http://www.affarinternazionali.it/

24 Mag 2018

 

Attali: l’Europa riparta dalla sua solitudine (e dalla difesa)

di Emmanuela Banfo

giornalista, laureata in Filosofia e in Scienze bibliche e teologiche. 

 

L’Europa riparta dalla sua solitudine: parola di Jacques Attali. Ospite al Salone Internazionale del Libro, a Torino, l’influente consigliere economico di François Mitterrand, tra visioni apocalittiche che paventano una nuova guerra nel Vecchio Continente se non sarà in grado rispondere alle sfide senza ricadere nei nazionalismi e nei populismi, ha indicato come punto di ripartenza “una consapevolezza cui la cancelliera Merkel è già arrivata”: “Il declino americano è in atto, se pur relativo. Come quando crollò l’Impero romano nessuno per secoli lo sostituì,  così accadrà per gli Stati Uniti. Non è da Trump, ma già da Obama  che agli Usa non interessa l’ Europa. La Merkel l’ha capito, ha preso coscienza della solitudine europea”.

Cosa accadrà? “Bisogna restare uniti. Non tanto un’unità finanziaria, ma nella difesa”. Un sistema di difesa europeo “per portare avanti un lavoro di prevenzione della pressione che arriva da Sud e dei venti di guerra che arrivano da Oriente. Siamo soli di fronte a tutte le minacce”. Ma un esercito europeo non basta. Occorrono strategie politiche condivise e una coscienza europea nei popoli che ancora non c’è.

Riflessioni di intellettuali sull’Europa tra passato, presente, futuro
Intersecando le riflessioni esposte durante la kermesse libraria torinese da Attali,  da Edgar Morin sul ’68, anno irripetibile ma che ha ancora tante cose da dirci, e da Javier Cercas sull’ “utopia ragionevole” di un Vecchio Continente in bilico tra passato e futuro, emerge l’esistenza di una classe intellettuale impegnata a fornire  strumenti di critica, di analisi storica che vadano oltre la contingenza.

Ma qui è lo snodo. L’ Europa non può essere “il progetto elitario di una minoranza illuminata, deve trasformarsi in un progetto popolare – ha sostenuto Cercas -. Non abbiamo una politica culturale comune. Siamo privi di un’opinione pubblica comune e di un dibattito culturale comune. Non ci sono neppure scrittori veramente europei”.

Che cosa lega Ibsen e Kafka, Dante e Shakespeare? L’ Europa è in sé il “deposito di un’eredità doppia: Atene e Gerusalemme, Socrate e Gesù Cristo”. Ma se si trasforma la diversità in una forza capace di trovare una sintesi, di pensiero e di azione? I populismi possono distruggere questa dinamica: “Nel 1929 c’era un progetto di Unione europea: non è stato fatto ed è sorto Hitler” ha ricordato Attali. La lezione della storia ci riporta anche al 1913 quando – ha aggiunto – c’era un grande potenziale di crescita e nessuno conosceva Hitler o Mussolini, nessuno immaginava che avrebbero caratterizzato il secolo.

Il peggio è possibile e, con i populismi, arriverà
“Il peggio – dice Attali – è possibile: non domattina, ma arriverà. E’ possibile una guerra franco-tedesca entro questo secolo se non si costruisce l’Europa”. Impietosi i giudizi sulla Merkel (“Ha avuto successo grazie ai suoi predecessori, ma non fa nulla, non riforma”); fiducioso ma non entusiasta quello su Macron (“In Francia le riforme devono essere fatte in modo rivoluzionario. E’ successo nel 1945, nel 1958 e  nel 1981: Mitterrand è stato l’ultimo presidente coraggioso”).

Attali vede strategici due fronti: l’allargamento “massiccio” , ma non nell’euro, dell’ Europa verso Est, Russia inclusa, e lo sviluppo dell’Africa. Non aver proseguito la trattativa per l’ingresso della Turchia “ha spinto questo Paese verso l’islamizzazione. Faremmo un errore, come abbiamo fatto con la Turchia, a non coinvolgere la Russia”.

E il deficit di democrazia e di rispetto dei diritti umani sono questione dirimenti? Attali ha la soluzione: “Dobbiamo avere il coraggio di applicare sanzioni in caso di violazione”.  Così come ha ben chiaro che nell’Africa, nella sua crescita, nella sua vivibilità sta uno, forse il più importante, perno dei nuovi equilibri mondiali. Eppure non è una priorità dell’agenda politica dell’Ue perché “da 35 anni abbiamo una nomenklatura politica europea mediocre. La Nigeria nel 2050 avrà più abitanti degli Stati Uniti. Non c’è alcuna invasione migratoria adesso, ma ci sarà se non investiremo nella crescita di quel continente. Questa è politica di difesa che è anche politica di prevenzione”.

I nuovi fronti, la Russia e l’Africa, e le classi dirigenti
L’ Europa, dunque, orfana degli States – a parte la Gran Bretagna “che ha deciso di essere l’ennesimo Stato degli Usa” -, alle prese con il mercato cinese e quello indiano – ma comunque non in grado di sostituire la grande potenza a stelle e strisce -, deve ricompattarsi, se non vuole limitarsi a sopravvivere fronteggiando continue emergenze. Qui entrano in scena le classi dirigenti, anche culturali. Occorre sognare lo stesso sogno, avere le medesime visioni.

Attali, Morin e Cercas le hanno? Non è sufficiente – come ha osservato l’ambasciatore della Francia in Italia, Christian Masset – che “ogni anno mille libri francesi vengano tradotti in italiano e viceversa”. Le generazioni Erasmus hanno bisogno che “l’ Europa ritorni a rappresentare una grande speranza – ha detto Cercas –: come è stata per la Spagna sotto il franchismo, una promessa di libertà”.

“I ragazzi del ’68 volevano costruire un mondo migliore. Aspiravano – ha osservato Morin –  a un cambiamento antropologico prima che politico”. I ragazzi d’oggi hanno meno pretese, ma sono sensibili alla difesa dell’ambiente, alla qualità della vita. E non è poco. Puntare sulla conoscenza, sulla diffusione del sapere, per “educare i ragazzi alla complessità. Come sosteneva Eraclito”. La storia è fatta di confitti che sono da gestire. L’approdo non è inevitabilmente la guerra “se all’apologia del narcisismo che accomuna – ha rimarcato Attali – liberalismo e populismo si sostituisce quella dell’altruismo”.

 

top