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Ottobre 11, 2017

 

Mosca, Teheran e Ankara aprono un fronte anti-occidentale unito

di Boris Dzherelievskij

Traduzione di Alessandro Lattanzio

 

Mosca, Teheran e Ankara hanno aperto un fronte anti-occidentale. In Iran, è stata sollevata la possibilità di riconoscere le Forze armate degli USA struttura terroristica, come l’organizzazione “Stato islamico” (SIIL) vietata in Russia. Il comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) Muhamad Ali Jafari, parlando a una riunione dei leader dell’arma, avvertiva che nel caso in cui l’IRGC venisse riconosciuto organizzazione terroristica da Washington (come affermava), l’Iran avrebbe considerato tale l’esercito statunitense. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders dichiarava che Donald Trump prevede l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran e di presentare una strategia globale per Teheran. Alla luce di ciò, Jafari osservava che l’adozione di nuove misure restrittive contro l’Iran significherà l’effettivo ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul programma nucleare iraniano. Secondo Jafari, le nuove sanzioni di Washington escluderanno la possibilità di un’ulteriore cooperazione tra i due Paesi. Diciamo che l’affermazione sul possibile riconoscimento dell’identità delle Forze armate statunitensi come terroristi non va vista sul piano delle accuse e contese, divenute “stile proprio” della politica estera di Trump. Servizi speciali e Forze armate degli Stati Uniti da tempo attuano una vera e propria guerra terroristica contro l’Iran, formando e inviando bande terroristiche nel suo territorio, come ribadito più volte da Teheran. Tuttavia, la necessità d’interagire in qualche modo con gli Stati Uniti ha impedito agli iraniani di riconoscere ufficialmente che le forze di sicurezza statunitensi erano divenute organizzazioni terroristiche. Ricordiamo che prima interazione diretta e cooperazione tra contingente militare statunitense in Siria e terroristi dello SIIL furono denunciate dal portavoce del Ministero della Difesa della Russia Igor Konashenkov, avvertendo che azioni contro le forze russe e alleate saranno fermate con la forza. (Konashenkov comprovava i fatti mostrando immagini satellitari).

 

Accusava l’occidente di sostenere i terroristi anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando agli attivisti del Partito Giustizia e Sviluppo ad Afyon, l’8 ottobre: “SSIL, al-Qaida e PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), dietro a queste organizzazioni si vede l’ombra dell’occidente, tutti rifugiati in occidente dove c’è FETO (organizzazione del predicatore islamico Fethullah Gülen)? In occidente ricevono supporto materiale molto serio“, dichiarava Erdogan esprimendo solidarietà ai due partner, o piuttosto alleati, del “trio siriano”. Così Mosca, Teheran e Ankara aprono un fronte unito contro gli Stati Uniti, e con molta ragione. Questa circostanza chiaramente indica che l’unione non intende limitarsi esclusivamente alla lotta contro SIIL, al- Qaida o separatismo curdo (questione che riguarda soprattutto Ankara e Iran). Usando un’analogia nella medicina, si può dire che i Paesi del “trio” fanno capire di voler combattere innanzitutto la causa della malattia e non solo i sintomi. E questo approccio è giusto, visto l’evidente progresso nella situazione del Kurdistan iracheno. Così, il portavoce del Parlamento iracheno Salim al-Jaburi si recava ad Irbil per incontrarsi con il capo del Kurdistan iracheno Masud Barzani. In precedenza, al-Jaburi aveva detto a RIA Novosti che intendeva avere “una serie di incontri, anche coi capi del Kurdistan iracheno, per risolvere la crisi delle relazioni tra Baghdad e la regione autonoma“. E il giorno prima, il capo dell’ufficio del capo del Kurdistan iracheno Fuad Husayn dichiarava che, “Barzani e i vicepresidenti iracheni Ayad Alawi e Usama al-Nujaifi hanno deciso d’incontrarsi a Sulaimaniyah per l’immediata revoca delle sanzioni” all’autonomia curda. Ricordiamo che Baghdad ha dichiarato il referendum illegittimo e sottolineato che non discuterà con il governo autonomo sul voto e d’imporre sanzioni al Kurdistan iracheno, come la sospensione del traffico aereo internazionale. Pertanto, il semplice inizio dei negoziati e la soppressione delle sanzioni significano solo una cosa: che la leadership dell’autonomia ha rifiutato di dichiarare l’indipendenza fornendo a Baghdad garanzie convincenti. Non c’è nulla di sorprendente in questo, le azioni concertate da Iraq, Turchia e Iran non hanno lasciato possibilità ai separatisti curdi. E gli “amici” statunitensi-israeliani non potevano intervenire in tale situazione; la Turchia da tempo “s’è liberata dalla loro presa” e i metodi di far pressione da dietro le quinte non funzionano sull’Iran dalla rivoluzione islamica. Cioè, gli alleati speravano di risolvere il problema dell’autonomia ribelle senza spargere sangue, usando solo metodi politici ed economici sostenuti da dimostrazioni militari ai confini. Fondamentalmente, Masud Barzani è un pragmatico, e non è la prima volta che cambia radicalmente rotta. È probabile che sia pronto a convertire i risultati del referendum in alcune preferenze per l’autonomia (e lui stesso) a Baghdad. L’unica domanda è se questa pacifica ritirata ostacoli Tel Aviv e Washington e i loro agenti nel Kurdistan iracheno. Tuttavia, le loro azioni in questo caso saranno contro Barzani, e porteranno a una divisione già molto forte dei curdi nella provincia, e anche alla delimitazione del movimento per l’indipendenza. Tuttavia, tornando gli Stati Uniti accusatii dal trio siriano di sostenere e utilizzare i terroristi, va notato che ultimamente Mosca e Ankara avevano parlato della possibile interazione con occidente e Israele nella lotta al terrorismo. Queste affermazioni non ci sono state più non perché i nostri Paesi non avevano informazioni sul terrorismo principale prodotto dei servizi speciali occidentali e loro principale strumento di dominio globale e regionale. Tutto questo era ben noto. Ma “il coinvolgimento dell’occidente nella lotta al terrorismo” era diventato una sorta di “tampone” o “schermo” mantenuto da Mosca e Ankara fingendo di credere nelle buone intenzioni dichiarate dall’occidente, al fine di evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e i loro alleati. Tuttavia, oggi non c’è spazio né possibilità per tali manovre. La cosa più importante è che l’alleanza delle tre potenze oggi si senta abbastanza forte da non temere il confronto diretto con Washington. La “copertura” sparisce e le cose vengono chiamate per nome.

 

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10 ottobre 2017

 

Israele è il principale importatore di petrolio dal Kurdistan iracheno

di al-Mayadin

 

Israele è il maggiore importatore mondiale di greggio dalla provincia irachena del Kurdistan, nel 2017, afferma una relazione. Secondo i dati della società statunitense ClipperData che traccia l’invio di benzina nel mondo, circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi del Kurdistan iracheno viene spedito in Israele. In precedenza, l’Italia era il maggiore importatore al mondo di petrolio del Kurdistan. Si stima che le aree controllate dal governo regionale del Kurdistan forniscano quotidianamente circa 500-600000 barili di petrolio al mercato mondiale attraverso un oleodotto che arriva al porto di Ceyhan, nel sud della Turchia. Durante la preparazione del referendum indipendente del Kurdistan, l’oleodotto fu chiuso almeno due volte dalla Turchia. I media israeliani riferivano che i dati resi noti dal Movimento Gorran, il primo partito di opposizione del Kurdistan, indicavano che le società israeliane ricevettero a settembre circa 3,8 milioni di barili di greggio dalla regione del Kurdistan dell’Iraq. Il notiziario israeliano i24News afferma che, sebbene gli acquirenti in Israele siano per lo più compagnie petrolifere private, questi acquisti tuttavia hanno iniettato fondi considerevoli nel bilancio della regione curda spingendo le dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a sostegno del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno e del “diritto all’autodeterminazione del popolo curdo”. Nel frattempo, il ministro dell’Energia dell’Iraq, Jabar al-Luaybi, chiedeva alla North Oil Co., l’operatore di Stato dei campi di Qirquq, alla compagnia statale per i progetti petroliferi e alla società degli oleodotti di Stato di ripristinare e riaprire la pipeline Qirquq-Ceyhan che si estende dai campi petroliferi della provincia di Qirquq al porto turco meridionale di Ceyhan attraversando le province irachene di Salahudin e Niniwa, esortando a ripristinare l’esportazione precedente, tra 250000 e 400000 barili al giorno.

 

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10/10/2017

 

Erdogan annuncia che il suo governo non riconosce l’ambasciatore degli Stati Uniti

 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciava, a Belgrado, che né lui né il suo governo riconoscono l’ambasciatore statunitense ad Ankara John Bass quale rappresentante diplomatico di Washington, dopo la crisi scatenata dalla sospensione dei visti. “Quell’ambasciatore conclude la sua missione, ma io né i miei ministri lo riceveremo“, aveva detto Erdogan dopo aver incontrato l’omologo serbo Aleksandar Vucic. Spiegava che Bass fa regolarmente visite d’addio (secondo la stampa turca, tra due giorni sarà ambasciatore in Afghanistan), anche se alcun membro del governo le accetta, data la situazione. “Né i nostri ministri, né il portavoce, né io accettiamo queste visite d’addio perché non lo vediamo rappresentare gli Stati Uniti in Turchia“, aveva detto il presidente. “Prima di tutto, non abbiamo iniziato noi. È un problema creato dagli Stati Uniti. Non vogliono parlare con il Ministero degli Esteri (turco). Ora dicono che l’ambasciatore (degli Stati Uniti) ad Ankara ha deciso (di sospendere l’emissione dei visti). Se è così, non abbiamo nulla da dire ai funzionari statunitensi“, aggiungeva. Bass confermava che il motivo per cui l’ambasciata degli Stati Uniti aveva deciso di sospendere i visti era l’arresto di un impiegato turco del consolato a Istanbul. “Nonostante i nostri sforzi per conoscere le ragioni dell’arresto, non siamo stati capaci di saperne il motivo o quali prove esistano contro il dipendente“, aveva detto l’ambasciatore. Erdogan alludeva a una presunta infiltrazione di “agenti” di Fethullah Gülen che Ankara accusa del fallito colpo di Stato del luglio 2016. “Come hanno infiltrato questi agenti (di Fethullah Gülen) al consolato di Istanbul? Chi ce li ha messi? Alcuno Stato permetterebbe a tali agenti di minacciare. La Repubblica di Turchia ha anche dichiarato che non è uno Stato tribale. Non possiamo tollerarlo“. Il primo ministro turco Binali Yildirim invitava gli Stati Uniti al “buon senso” e abrogare la decisione, a cui Ankara ha risposto immediatamente con una misura identica.

 

Erdogan annuncia l’avvio di un’ampia operazione in Siria

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciava l’inizio di una grande operazione dei rivoltosi siriani sostenuti da Ankara, l’esercito libero siriano (ELS), contro le posizioni jihadiste nella provincia siriana di Idlib. Questa operazione mira a garantire il confine turco e a strappare il controllo della zona all’organizzazione Tahrir al-Sham, composta principalmente da Jabhat al-Nusra, che controlla la regione dal 23 luglio assieme allo Stato islamico, l’alleanza jihadista più forte in Siria. “Adesso vi sarà un’importante operazione a Idlib, che continuerà non appena fisseremo nuovi obiettivi. Non possiamo abbandonare i nostri fratelli. Non possiamo dirgli che non c’interessa se muoiono. Dobbiamo aiutarli e non permetteremo che un corridoio terroristico si formi al nostro confine“, dichiarava Erdogan a un’audizione pubblica della NTV. L’operazione sarà sostenuta dall’esercito turco che deve ancora raggiungere la città, secondo Erdogan, e dal supporto aereo russo. Per il momento e fino all’arrivo delle truppe, l’esercito turco fornirà supporto d’artiglieria dal confine.

 

Supporto internazionale

La Russia sostiene l’operazione dall’aria e le nostre forze armate dai confini della Turchia“, dichiarava Erdogan, anche se Mustafa Sajari, capo del gruppo armato liwa al-Mutasim, assicurava che la Russia non collaborerà coi ribelli nell’operazione. “Il ruolo dei russi è limitato alle zone controllate dal regime“. “L’esercito libero siriano col sostegno delle truppe turche è pronto ad entrare nella zona, ma finora non ci sono movimenti“, affermava Sajari. L’incursione avviene dopo che Iran e Russia, che sostengono il Presidente siriano Bashar al-Assad, e la Turchia, che sostiene i rivoltosi, approvavano la riduzione dei combattimenti tra terroristi e governo nel nord-ovest. Jabhat al-Nusra ha rotto i legami con al-Qaida. Dall’inizio dell’anno ha combattuto contro altri gruppi terroristici ad Idlib e altrove in Siria, mentre il governo si concentrava sulla guerra contro lo Stato islamico ad est. L’alleanza Tahrir al-Sham è ben consolidata nella frontiera di Idlib ed ha grande presenza nelle città vicine. Subito dopo l’annuncio dell’offensiva, Tahrir al-Sham avvertiva che “non sarà un pic-nic“. “I leoni del jihad e del martirio aspettano di saltargli addosso”, secondo una dichiarazione sui social network che denunciava il “tradimento” dell’ELS collaborando con la Russia e il governo siriano, anche se non menzionava la Turchia.

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