sua fitta rete di contatti e amicizie, contava di impiegarlo in negoziati per ridurre le fratture che impediscono una soluzione politica in Libia.

Un incarico troppo prestigioso per un palestinese, devono aver pensato Trump e il suo staff di falchi impegnato a ridimensionare l’importanza della questione palestinese e ad assecondare le politiche del governo Netanyahu. Sbigottimento in casa palestinese: «È inconcepibile l’atto compiuto dall’ambasciatrice Nikki Haley, è una sfida alla logica perché Salam Fayyad è il candidato più qualificato per quella posizione. La sua nomina è stata bloccata perché percepita come dannosa per Israele… È semplicemente assurdo», ha protestato Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell’Olp.

Invece non è assurdo. È la realtà con la quale i palestinesi dovranno confrontarsi per almeno quattro anni, non avendo peraltro elaborato ancora concrete contromisure e una strategia credibile volta a contrastare chi vuole negare i loro diritti. La sinistra esorta il presidente Abu Mazen a fare i conti con la realtà e ad agire di conseguenza. «Abu Mazen deve smetterla di pensare agli Stati uniti come fondamentali per la realizzazione nei nostri diritti – spiega al manifesto la deputata Khalida Jarrar, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Gli Usa non sono mai stati un mediatore onesto, hanno sempre favorito i loro alleati israeliani. Trump è solo una versione più estrema di una linea che dura da decenni».

Secondo Jarrar i leader dei movimenti politici palestinesi sono chiamati a risolvere le divisioni interne e a chiedere alla Corte penale internazionale dell’Aja di avviare un procedimento contro Israele. «I palestinesi – conclude Jarrar – devono saper rinunciare agli aiuti finanziari che arrivano dagli Stati uniti, poi usati per ricattarci e limitare e bloccare le nostre scelte politiche».

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