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15 ottobre 2018

 

Ecologia nella mente

di Pierluigi Fagan

 

Che posto ha l’ecologia (letteralmente: logica dello spazio in cui viviamo) nella nostra mente? 


Qualche giorno fa ho evitato di parlarvi dell’ennesimo angosciato allarme dell’IPCC sull’andamento climatico. Il rapporto si basa sull’analisi di poco meno di 7000 articoli scientifici da parte di 86 ricercatori di 40 paesi diversi (le due cifre hanno piccole oscillazioni a seconda dei giornali che riportano la notizia) che hanno poi inviato una prima sintesi ad un comitato ristretto che ha a sua volta ricevuto 40.000 commenti integrativi-interpretativi, redigendo le considerazioni finali.


Il succo del rapporto è che l’Accordo di Parigi di contenimento al +2° di riscaldamento è sbagliato perché già a 1,5° ci saranno problemi gravi. Di questo limite abbiamo già consumato il 66% perché siamo già +1°, rimane poco tempo e necessitano misure più drastiche del previsto. Il tono è allarmato-ultimativo. Se Trump già ha detto che vuole sapere “chi lo ha scritto” preannunciando la strategia del discredito delle fonti, altri come il Max Planck Institute hanno detto che il rapporto è stato eccessivamente moderato per ragioni politiche mentre altri hanno spifferato di enormi pressioni USA ed Arabia Saudita per moderarne i toni che, ciononostante, non sono moderati affatto.


Evito la descrizione delle sciagure che conseguiranno gli eventi previsti, spero le sappiate altrimenti leggete uno dei tanti articoli che ne parlano. Voglio invece parlare di un altro aspetto ovvero cosa impedisce alle nostre menti di recepire consapevolmente (primo capire, poi agire) queste informazioni? Che posto ha l’ecologia (letteralmente: logica dello spazio in cui viviamo) nella nostra mente? Ci sono almeno sei problemi nelle nostre immagini di mondo che ci rendono evolutivamente inadatti ad affrontare il problema.


Il primo problema è che la nostra visione del mondo è locale, la nostra mente non ha visione globale. Non vedendo il sistema globale (il sistema planetario) molti di noi non capiscono l’impatto disordinante che gli eventi avranno sul sistema generale e da questo sulla propria specifica mattonella-mondo su cui vive.


Il secondo problema è che la nostra visione del mondo è tarata sull’adesso. Così come molti di noi disconoscono la trama degli eventi che hanno portato il mondo ad essere quello che è ora, così molti non hanno proprio lo spazio mentale per ragionare a dieci-trenta anni. L’egoismo dei vecchi che poi sono in genere al comando delle cose del mondo, non ha quella prospettiva proprio esistenzialmente. La nostra cultura inoltre, non è abituata alla previsione, proveniamo da tempi in cui al problema immediato si dava soluzione conseguente a breve mentre in questo caso quando si manifesteranno i problemi più gravi lo faranno accompagnandosi con l’etichetta “mi spiace, è troppo tardi, dovevi pensarci prima”.


Il terzo problema è che la nostra visione del mondo non è sistemica. La nostra mente non sa come correlare fatti demografici, ecologici, economici e finanziari, politici, culturali. Basta vedere la quantità di articoli sul web che ronzano attorno alla cronaca politica sulla polemica del giorno (ogni giorno ce ne è una) per capire quanto noi si legga il mondo solo per lo spicchio a cui siamo stati sensibilizzati. Inoltre non capiamo che tipo di retroazioni si formeranno tra la desertificazione, deforestazione, acidificazione dei mari, l’alluvione, l’estremismo degli eventi atmosferici, la riduzione di biodiversità, l’innalzamento delle acque, la diminuzione dell’acqua potabile ed il resto dello sciame delle disgrazie con lo spread ed il migrante di cui discutiamo non il fatto in sé ma il fatto che io odio chi dice che sono un problema o io odio chi dice che non sono un problema. La moderna separazione dei saperi (orti disciplinari, specializzazioni, determinismi e riduzionismi a gò-gò, logica dell’ente irrelato etc.), fa da genetica della mente “troppo piccola per non fallire”.


Il quarto problema è che ci sono molti che hanno una contro-ideologia o semplici interessi che remano contro l’assunzione responsabile di questo problema. Non solo i sospettabili naturali (americani, russi, arabi del Golfo, industriali, finanziari) anche altri come i negazionisti per ignoranza, i negazionisti per eccesso d’ansia e d’impotenza, coloro che vedono manovre del neo-liberismo anche dietro queste informazioni che sarebbero mosse dagli interessi per una nuova “finta” economica del “sostenibile”, quelli che postano Rubbia così tanto per far vedere che “a loro non gliela si fa”, gli adoratori delle femmine dei bufali, quelli che la scienza non è democratica quando parla di vaccini ma lo diventa quando parla di clima, i critici talmente critici da criticare anche la critica più critica, quelli che aprono bocca dandogli suono anche quando in effetti hanno solo da emettere aria e si vergognano di farlo dallo sfintere.


Il quinto è un derivato di tutto ciò: se pure sul piano individuale comprendo, capisco e però voglio reagire, in mancanza di sistemi collettivi di azione politica che mi danno le soluzioni pratiche perseguibili collettivamente, io “che posso fare?”. Vado in campagna, mi faccio lo yoghurt da solo, separo l’immondizia, mi faccio la doccia col catino per riciclare l’acqua, ma poi? C’è un divario tra l’individuale ed il collettivo, il problema è collettivo ma il piano delle azioni è ancora lasciato all’individuale. Del resto se coltivi l'individuale competitivo sul sociale cooperativo che t'aspetti?


Il sesto è infine il più grave. Alla fine della fiera, rapporto o non rapporto, cifra più o cifra meno, ormai è chiaro che 7,5 mld prossimi 10 di gente che vuole vivere come viviamo noi occidentali non gliela si fa, punto. S’ingenerano quindi tre problemi ulteriori: a) come distribuire gli sforzi contenitivi che limiteranno gli stili di vita? b) poiché questo sforzi, ci piaccia o meno, andrebbero a minare decisivamente il modo col quale stiamo al mondo (in senso stretto “capitalismo” in senso ampio non ha nome ma non è solo il “modo economico”) come fare ciò che sembra noi si sarebbe obbligati a fare se pur evitassimo tutte le trappole disseminate negli altri cinque punti? c) non capendo a livello di "gente" il problema quale politico - che dalla "gente" dipende - potrebbe far da catalizzatore al cambiamento?


Fallimento adattivo è quando le forme del mondo non possono esser recepite dalle forme dell' immagine di mondo e noi siamo esattamente in quella condizione. Buona ansia a tutti e tutte!

 

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