Fonte: www.counterpunch.org

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14 luglio 2017

 

Perché la Palestina è ancora il problema

di John Pilger

Tradotto da Gianni Ellena

 

Questa è una versione abbreviata dell’intervento di John Pilger all’Expo Palestinese di Londra l’8 luglio 2017.

 

Quando da giornalista in erba mi recai per la prima volta in Palestina negli anni ’60, alloggiai in un kibbutz. Le persone che incontrai erano instancabili, spiritose e si autodefinivano socialiste. Mi piacevano.

Una sera a cena chiesi di chi fossero le sagome di persone che vedevo in lontananza, oltre il nostro perimetro.

“Arabi”, dissero, “nomadi”. Le parole erano quasi sputate fuori. Israele, dicevano intendendo la Palestina, era stato per lo più una terra desolata e uno dei grandi progetti dell’iniziativa sionista era stata quella di trasformare in zona verde il deserto.

Usarono come esempio il raccolto di arance di Jaffa, esportate in tutto il mondo, quale trionfo sulla natura e sulla noncuranza umana.

Era la prima bugia. La maggior parte degli aranceti e dei vigneti appartenevano ai palestinesi che avevano lavorato il suolo ed esportato le arance e le uve in Europa fin dal XVIII secolo. L’ex città palestinese di Jaffa era conosciuta dai suoi abitanti precedenti come “la casa delle arance tristi”.

Nel kibbutz, la parola “palestinese” non si usava mai. Perché, chiesi. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonizzato, la sovranità reale dei popoli indigeni è temuta da coloro che non possono mai del tutto coprire il fatto, e il crimine, che stanno vivendo su terra rubata.

Il passo successivo è negare l’umanità della gente – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Inquinare la dignità, la cultura e l’orgoglio della gente ne consegue logicamente, come pure la violenza.

A Ramallah, dopo un’invasione della Cisgiordania da parte del defunto Ariel Sharon nel 2002, ho attraversato strade piene di macchine schiacciate e case demolite, per raggiungere il Centro Culturale Palestinese. Fino a quella mattina vi si erano accampati i soldati israeliani.

Mi venne incontro la direttrice del centro, la scrittrice Liana Badr, i cui manoscritti originali si trovavano sparsi e strappati sul pavimento. Il disco rigido contenente la sua narrativa e una biblioteca di drammi e poesie erano stati presi dai soldati israeliani. Quasi tutto era distrutto e insudiciato.

Non un solo libro si era salvato con tutte le pagine; non un singolo nastro master di una delle migliori collezioni del cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sulle scrivanie, sui ricami e sulle opere d’arte. Avevano spalmato le feci sui dipinti dei bambini e scritto – con la merda – “Nato per uccidere”.

Liana Badr aveva le lacrime agli occhi, ma rimaneva indomita. Disse: “Rimetteremo tutto a posto”.

Ciò che più fa infuriare quelli che colonizzano e occupano, rubano e opprimono, vandalizzano e contaminano è il rifiuto delle vittime di assecondarli. E questo è il tributo che tutti dovremmo pagare ai palestinesi. Si rifiutano di abbassare la testa. Tirano avanti, aspettano – finché è ora di combattere nuovamente. E lo fanno persino quando chi li governa collabora con gli oppressori.

Nel bel mezzo del bombardamento israeliano di Gaza del 2014, il giornalista palestinese Mohammed Omer non smise mai di comunicare. Lui e la sua famiglia furono colpiti; lui si accodò per cibo e acqua e li portò tra le macerie. Quando lo chiamavo, potevo sentire le bombe fuori dalla porta di casa sua. Si è rifiutato di abbassare la testa.

Gli articoli di Mohammed, illustrati da fotografie esplicite, sono stati un modello di giornalismo professionale che ha svergognato i reportage conformi e vili del cosiddetto mainstream in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La nozione di obiettività della BBC – che amplifica miti e menzogne delle autorità, una pratica di cui è orgogliosa – viene ogni giorno smascherata da gente come Mohamed Omer.

Sono più di 40 anni che testimonio il rifiuto del popolo della Palestina di compiacere i loro oppressori: Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea.

Dal 2008 solo la Gran Bretagna ha concesso permessi per l’esportazione di armi e missili, droni e fucili da cecchino in Israele per il valore di 434 milioni di sterline.

Coloro che, senza armi, si sono ribellati a tutto questo, quelli che si sono rifiutati di abbassare la testa, sono tra i palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere: il mio amico, il defunto Mohammed Jarella, che lavorava per l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, che nel 1967 mi mostrò un campo profughi palestinese per la prima volta. Era una gelida giornata invernale e gli scolari erano scossi dal freddo. “Un giorno…” mi disse. “Un giorno…”

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane indiscussa, che descrisse la tolleranza che esisteva in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, mi disse, “i sionisti hanno voluto uno stato a spese dei palestinesi”.

La dottoressa Mona El-Farra, medico a Gaza, il cui obiettivo era di raccogliere fondi per la chirurgia plastica di bambini sfigurati da pallottole e da schegge di proiettili israeliani. Il suo ospedale fu raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, le cui cliniche per bambini a Gaza – bambini resi quasi pazzi dalla violenza israeliana – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser sono una coppia la cui casa si trovava in un villaggio vicino a Gerusalemme designato come “Zona A e B”, il che significa che la terra è stata dichiarata per soli ebrei. I loro genitori vi avevano vissuto; i loro nonni vi avevano vissuto. Lì oggi i bulldozer stanno costruendo strade per soli ebrei, protetti da leggi per soli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando Fatima, incinta del secondo figlio, accusò dolori di parto. Il bambino era prematuro. Quando arrivarono ad un posto di blocco, con l’ospedale in vista, il giovane soldato israeliano disse che avevano bisogno di un altro documento.

Fatima stava sanguinando copiosamente. Il soldato, ridendo, imitava i suoi gemiti, poi disse: “Andate a casa”. Il bambino nacque lì, in un camion. Era blu dal freddo e presto, senza cure, morì di ipotermia. Il nome del bambino era Sultan.

Per i palestinesi, queste sono storie note. La domanda è: perché non sono note a Londra e Washington, Bruxelles e Sydney?

In Siria, una recente causa per diffamazione – una causa alla George Clooney – è foraggiata generosamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nonostante i beneficiari, i cosiddetti ribelli, siano dominati da fanatici jihadisti, il prodotto dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e della distruzione della moderna Libia.

Tuttavia, la più lunga occupazione e resistenza dei nostri tempi non è riconosciuta. Quando le Nazioni Unite improvvisamente si svegliano e definiscono Israele uno stato dove vige l’apartheid, come è avvenuto quest’anno, tutti s’indignano – ma non contro uno stato il cui “scopo principale” è il razzismo, ma contro una commissione ONU che ha osato rompere il silenzio.

“La Palestina”, affermava Nelson Mandela, “è la più grande questione morale del nostro tempo”.

Perché questa verità è soppressa, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?

Su Israele – lo stato dell’apartheid colpevole di crimini contro l’umanità e di aver infranto più leggi internazionali di chiunque altro – il silenzio persiste tra coloro che sanno e il cui compito è quello di dire le cose come stanno.

Su Israele, il giornalismo è così intimidito e controllato da un pensiero unico che richiede il silenzio sulla Palestina mentre il giornalismo corretto è diventato dissidenza: una metafora metropolitana.

Una sola parola – “conflitto” – consente questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano”, declamano i robot leggendo il telesuggeritore. Quando un giornalista veterano della BBC, un uomo che conosce la verità, si riferisce a “due narrazioni”, la stortura morale è completa.

Non c’è conflitto, né due narrazioni, con le loro ragioni morali. C’è un’occupazione militare imposta da una potenza nucleare sostenuta dal potere militare più grande sulla terra; e c’è un’ingiustizia epica.

La parola “occupazione” può essere vietata, cancellata dal dizionario. Ma la memoria storica della verità non può essere bandita: l’espulsione sistemica dei palestinesi dalla loro patria. “Piano D” gli israeliani lo chiamarono nel 1948.

Lo storico israeliano Benny Morris racconta come a David Ben-Gurion, primo primo ministro Israeliano, sia stato chiesto da uno dei suoi generali: “Cosa dobbiamo farne degli arabi?”

Il primo ministro, scrive Morris, “fece un gesto energico e dispregiativo con la sua mano”. “Scacciateli!” disse.

Settant’anni dopo, questo crimine è cancellato nella cultura intellettuale e politica dell’Occidente. O è discutibile o semplicemente controverso. Giornalisti profumatamente pagati accettano di buon grado i viaggi governativi israeliani, l’ospitalità e l’adulazione, e poi sono aggressivi nelle loro proteste di indipendenza. Il termine “utili idioti”, fu coniato per loro.

Nel 2011 mi colpì la facilità con cui uno dei più acclamati scrittori britannici, Ian McEwan, un uomo immerso nel bagliore dell’illuminazione borghese, accettò il “Jerusalem Prize” per la letteratura nello stato dell’apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sud Africa dell’apartheid? Anche lì danno via premi, con tutte le spese pagate. McEwan giustificò il suo atto con alcune parole subdole sull’indipendenza della “società civile”.

Propaganda – come quella che McEwan ha elargito, con la simbolica bacchettata sulle mani dei suoi ospiti felici – è un’arma per gli oppressori della Palestina. Come lo zucchero, oggi si insinua dappertutto.

Comprendere e analizzare punto per punto la propaganda di stato e culturale è il nostro compito più importante. Stanno facendoci marciare al passo dell’oca verso una seconda guerra fredda il cui obiettivo finale è quello di sottomettere e balcanizzare la Russia e intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato privatamente per più di due ore alla riunione del G20 ad Amburgo, a quanto pare sulla necessità di non combattere tra di loro, gli obiettori più vociferi sono stati coloro che avevano sequestrato il liberalismo, come lo scrittore politico sionista del Guardian.

“Non c’è da meravigliarsi che ad Amburgo Putin sorridesse”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di aver raggiunto il suo obiettivo principale: rendere nuovamente debole l’America”. Aggiungere il sibilo del malvagio Vlad.

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma amano il gioco imperiale della guerra. Ciò che Ian McEwan chiama “società civile” è diventato una ricca fonte di propaganda correlata.

Prendiamo un termine spesso usato dai tutori della società civile – “diritti umani”. Come un altro nobile concetto, “democrazia”, “diritti umani” è stato quasi del tutto svuotato del suo significato e del suo scopo.

Come il “processo di pace” e la “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati sequestrati dai governi occidentali e dalle ONG aziendali che loro stessi finanziano e che pretendono di avere un’autorità morale idealista.

Perciò, quando Israele è chiamato dai governi e dalle ONG a “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede nulla, perché tutti sanno che non c’è niente da temere; nulla cambierà.

Guardate al silenzio dell’Unione Europea, che fa i comodi di Israele, mentre si rifiuta di mantenere i propri impegni nei confronti del popolo di Gaza, come quello di tenere aperto un corridoio vitale al confine con la frontiera di Rafah: una misura accettata come parte del suo ruolo nella cessazione dei combattimenti nel 2014. Un porto marittimo per Gaza, un progetto concordato da Bruxelles nel 2014, è stato abbandonato.

La commissione ONU che ho citato – il cui nome completo è la Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale – ha descritto Israele come, e cito, “progettato per lo scopo principale” di discriminazione razziale.

Milioni lo capiscono. Quello che i governi di Londra, Washington, Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’umanità, di base, sta cambiando forse come mai prima.

Le persone in tutto il mondo sono in fermento e sono più consapevoli che mai, a mio avviso. Alcuni sono già in aperta rivolta. L’atrocità della Torre di Grenfell a Londra ha unito le comunità in una vibrante resistenza quasi a livello nazionale.

Grazie ad una campagna popolare, l’autorità giudiziaria sta oggi esaminando le prove per un possibile procedimento penale nei confronti di Tony Blair per crimini di guerra. Anche se questo dovesse fallire, è uno sviluppo cruciale, che demolisce un’altra barriera tra il pubblico e il suo riconoscimento della natura vorace dei crimini del potere di stato – il sistematico spregio per l’umanità perpetrato in Iraq, nella Torre di Grenfell, in Palestina. Quelli sono i puntini in attesa di essere collegati.

Per la maggior parte del XXI secolo, la frode del potere aziendale che si fingeva democrazia è stata dipendente dalla propaganda della distrazione: in gran parte per il culto del “me-ismo” progettato per disorientare il nostro senso di guardare agli altri, di agire insieme, di giustizia sociale e internazionalismo.

Classe, genere e razza sono stati dilaniati. Il personale è diventato il politico e i media il messaggio. La promozione del privilegio borghese è stata presentata come politica “progressiva”. Non lo era. Non lo è mai. È la promozione del privilegio e del potere.

Tra i giovani, l’internazionalismo ha trovato un nuovo e vasto pubblico. Guardate al sostegno per Jeremy Corbyn e l’accoglienza che il circo del G20 ha ricevuto ad Amburgo. Nel capire la verità e gli imperativi dell’internazionalismo e nel rifiutare il colonialismo, possiamo comprendere la lotta della Palestina.

Mandela affermava: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Nel cuore del Medio Oriente c’è la storica ingiustizia in Palestina. Fino a quando non si risolve, dando ai palestinesi la loro libertà e patria, ed uguaglianza di fronte alla legge di israeliani e palestinesi, non ci sarà pace nella regione, o forse da nessuna parte.

Quello che Mandela intendeva dire è che la libertà stessa è precaria, finché i governi potenti possono negare la giustizia ad altri, terrorizzare gli altri, imprigionare e uccidere gli altri, nel nostro nome. Israele capisce di certo la minaccia che un giorno potrebbe dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, conosciuto ai giornalisti come un propagandista professionista e perché l'”enorme bluff” delle accuse di antisemitismo, come lo ha chiamato Ilan Pappe, è riuscito a scoordinare il partito laburista e minare Jeremy Corbyn come leader. Il punto è che non ci è riuscito.

Ora gli eventi si muovono con rapidità. La notevole campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) sta avendo successo, giorno per giorno; paesi e città, sindacati e organismi studenteschi la stanno avallando. Il tentativo del governo britannico di limitare i comitati locali nel far valere il BDS è fallito nei tribunali.

Queste non sono parole al vento. Quando i palestinesi sorgeranno di nuovo, e lo faranno, forse non ci riusciranno in un primo momento – ma infine ci riusciranno, se noi capiremo che loro sono noi e noi siamo loro.

 


Link: https://www.counterpunch.org/2017/07/11/why-palestine-is-still-the-issue/

11.07.2017

 

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