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26 Aprile 2018

 

Cos’è l’accelerazionismo, la filosofia della piena automazione che rischia di farci fare la fine di Matrix

di Andrea Coccia

 

Nato da intuizioni di un filosofo alt-right l'accelerazionismo, grazie al lavoro di Nick Srnicek e Mark Williams, sta convincendo una parte della sinistra radicale, ma dietro il sogno della piena automazione, di un mondo senza lavoro e delle meravigliose sorti e progressive, c'è lo spettro di Matrix

 

«All'inizio della secondo decennio del ventunesimo secolo, la civilizzazione globale si trova ad affrontare una nuova progenie di cataclismi». Sembra l'inizio di un romanzo cyberpunk. Eppure, anche se è proprio dalla fantascienza che prende abbrivio, questo è l'incipit di un documento politico molto importante: si intitola Manifesto per una politica accelerazionista, è stato scritto da Alex Williams e Nick Srnicek nel 2013 e ha un obiettivo alto e nobile: reinventare un futuro utopico che possa essere da motore di una nuova sinistra progressista, estremista e tecnofila, prima nell'immaginario, poi nella pratica.

Ispirato dalle intuizioni di fine anni Novanta del filosofo inglese Nick Land, teorico paradossalmente classificabile sotto l'etichetta dell'alt-right e del pensiero di quella destra neoreazionaria e tecnottimista dei Peter Thiel e degli Elon Musk, insieme libertaria e conservatrice, il Manifesto dell'accelerazionismo cerca di superare il paradosso rossobrunista da cui prende le mosse e di costruire una strada “di sinistra” che riesca a tornare ad immaginare un futuro utopico a cui tendere, una sinistra che si tolga di dosso ogni rimasuglio luddista, umanista e nostalgico e che faccia finalmente pace con le nuove tecnologie, ovvero le vere armi che secondo Srnicek e Williams ci libereranno delle catene del capitalismo.

 

Automazione piena e assoluta; fine della necessità di lavorare; introduzione di un reddito universale garantito a tutti senza distinzione di classe o di nazionalità; e ancora, fine degli stati nazione, politica globalista, democrazia partecipativa diretta, autogoverno. Quello che immaginano gli accelerazionisti è un mondo meticcio, complesso, globale, che sappia usare i brandelli delle strutture del tardocapitalismo per scopi sostanzialmente socialisti.

In buona sostanza quello per cui dobbiamo lottare, come spiegano Srnicek e Williams in Inventare il futuro, sarebbe un mondo senza lavoro e una vita fatta di solo tempo libero, in cui ognuno di noi, ogni mattina, decide di fare quel che gli pare e piace, mentre le macchine, al posto nostro, producono tutto quello che ci serve, generando ricchezza da redistribuire sotto forma di un reddito universale garantito a tutti. Sembra un mondo perfetto, se lo guardiamo distrattamente dal nostro punto di vista di precari totali. Ma siamo sicuri che sia veramente la pillola rossa di Matrix, quella che rompe l'illusione e fa cominciare la lotta? Non è che sotto sotto si tratta di quella azzurra, quella che lascia tutto così com'è?

 

E infatti bisogna fare attenzione, perché sotto questa descrizione utopistica da età dell'oro neo tech si nascondono alcuni dei peggiori pericoli che possiamo correre. Primo tra tutti quello di perdere il controllo del gioco e saltare dalla padella alla brace ritrovandoci, invece che finalmente liberi, felici ed emancipati dalle catene del lavoro, incatenati a quelle del consumo, isolati nelle nostre bolle individuali e narcisistiche, senza più il minimo controllo né dei mezzi di produzione — i robot, le macchine, gli automatismi — né della tecnica che sta alla base della tecnologia. In parole povere, dipendenti e disarmati.

Srnicek e Williams non sono certo degli ingenui sprovveduti. Nel loro Inventare il futuro, per un mondo senza lavoro, recentemente tradotto anche in Italia dall'ottimo lavoro di Nero, sono stati attenti ad affrontare l'argomento Progresso tenendosi alla larga da quelle “meravigliose sorti e progressive” che da un paio di secoli accecano gli illuministi e le professoresse democratiche di mezzo mondo. Sono stati precisi anche nell'autocritica, glielo si deve assolutamente dare atto ed è anche per questo che il loro contributo è infinitamente prezioso, soprattutto se saprà evolvere ancora. E infatti sono i primi a rilevare quanto il loro lavoro sia purtroppo legato a triplo nodo al solo mondo Occidentale e privo di ragionamenti approfonditi sulla sostenibilità energetica ed ecologica di un mondo fatto di robot che lavorano al nostro posto.

 

Ma l'ombra più grossa che si intravede nel tessuto ideologico accelerazionista i due danno l'impressione di non considerarla. È l'assenza di una radicale ed effettiva critica del capitale, tanto che a un certo punto, proprio in Inventare il futuro, si legge che due sono gli “elementi essenziali per la nostra esistenza: tempo e denaro”, “elementi chiave se vogliamo dare alla libertà un valore sostanziale”. Insomma, ansiosi di riconquistare il futuro e riveder le stelle, gli accelerazionisti rischiano di sottovalutare non solo i desideri, le paure, i bisogni e le speranze dei sette miliardi di individui che popolano la Terra, ancora assolutamente non emancipati dalla servitù del salario e dai desideri imposti dal mercato per poter costruirsi un'alternativa, ma soprattutto rischiano di non accorgersi che combattere il lavoro salariato prendendosela con il lavoro invece che con il salario rischia di portarci direttamente nella distopia di Matrix.

 

Quando Luciano Bianciardi, nel decimo capitolo della Vita Agra, scrisse la sua profezia lirica per un neocristianesimo a stampo disattivistico e copulatorio, la fine del lavoro era un punto centrale, certo, ma non era secondo alla fine del denaro, alla fine della famiglia tradizionale, alla fine della proprietà, della tecnologia e soprattutto del potere. Bianciardi, si sa, il luddismo se lo poteva permettere, scriveva romanzi. Ma se c'è qualcosa che i filosofi dell'accelerazionismo avrebbero da imparare da quella visione utopica è che al centro di una società giusta e libera sul serio da qualsiasi catena ci deve per forza essere l'uomo, se non altro perché è solo all'interno di ognuno di noi che potrà cominciare la rivoluzione, magari cominciando a considerare la tecnologia come una tecnica, e imparandola.

Se per i contadini dell'inizio Novecento la strada dell'emancipazione era l'alfabetizzazione, che sola gli poteva consentire di essere liberi e autonomi, probabilmente anche la nostra la strada per l'emancipazione parte da una alfabetizzazione, quella tecnologica e digitale. Perché non saremo mai liberi in un mondo popolato di macchine i cui algoritmi ci sono incomprensibili.

 

È vero, nel mondo degli accelerazionisti, privati della necessità di lavorare, ognuno di noi avrà a disposizione tutto il tempo per fare ciò che più gli aggrada, quindi magari anche per studiare e imparare, ma lo potrà fare solo grazie al suo reddito universale garantito, ovvero: grazie a un credito, a un capitale. Ed è vero anche che grazie all'automazione verranno superati i lavori più ripetitivi e inutili, ovvero i lavori subordinati, ma, li supereremmo senza mettere da parte il mercato, e quindi senza superare il classismo su cui il mercato si fonda, un classismo che, anzi, si rafforzerà.

 

Sì, perché privati del controllo dei mezzi di produzione, privati del controllo dei mezzi di mobilità, gli ex lavoratori subordinati totalmente alienati, atomizzati e isolati l'uno dall'altro, non potranno che continuare la loro luminosa vita di consumatori ingrassando chi continuerà ad accumulare capitale e potere, che sono poi i due veri nemici contro cui l'accelerazionismo non riesce ancora a fare i conti.

 

Il Manifesto di Srnicek e Williams è un gran punto di partenza per un dibattito che possa far maturare una nuova sinistra radicale. Ma non possiamo illuderci che possa farlo se non riusciamo a rispondere ad alcune domande. In un mondo pienamente automatizzato di chi sono le automazioni? Se gli stati nazione non avranno più, e fortunatamente, alcun senso, chi ci assicurerà che la proprietà dei mezzi di produzione non sia in mano al solito 1%, come adesso lo sono le piattaforme digitali, i mezzi di produzione e le decisioni politiche del mondo Occidentale? In un mondo fatto di macchine che lavorano al nostro posto, se arriverà una macchina che ci offrirà, magari in cambio del nostro reddito universale, una vita totalmente virtuale in cui possiamo essere chi vogliamo, saremo sul serio capaci di continuare a lottare? In un mondo che ci offre a portata di mano la felicità individuale totale saremo sul serio capaci di metterla a repentaglio e, affrontando la realtà invece che subendola passivamente, scegliere la pillola rossa?