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19 ottobre 2018

 

L’enigma Biglino e la rimozione cosciente

di Carlo Bertani

 

“Oggi come non mai stiamo vivendo nella caverna platonica, dove gli uomini scambiano per reali le immagini che scorrono loro davanti. Oggi come non mai, infatti, confondiamo la realtà con le ombre.”

José Saramago

 

Di fronte alle esternazioni di Mauro Biglino sulla Bibbia, si potrebbe liquidare tutto come un fenomeno editoriale alla Dan Brown. Se Biglino ponesse al centro dell’attenzione la sua persona, avremmo più di un sospetto nei suoi confronti: eppure, pur utilizzando tutti i canali dell’informazione attuale, il biblista torinese non si pone come un “faro” di sapienza, e neppure instaura una sorta di “dissidio” con la Santa Sede, anche se – a dire il vero – Oltretevere non devono aver gradito l’idea che, proprio dalla Bibbia, Biglino abbia sottratto un elemento di una certa importanza, cioè Dio.

L’autore torinese sostiene proprio questa tesi: la Bibbia è un resoconto di “qualcosa” che avvenne fra la Mesopotamia ed il Mediterraneo in epoche lontane: il “qualcosa”, però, secondo Biglino, non ha nulla a che vedere con la Creazione e nemmeno con la figura di Dio, come attualmente viene dipinto. La storia, secondo Biglino, è un’altra: il termine “Elohim” rappresenta un essere (o più esseri) in possesso di una tecnologia superiore, i quali hanno instillato le basi della conoscenza scientifica (agricoltura, costruzioni, ecc) nei popoli che vivevano in quelle aree. Di più: essendo fatti “a nostra somiglianza”, questi esseri più evoluti si sono incrociati con la nostra razza (Biglino ipotizza l’ingegneria genetica, ma potrebbero aver usato sistemi più “semplici”) inserendosi così come “catalizzatori” nell’evoluzione umana.

D’altro canto, non dimentichiamo che gli antichi usavano translitterare la Storia (per loro) antica nel Mito: gli Dei che stavano sempre “in alto”, che potevano assumere le sembianze più strane…e poi, s’accoppiavano con gli umani, generando semidei. Ne hanno avuta di fantasia: era solo fantasia?

In nota troverete un colloquio critico con l’autore (1).

Dobbiamo riconoscere che la sua esegesi è chiara e convincente, anche se – in definitiva – il simposio è ristretto ad esperti traduttori dall’ebraico antico, dall’aramaico e dalle altre lingue mesopotamiche del tempo. E finisce per essere un cenacolo per pochi eletti: coloro che sono in grado di verificare le sue ipotesi con competenza filologica.

Biglino non asserisce che questi “Dei” fossero extraterrestri, oppure appartenenti a precedenti civiltà terrestri: si limita a sottolineare le incongruenze che ci sono nella Bibbia, “sfiorando” anche il Mahabharata e l’Epopea di Gilgamesh, dove ci sono numerosi passi un poco inquietanti.

Quindi, è inutile “parteggiare” per l’una o per l’altra parte, se non evidenziando i tanti dubbi sull’evoluzione umana. Che non mancano.

Anche il dibattito, in ambito filologico, è stato molto “soft”: certo, da parte Vaticana qualche studioso ha messo all’indice Biglino, ma senza eccedere. Insomma: è un poveraccio senza arte né parte, non facciamogli pubblicità. Anzitutto, perché non ci conviene.

Biglino, però, sfiora appena lo stridere fra i livelli tecnologici degli “Elohim” rispetto alla popolazione umana, perché è un traduttore: traduce letteralmente, scontrandosi (evidentemente) con una serie di problemi semantici che affondano nelle radici dell’esperienza umana. E che lui interpreta a suo modo, ovviamente.

Oggi, abbiamo persone che – pur di guadagnarsi qualche click in più su Youtube – non hanno remore a presentare la vecchia foto della nonna in giarrettiere e mutandoni spacciandola per la “vera” Mata Hari: in questo senso, i libri sono ancora più affidabili del tanto “sapere” Web. Che, a volte, ricorda i venditori di pozioni miracolose nelle piazze del Far West.

Mauro Biglino non s’addentra in questioni di tipo scientifico-tecnologico, le sfiora appena: verrebbe il sospetto che, non sentendosi avvezzo a dissertare su campi così distanti dalle lingue antiche, non li voglia prendere in esame.

Eppure, il sapere scientifico, oggi, è senz’altro più conosciuto e dibattuto rispetto alle lingue antiche: perciò, mi sono divertito a presentarvi alcuni fatti, comprovati da scoperte archeologiche, che tuttora suscitano sgomento.

Se volessimo partire da una data, una sola data che ci ponga qualche dubbio, potrebbe essere il 74.000 a.C. perché?

Poiché, anche se la presenza dell’Homo Sapiens è documentata fino a circa 2-300.000 anni or sono, in quella data esplose il supervulcano di Toba.

Ora, un supervulcano non è un “vulcano plus”, è qualcosa di apocalittico, che per fortuna non capita sovente: non si tratta di uno “scorreggione” come il Vesuvio, e nemmeno di un “ruttatore seriale” come l’Etna, bensì di un accumulo di materiale lavico che dura migliaia di anni e che, poi, fa saltare il tappo roccioso che lo sovrasta. Con conseguenze su tutto il Pianeta.

L’esplosione di Toba immise nell’atmosfera 3.000 chilometri cubici di materiale e la radiazione solare scomparve: la Terra (all’epoca, si era in piena glaciazione di Wurm) precipitò in un “inverno vulcanico” che durò alcuni anni.

Siccome la popolazione allora residente era quasi tutta nella zona fra i Tropici – e Toba è a Sumatra – fu duramente colpita. I paleobiologi hanno stimato – dalla varianza del DNA umano – che si partì, in quel senso, quasi dagli inizi. Alcune teorie ipotizzano una “forbice” di sopravvissuti fra i 600 ed i 3.000, ma sono cifre ipotizzate e ricavate, come dicevamo, solo dalla scarsa varianza del DNA. I soli reperti archeologici non ci forniscono informazioni esaustive al riguardo

Finalmente, verso il 10.000 a.C., termina la glaciazione di Wurm: altro periodo di sconvolgimenti, il mare si alza di decine di metri in pochi secoli, fiumi immensi si generano dallo scioglimento dei ghiacci. Però, l’uomo può finalmente affacciarsi alla “finestra” del mondo. Sono, appena, 12.000 anni or sono.

Qui, in qualche modo, s’innesta la trattazione di Biglino, in qualche data probabilmente intorno al primo/secondo millennio prima di Cristo ma, non dimentichiamo: la Bibbia racconta vicende molto antiche e, tuttora, non c’è unità di vedute fra gli studiosi.

Passano 7.500 anni – un’inezia, se riferita ai tempi dell’evoluzione – e, intorno al 2560 a.C Il faraone Khufu (Cheope) decide di farsi una bella tomba di famiglia, e fa costruire la nota piramide.

Ancora oggi non si sa come la costruirono (e la datazione è incerta), nonostante mille teorie sullo spostamento dei massi ed il loro posizionamento. Craigh Smith, un ingegnere statunitense che fece parte di una squadra, la quale cercò di determinare i tempi e le modalità seguite per la costruzione della piramide di Cheope, confessò:

“Le logistiche di costruzione di Giza sono impressionanti se si pensa che gli antichi Egizi non avevano a disposizione pulegge, ruote e accessori di ferro. Le dimensioni delle piramidi sono estremamente accurate e il sito è stato livellato con un errore di meno di un centimetro su una base di oltre cinque ettari. E’ paragonabile all’accuratezza dei moderni metodi edilizi ed al livellamento al laser. E’ sbalorditivo, con i loro “attrezzi rudimentali”, i costruttori di piramidi dell’antico Egitto furono accurati quasi quanto lo siamo noi con la tecnologia del XX secolo.”

Si aggiunga che, nei siti di estrazione dei massi, non è stato rilevato nessun utensile di Rame, il metallo più duro conosciuto all’epoca.

Inoltre, i massi delle piramidi avevano un peso compreso fra le 2,5 tonnellate e le 80 tonnellate: li trasportavano su barche di papiro? Auguri.

Voi credete alle storie degli schiavi che tirano nella sabbia 80 tonnellate su un piano inclinato inumidito con l’acqua?

Ecco una gru che può sollevare 80 tonnellate:

Tutto questo lo fece un popolo che non conosceva la ruota?!? Difficile da mandar giù, anche perché gli schiavi erano pochi nell’antico Egitto e, la popolazione, lavorava sì per il “grande Padre”, ma solo quando era libera dai lavori agricoli.

Insomma, un bel rebus.

Ma facciamo un salto al museo di Bagdad.

Ecco cosa ci troviamo davanti:

 

Cos’è?

Una rudimentale batteria…al fluoruro di Litio? No, ai tempi le facevano (!) al Ferro-Rame, non conoscevano ancora lo Zinco, figuriamoci il Litio.

 

Eppure, quel vaso contiene proprio i due metalli, separati da uno strato di catrame. L’elettrolita? Un acido qualunque, succo di limone oppure aceto, vino…è un’edizione arcaica della nota pila di Volta, che utilizzò il Rame e lo Zinco. Chi la costruì? Perché? Nessuno lo sa.

Una cella elettrolitica così fatta poteva fornire una tensione di 0,4 Volt, ma collegandole in serie si potevano raggiungere tensioni più elevate, chissà…

Di che epoca è?

 

Pare 2 secoli prima di Cristo.

Ovviamente gli archeologi “ufficiali” si sono sperticati nel dire che “forse” era “solo” uno strumento per stendere, per via elettrolitica, un sottile strato d’Oro su altri metalli. Poi, si sono rimangiati anche la seconda ipotesi…perché…beh…un conto è affermare che, in qualche modo, qualcuno avesse costruito una batteria, un altro aggiungere che conoscevano le tecniche galvaniche, che includono – en passant – una conoscenza approfondita dell’elettrologia. E della Chimica. La galvanotecnica è complessa, e si usano per lo più, i sali cianidrici dei metalli che si vogliono usare per ricoprire. Mettevano l’Oro a bagno in un impasto con le mandorle amare? Mah…

Un mondo che conosceva la tecnologia? O forse la ricordava? O l’aveva vista, o ricevuta, in dono da qualcuno?

 

Già, ma quale mondo?

Le conoscenze, a quell’epoca, non erano omogenee, basti pensare che, quando i Romani conquistarono la pianura padana e le valli circostanti (II-I secolo a.C.), in val Camonica incontrarono popolazioni che ancora si dedicavano alle pitture e sculture rupestri, come nel Mesolitico. Una differenza abissale: le pitture rupestri incontrarono un mondo che già aveva creato strade, ponti, acquedotti…che già possedeva un corpus giuridico, che si governava grazie al Senato e…stava per sperimentare la guerra civile!

 

Mentre i Romani si dedicavano alla conquista del mondo allora conosciuto, in un’isola del Mediterraneo –Cicerone dice la Sicilia, altri Rodi, ma non ha importanza: erano tutti Greci… – qualcuno costruiva ed esportava sofisticati orologi astronomici, come non ne sarebbero più stati costruiti per almeno 1500 anni!

Una di queste macchine è stata ritrovata su una nave greca naufragata presso l’isola di Anticitera, vicino a Creta, nel 1900.

Sulle prime non fecero caso al ritrovamento, incrostato dai sedimenti e dagli organismi marini: poi, qualcuno “drizzò le orecchie”. Si cominciò a capire che era un meccanismo complesso, ma solo pochi anni or sono, grazie ad una sofisticata tecnica di scansioni ai raggi X ad alta risoluzione, i ricercatori sono riusciti a ricostruirla. Eccola com’era al suo ritrovamento:

 

E la ricostruzione eseguita dal team di studiosi dopo le analisi ai raggi X (è disponibile anche un filmato, su Wikipedia):

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di un sofisticato orologio astronomico che misura il moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti all’epoca conosciuti, ma non solo: fornisce le fasi lunari, le eclissi e…le date delle Olimpiadi! E sono tutti in relazione precisa fra di loro, grazie al meccanismo che funzionava a manovella.

 

E’ costituita da decine di ingranaggi in Rame – e passi costruire lamine di Rame così precise – ma quando hanno dovuto fare i denti degli ingranaggi, cos’hanno fatto? Sono scesi in ferramenta a comprare una lima triangolare?!? Riflettiamo che è difficilissimo, manualmente, fare i denti ad ingranaggi così piccoli, che devono essere precisissimi, senza una macchina!

Non sorprendono le conoscenze astronomiche dei Greci, ciò che è inusuale è osservare una macchina così complessa e piccolissima! Difatti, è considerata la prima “espressione” di una macchina di calcolo automatico, precedente di 18 secoli a quelle di Pascal e di Liebnitz: dunque, il “capostipite” dei computer.

 

Ho visitato un orologio astronomico ad acqua del 1868, nella cattedrale di Beauvais (Francia), ma gli ingranaggi sono molto più grossi e l’orologio astronomico di Beauvais misura 12 m d'altezza, 5,12 m di larghezza e 2,82 m di profondità! Ce ne sono altri in giro per l’Europa, a volte collegati a carillon, con girotondi di statuine…a Praga, ad esempio…ma nessuno ha così ridotte dimensioni!

I Greci, nel 200 a.C., mettevano un orologio astronomico in circa 40 cm x 20. Che fosse passato da quelle parti un giapponese?

 

Sempre loro, i Greci, quando passano compaiono cose straordinarie, realizzazioni poco credibili considerando la tecnologia dell’epoca.

Così, dopo la leggendaria “cavalcata” di Alessandro Magno in Oriente, alla sua morte tutto il bacino orientale del Mediterraneo è dominato dai Greci, ed i luogotenenti di Alessandro si spartiscono la torta.

Tolomeo Sotere era stato un generale di Alessandro (si dice che fosse suo fratellastro) e, alla morte di Alessandro, “eredita” l’Egitto dove regna come Tolomeo I.

Oltre che fondatore della famosa biblioteca – che non era solo un ammasso di libri, bensì un centro del sapere in tutti i campi, tecnologia compresa: una sorta di campus universitario ante litteram – nel 300 a.C. decide di costruire un faro.

 

La navigazione degli Egizi era poca cosa: le uniche notizie certe sono che si recavano nella terra dei Fenici (odierno Libano) per importare legname, soprattutto per costruire navi: una navigazione costiera. Con quelle costruite col papiro, non si andava tanto distante, anche se Thor Heyerdhal, col suo Kon-Tiki, riuscì ad attraversare un oceano. Il problema era che duravano troppo poco. Per questa ragione si recavano ciclicamente nel Paese dei Cedri: per comprare legname pregiato.

Quando regnarono i Greci, probabilmente le rotte battute cambiarono, e…così…Tolomeo decise di costruirne un faro alto…134 metri! Ecco una ricostruzione ricavata dopo anni di studi e comparazioni, nel 2006 (a):

 

Il Faro di Alessandria, nato fra il 300 ed il 280 a.C., durò fino al 1303 o 1323, quando si verificarono due tremendi terremoti. Restò in servizio per 16 secoli! 1600 anni! 16 secoli nei quali sfidò le intemperie, i venti, le tempeste ed i terremoti.

Senz’altro la ricostruzione grafica corrisponde al vero, ma non dimentichiamo che la sua immagine fu coniata sui sesterzi di Traiano e che lo storico (e matematico) romano d’origine giudea Flavio Giuseppe ne parlò estesamente nei sui libri: raccontò che la luce si poteva vedere da 48 chilometri di distanza, ossia dalla distanza che la curvatura dell’orizzonte terrestre permetteva.

Fu costruito per ovviare alle difficoltà della navigazione…dovuta ai banchi di sabbia costieri? Un faro alto 134 metri? Per uso costiero? Suvvia…

 

Più probabilmente, era un mezzo che consentiva di tenere la rotta verso il mare aperto, verso Creta (distante 300 miglia nautiche) e la Grecia, ma allora dobbiamo ipotizzare che i Greci possedessero degli strumenti di navigazione assai avanzati, non la sola conoscenza del firmamento: la bussola era già nota ai cinesi…di più, non è possibile ipotizzare.

Tanto per capire di cosa stiamo parlando, questa è l’immagine del grattacielo Seagram, costruito a New York nel 1958. E’ un po’ più alto (156 m.), ma rende bene l’idea delle cubature e delle altezze del Faro di Alessandria:

 

Qualcuno sostiene che, nella realizzazione, furono usate anche strutture in ferro, ma non v’è certezza: i resti del faro sono ancora lì, sott’acqua. Forse, un giorno, qualcuno ce lo dirà. Certo che, resistere 16 secoli…non aveva la base d’appoggio di una piramide ed aveva l’altezza di un moderno grattacielo: costruito con pietre squadrate e malta? Fu una realtà che moltissimi Romani videro con i propri occhi, ma nessuno pensò di replicarlo sulle coste italiane. Perché?

 

I Romani furono grandi costruttori di strade, acquedotti, ponti, terme, templi…ma non costruirono mai per le basi della flotta (Miseno, od Ostia antica ad esempio) fari che potessero lontanamente ricordarlo.

 

Al termine di questa lunga cavalcata, bisogna tirare qualche conclusione.

Qui non si tratta d’essere dei “fulminati sulla via di Damasco” verso qualcuno o qualcun altro (sono riflessioni che tornano, ciclicamente, da decenni), né di scendere verso un cinismo fuori luogo e, sostanzialmente, permeato dalla sicurezza di un egoismo agnostico.

Si tratta di capire se la Scienza, oggi, è in grado di capire qualcosa di più sulle nostre origini, qualcosa che – nel lungo periodo – potrebbe anche mutare il nostro modo di pensare, l’approccio stesso all’esistenza od alla coscienza del nostro essere.

In realtà, ciò che va per la maggiore è la “rimozione cosciente” di ciò che non ci aggrada, c’infastidisce, di qualcosa che cozza violentemente contro il nostro laissez faire, le nostre piccole sicurezze.

 

Che una sorta di “rimozione cosciente” – dopo tanti eventi contrastanti – si avverta non è una favola, lo si ricava anche dagli attuali comportamenti umani, in tutti i campi.

Una banca va male, ha fatto operazioni rischiose e s’è indebitata? Nessun problema: si scorporano i passivi su una “bad company” e si butta tutto nel dimenticatoio, ossia un posto dove qualcuno dovrà pensarci. In genere, lo Stato.

Le emissioni dei diesel sono fuori dal range previsto? Si fabbrica una bella centralina elettronica che “non veda” le imperfezioni: è storia dei giorni nostri.

C’è il problema dei mutamenti climatici? Nessun problema. Ci si divide fra coloro che imputano i mutamenti alla protervia delle compagnie petrolifere, oppure si parla di fake news, ossia di chi ha interesse a vendere nuove tecnologie. Nessuno approfondisce la tematica: per apparire e far colpo sui “social” basta calcare i termini sul catastrofismo, mentre dall’altra si dirà che sono soltanto invenzioni ad opera di poteri forti che vogliono addomesticare questo o quel mercato al loro volere.

Cercare di capire? Con la propria testa? Non serve: è troppo faticoso e poco redditizio: quel che conta è ottenere appoggi, seguito, oppure demonizzare l’avversario, ridurlo ad un minus habens per la sua vita privata, per le mille pecche che – cercando bene – si trovano nella vita di chiunque.

 

Anche l’archeologia non è scevra da questa mistificazione. Ciò che non si riesce a spiegare è dovuto ad eventi “casuali”, a “fake news”, ad imbrogli.

Osservate questo geroglifico: che ve ne pare? Ci vedete qualcosa che assomiglia ad un elicottero, una nave (o sommergibile), un oggetto volante? E’ conservato nel tempio di Abydos, XIX dinastia, circa il 1300 a.C.:

 

 

Invece gli archeologi spiegano il fatto con ripetute corrosioni dovute allo scorrere del tempo e riscritture, come potrete notare nella loro giustificazione della stranezza:

 

Ecco, questa è – in sintesi – la spiegazione. E’ pur vero il celebre paradosso della scimmia che scrive al computer: se lasciata picchiare sui tasti per un tempo uguale ad infinito, la scimmia – inesorabilmente – premendo i tasti casualmente, scriverà la Divina Commedia. Già, per un tempo pari ad infinito, non tendente ad infinito, e dunque si tratta di una condizione irrealizzabile.

 

Così, gli archeologi vorrebbero farci passare che, scrivendo, cancellando e riscrivendo sono saltati fuori l’elicottero, la nave e l’aereo? Tutti nella stessa tavoletta o porzione di muro?

Non sarebbe più onesto affermare “Non sappiamo cosa vollero dirci gli Egizi con quel disegno, od ideogrammi, e per questo tacciamo: non abbiamo spiegazioni da fornire”.

 

Ma, la Scienza, s’ammanta con la stola della Nuova Religione Mondiale e, per questo, ha preferito la turris eburnea alla verifica precisa dei fatti, allo studio coerente degli eventi, alla sperimentalismo come fonte di prove. Non è solo una questione di denaro: quando sono a congresso, i grandi scienziati ritengo che si sentano come un consesso di semidei, assisi appena un po’ sotto la vetta del monte Olimpo.

Da qui, in seguito, la discesa ai mille “cedimenti” al dio denaro et similia: appunto, ad una vita da semidei, come il rango loro compete.

 

Ritornando a Biglino, io non so se un certo verbo, scritto in lingua ebraica antica, possa essere più correttamente tradotto come “fare” – ossia creare da qualcosa, come fa un artista – oppure che sia da intendere come “creare” e basta, dal nulla. Non lo so perché non ho i mezzi per capirlo (bisognerebbe essere degli esperti filologi in lingue antiche): però, questa persona che sì, si fa sentire ma sempre con misura, e con un aplomb più torinese che britannico, a mio avviso meriterebbe più fiducia ed ascolto.

Se questo fosse un posto dove la gente viene ascoltata per quel che dice o scrive, e non per schieramenti od amicizie.

In fin dei conti, perdiamo di vista solo una cosuccia da nulla: la Verità.

 

Fonti

https://www.cesnur.org/2015/Bigliardi_Biglino.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Batteria_di_Baghdad

https://it.wikipedia.org/wiki/Incisioni_rupestri_della_Val_Camonica

https://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Anticitera

https://it.wikipedia.org/wiki/Faro_di_Alessandria

 

Nota

(a) Di Emad Victor SHENOUDAde:User:Xlance original uploader to .deen:User:Xlance fr:User:Xlance ar:User:Xlance - German Wikipedia (de:Datei:PHAROS2006.jpg), Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7977684