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venerdì 13 gennaio 2017

 

Heidegger, Dugin e la fine della democrazia

di Fabio Della Pergola

 

Uno dei più importanti storici francesi contemporanei si chiama Emmanuel Le Roy Ladurie.

 

Non ci interessa, al momento, per i suoi studi sulla Francia meridionale al tempo dei Catari (famoso un suo libro sul paesino di Montaillou devastato dall’Inquisizione), quanto per un suo recente intervento riportato dal sito Katheon (in versione spagnola) sotto il titolo Russia: rivoluzione ideologica 2.0! 

 

In sintesi Le Roy evidenzia un cambiamento sostanziale nella politica interna della Russia avvenuto quando, il 25 luglio dell’anno scorso, «Putin ha dato finalmente il segnale verde al club Stolypin contro i liberali di Alexei Kudrin, quelli che avevano portato la Russia ad una recessione politica ed economicamente pericolosa con la loro ideologia del libero mercato “conforme a quella occidentale”».

Si impone subito una domanda: l'ideologia del libero mercato dei liberali era pericolosa per l'economia o per qualcosa di più specifico?

Forse era "solo" invisa all’ideologia del gruppo concorrente, quello del “club Stolypin” fra i cui fondatori spicca Sergei Glazyev accademico dell'Accademia Russa delle Scienze e membro dello staff direttivo di Katheon, il think tank di strategie geopolitiche di cui abbiamo già parlato.

Che l’ipotesi ideologica sia più credibile di quella strettamente economicista lo si può dedurre dalla frase seguente: «Questo cambiamento radicale nell’attuale posizionamento della Russia si deve molto all’influenza del filosofo russo, Alexander Dugin, il quale lavora da numerosi anni per rompere l’influenza occidentale sulla Russia».

E qui lo storico francese evidenzia come la svolta di Putin abbia il sapore nettissimo di una «messa in pratica, per la prima volta dal 1991, di un’alternativa ideologica totale al sistema occidentale».

La questione ha quindi una rilevanza di primissimo piano, dal momento che la Russia neo-imperiale di Vladimir Putin si è posta come il vessillo degli oppositori di ogni colore all'imperialismo occidentale. In molti - da diversi ambiti della appartenenza politica - si dimostrano entusiasti della nuova ipotesi di rottura del predominio ideologico anglosassone.

Il tutto, ci dice Le Roy, si deve all’influenza di Alexandr Dugin, ormai stella di prima grandezza se viene presentato dall’emittente di stato turca filogovernativa TRT come “rappresentante speciale del Presidente russo e consulente per la politica estera”.

E allora decidiamoci a vedere le carte di questo signore dal palese aspetto di un Pope ortodosso.

Per verificare in cosa consiste la sua “rivoluzione ideologica” è possibile sfruttare un sito dell’estrema destra neofascista e negazionista - Ereticamente - dove si «coltiva romanamente la Pietas verso Dio, la Patria e la Famiglia, garanzia di continuità biologica della Stirpe (sic)» - in cui troviamo un lungo saggio in cinque parti a firma di Roberto Pecchioli, che fra le altre cose chiarisce: «Alexsandr Dugin in Russia, Alain De Benoist [il fondatore della Nouvelle Droite] in Francia, sono alfieri e banditori di questo andare oltre, a partire dalla constatazione che non hanno più alcun senso le vecchie categorie politiche di destra e sinistra, nate con la Rivoluzione Francese, consolidate nella seconda metà dell’Ottocento e naufragate con il comunismo al tramonto del secondo millennio».

Ho usato il corsivo per mettere in evidenza il nucleo del discorso: il superamento delle ideologie del Novecento già ampiamente affrontato sia in ambito internazionale (Anthony Giddens, ispiratore della "terza via" blairiana) che nazionale (Norberto Bobbio: "il comunismo storico è finito. Ma la sfida che esso aveva lanciato è rimasta").

Di Dugin qui si cita la Quarta Teoria Politica - la proposta di andare appunto oltre comunismo, fascismo e liberalismo - che avrebbe «individuato il centro simbolico in un concetto filosofico introdotto da Martin Heidegger in Essere e tempo, l’Esserci, (Dasein)», dove, «nella parola composta Esser-ci, la particella enclitica “ci” simboleggia i due caratteri dell’uomo accolti sull’orma di Heidegger, ovvero la sua esistenza spazio-temporale (essere-qui-ora), e la sua apertura all’Essere, all’infinito, alla trascendenza, alla dimensione spirituale della vita».

La tradizione e la trascendenza. La fede nel proprio Dio, le radici nella Patria, il richiamo alla Famiglia tradizionale che appare in indiscutibile ottica omofobica (Dugin è noto per le sue posizioni in merito).

 

Ci potrebbe interessare allora ascoltare il giovane filosofo Diego Fusaro - Capitale di Marx e tecnica di Heidegger. Quale la differenza? - che propone una buona sintesi della differenza fondamentale tra Marx e Heidegger. Vedi quì: https://youtu.be/9fIwgvkWIvU

 

Per il primo - dice Fusaro - il capitalismo è «un prodotto storico dell’agire umano che si determina nel tempo» e che, per ciò stesso, può essere “tolto” dalla stessa prassi umana. Questo sarebbe stato il compito della rivoluzione nell’immaginario marxista. Cioè la proposta trasformativa dell'esistente.

Heidegger interpreta invece la “tecnica” (sovrapponibile oggi - e forse a lungo - al concetto di "capitalismo") come destino, come qualcosa che non è il prodotto dell’agire storico, ma è «un dispositivo anonimo impersonale che non è posto dagli uomini, ma che li utilizza al fine della propria crescita smisurata e non può essere trasformato dagli uomini».

Per Marx la prassi trasformativa è la soluzione, per Heidegger essa «non può essere la soluzione perché essa stessa [la prassi] è il problema. L’unica soluzione quindi è l’abbandono, il lasciar essere le cose come sono, abbandonare la prassi, lasciare tutto così com’è». Il mondo della tecnica non può essere altro che quello che è, non è trasformabile. Per questo il filosofo tedesco arrivò a dire “solo un dio ci può salvare” (intervista a Der Spiegel).

Dopo aver affermato la dimensione trascendentale, religiosa - e per questo intangibile - della “tecnica”, nessuna conclusione poteva essere più adatta di questa.

Qual è quindi la soluzione “rivoluzionaria” proposta dalla filosofia politica di Alexandr Dugin nel momento in cui ripropone il pensiero di Martin Heidegger? Nonostante i proclami velleitari di riscatto della vera essenza umana (ridotta a niente più che un sovranismo nazionalista, tradizionalista e interclassista) quello che si ripropone è, di fatto, l’intangibilità della “tecnica” in quanto “destino”.

L’affermazione neo-imperiale di Vladimir Putin - l'applicazione in una strategia globale della Quarta Teoria Politica - non può che trovare sintonie e consonanze con proposte politiche ideologicamente similari: dall'Ungheria di Viktor Orban, dall'Iran khomeinista, dalla Siria di Assad al sultanato neo-ottomano di Erdogan, dalla Francia del Front National all’Austria neonazista, dalla Lega lepenista di Matteo Salvini alla tedesca Alternative für Deutschland. Fino alla Alt-Right dei neonazisti americani pro-Trump o alla destra nazionalista e ultrareligiosa di Benjamin Netanyahu. Chiunque rimandi a conservatorismo tradizionalista e/o a politiche reazionarie.

Tutto ciò, dice Fusaro, determina «il successo odierno di Heidegger e, in maniera convergente, l’odierno oblio programmato di Marx».

Proporre il superamento delle differenze tra destra e sinistra non è altro che affermare la volontà di affossare definitivamente qualsiasi possibilità trasformativa dell’esistente, compresa tanta parte della sinistra che sinistra non è (e qui bisognerebbe ricordarsi di Elisabetta Amalfitano, Le gambe della sinistra: "Uguaglianza e libertà sono le gambe su cui rimettere in piedi l'identità di una sinistra che ha smarrito il proprio senso: non più due ideali inconciliabili, ma essenziali l'uno all'altro per superare gli errori di un comunismo che ha dimenticato la libertà e di un liberismo che, oggi più che mai, dimentica l'uguaglianza").

I molti sostenitori italiani di Putin - dai neofiti del rossobrunismo agli alternativi comunisti duri e puri, dai fautori di un ambiguo anarchismo fino ai sostenitori palesi o latenti di Beppe Grillo - non possono dire di non sapere chi appoggiano: la peggiore reazione su scala mondiale dai tempi del Congresso di Vienna in nome di un anticapitalismo che non trasforma, ma mantiene l'esistente.

Qualcosa che va oltre la normale violenza dei conservatori per proporre un salto indietro nell’ancient régime dove il popolo acclama il Cesare che seppellisce la democrazia una volta per tutte.

«E allora di fronte alla Babele del pianeta globalizzato, stiamo cominciando (sotto le mentite spoglie dei populismi) a rivalutare il valore della comunità chiusa, isolata e retta da un uomo forte? La risposta di Bauman è sì», scriveva L’Espresso intervistando il sociologo polacco da poco scomparso che parlava di «retrotopia, utopia retroattiva: richiamo a un passato mitico, inventato e che si presenta come la più seducente possibilità di fuga dalla angustie di un incerto presente».

La retropia dell’America great again di Donald Trump, della Terza Roma imperiale di Vladimir Putin, dell’Eurasia di Alexandr Dugin: è la Vandea globale dei nostri giorni presentata come una "nuova" ricetta per guarire dai mali del globalismo capitalistico fuori controllo.

Non sarà una strada sbagliata?

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