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lunedì 15 gennaio 2018

 

La Tunisia dei ‘benalisti’ 

di Enrico Campofreda 

 

In lingua coloniale, il francese che nel Maghreb è parlato come l’arabo, son definiti “Ercidisti”. Da RCD, Rassemblement Costitutionel Démocratique, il vecchio partito di Abidine Ben Ali. Il patrigno della Tunisia che, con l’aiuto dell’altra sponda del Mediterraneo, sotterrò politicamente Bourguiba, elevando se stesso al potere. L’altra sponda eravamo noi, l’Italia craxiana e andreottiana attiva, nel 1987, a predisporre quello che fu definito il ‘golpe morbido’. Il colpo doveva garantire una svolta democratica (si perdoni la contraddizione in termini) in una Tunisia che rischiava di diventare terreno di coltura per l’Islam politico. In realtà a Roma interessavano gli affari petroliferi dell’Eni, quelli d’industrie tessili, e non solo, che delocalizzavano avvantaggiandosi di manodopera a prezzi stracciati. A essere garantito non fu lo sviluppo della nazione e la sua popolazione, ma il neo presidente tunisino, il cospicuo clan familiare acquisito con la seconda moglie, Leila Trabelsi, più la casta dei faccendieri personali e di Stato. Tutto ciò era chiaro anche nel ventennio che precedette la grande ribellione popolare del 2011, quando il referente di sponda di Ben Ali, Bettino Craxi, caduto in disgrazia per Tangentopoli, aveva trovato riparo come latitante di lusso nella tenuta personale di Hammamet. Fra il regime affamatore di Ben Ali e l’attuale politica laica che s’oppone agli ingombranti e contraddittori passi compiuti nel 2012 dall’Islam politico, incarnato da Ennahda e dai furori jihadisti, c’è l’immagine di Béji Caïd Essebsi, politico vecchio per mentalità ed età anagrafica (oggi 91 anni, 85 all’epoca della creazione del suo partito liberista Nidaa Tounés).

 

Un classico esempio di quegli uomini per tutte le stagioni che si son visti nell’Egitto pre golpe Sisi (Suleimann o ElBaradei) o l’attuale Al Serraj libico. Finti traghettatori che non conducono verso nessuna soluzione, se non quella dettata dai poteri sovranazionali che in Occidente si chiamano Fondo Monetario Internazionale e Nato. Perciò indigna ma non stupisce che la coppia Ben Ali-Trabelsi, vissuta per ventitre anni in casa ad arricchirsi, sia dal 2011 a godersi i propri beni a Gedda, al riparo da ogni azione giudiziaria per corruzione e frode, appropriazione di capitali, addirittura detenzione reperti archeologici. Tutti reati addebitatigli. Seguìta dai figli Halima e Mohamed; mentre Nersrine Ben Ali e il marito affarista Sakher El Materi, entrambi condannati in contumacia per frode, corruzione, acquisto illecito di terreni, sono riparati prima in Qatar quindi alle Seychelles. In Canada è finito il capo della famiglia Trabelsi, Belhassen, fratello di Leila. Moglie e figli hanno ottenuto lo status di rifugiati, perché considerati soggetti vulnerabili, lui no. Solo ultimamente i parenti hanno avuto un blocco dei propri fondi finanziari, probabilmente a seguito di un intervento del governo tunisino che si sentiva parte lesa. Per quello che s’intravede nel panorama politico attuale non è detto che il governo proseguirà nell’azione giudiziaria. Ma non sono questi citati gli unici seguaci del dittatore. Uno degli aspetti denunciati dall’opposizione, oltre ai rincari generalizzati che infiammano da dieci giorni le strade del Paese, è la presenza di numerosi politici “benalisti” riciclati da e con Essebsi. Il premier Chahed che, nello scorso settembre assumendo l’incarico, annunciava un intervento per combattere terrorismo e corruzione, e incrementare crescita economica ed eguaglianza sociale, non solo ha stentato nell’avviare il programma.

 

Chahed su pressione del presidente ha affidato ministeri chiave (difesa, esteri, finanze, educazione) a personaggi screditati per la passata vicinanza alla gestione di Ben Ali. Ora che la crisi brucia sulla pelle degli strati più disagiati, ma disagiata è anche la metà della popolazione giovanile di ogni ceto che non trova lavoro, quest’apertura delle Istituzioni ai volponi della politica urta ancor più il sentimento dell’attivismo più cosciente. Il tema era già stato affrontato mesi addietro dai minoritari gruppi di sinistra, eppure numerosi analisti gettavano acqua sul fuoco sostenendo che diversi dei nomi contestati erano ‘tecnici’ più che ‘politici benalisti’, e venivano scelti perché, dal momento delle grandi contestazioni in poi non era sorta una nuova classe dirigente competente, che peraltro non si forma in un quinquennio. Però, d’altro canto, proprio situazioni come l’attuale non permettono, o volutamente non sono intenzionate, a svezzare figure competenti che possano comunque essere messe nelle condizioni di lavorare a un’alternativa di salvaguardia della nazione e della sua gente. Secondo altri politologi, invece, l’essenza conservatrice di Ennahda e la finta svolta democratica di Nidaa Tounés mirano allo stesso obiettivo: evitare ogni rinnovamento. Come appare anche dall’attacco a “Verità e giustizia”, un’iniziativa istituita per verificare la violazione di diritti umani e crimini economici commessi fra il 1955 e il 2013. Essebsi sta cercando di eliminare da “Verità e giustizia” le competenze in materia di corruzione. Non sembra un caso.

 

 

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