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03 dicembre 2018

 

La rivolta degli impauriti: i gilet gialli contro Macron sono l’Europa che si ribella al cambiamento

di Fulvio Scaglione

 

I tedeschi contro le porte aperte di Merkel, gli italiani contro la grande riforma di Renzi, e ora la Francia a ferro e fuoco contro Macron: ecco cosa succede a sottovalutare i sentimenti del popolo, a osare senza preoccuparsene. Che vince la paura, sempre

 

Pedro Calderon de la Barca, l’ultima grande voce letterario del Secolo d’oro della Spagna, sarebbe piaciuto a Giulio Andreotti. Uno dei suoi aforismi più celebri, infatti, dice: “Il valore è figlio della prudenza, non della temerarietà”. Calderon era figlio di un’epoca, il Seicento, in cui si poteva, come lui, studiare dai gesuiti, figliare qua e là, battersi in duello, combattere nelle Fiandre, diventare prete e finire come cappellano del re. Anche Andreotti era di un’altra epoca, quella delle menti acute e delle strategie sottili maturate nelle segreterie e tra le trappole delle correnti.

Come rimproverare ai leader attuali, cresciuti con le ideologie morte e sepolte e i partiti liquidi, di ignorare i moniti del buon Calderon? Eppure, se ci guardiamo intorno. Eccone almeno tre che hanno puntato tutto sulla mossa coraggiosa, sullo scossone, e di ritorno si sono presi una tranvata che li ha lasciati tramortiti.

 

Il primo caso è Angela Merkel, il terzo cancelliere più longevo della Germania post-bellica, ora avviata sulla strada del declino. Da lei, nata e cresciuta nella Ddr dove le parole pesavano eccome, non ce lo aspettavamo ma comunque è andata così. Una vita politica segnata dalla prudenza, mai una decisione avventata, mai il passo più lungo della gamba. Realismo, sempre. Era o non era Angela che, incontrando in una scuola una ragazzina palestinese in attesa di regolarizzazione, le aveva detto «Non possiamo accogliere tutti?», mollandola lì in lacrime? Poi arriva il 2015 e la cancelliera decide di accogliere i profughi siriani. Tutti. Porte aperte: «Siamo un Paese economicamente sano e abbiamo la forza di fare quanto è necessario».

Certo, la Merkel aveva fatto i suoi conti. Perché diceva di voler prendere coloro che fuggivano dalla dittatura ma sceglieva i siriani e non, per dire, gli eritrei o le vittime di altri regimi? Perché i siriani, più scolarizzati e più propensi a integrarsi, piacevano molto ai boss delle grandi fabbriche tedesche, in cerca di forza lavoro. Però l’aria era che bisognava accogliere, che l’Europa doveva mostrarsi benevola. Cartelli “Welcome in Germany” in tutte le stazioni. E invece no. Da quel momento le fortune della destra tedesca si sono impennate e quelle della ragionevole Merkel e della sua ragionevole coalizione inabissate. È bastato osare una volta, nel momento sbagliato e sul tema sbagliato, per perdere tutto.

 

Secondo caso, quello di Matteo Renzi. Lui al vertice c’era arrivato da rottamatore, l’azzardo forse era nel Dna. Ma nel 2016 s’è inventato di modificare la Costituzione, cancellare il Senato, cambiare tutto. E la risposta è stata quella che sappiamo: un colpo in fronte. Fine dei giochi, rottamato lui. Idem come sopra per Emmanuel Macron, il ragazzo prodigio della politica europea. Per mandarlo all’Eliseo gli hanno pure cucito un partito su misura, raccontandolo come un rivoluzionario. Per un po' se l’è giocata bene. Pure lui voleva rottamare e cambiare: meno parlamentari, meno ministri, “sfiducia costruttiva” per proteggere ancor più il Governo e la maggioranza, riforma del Consiglio superiore della magistratura e procure più legate all’esecutivo. Ma capiva che l’azzardo era forte. Faceva un mezzo passo avanti e uno di lato. Poi è andato a schiantarsi sulle misure sociali, buttate là come per caso, tagli e aumenti a raffica come se fossero una cosetta. Adesso si ritrova i gilet gialli sulla porta dell’Eliseo - d’altra parte era lui che diceva «mi vengano pure a cercare» - e la Francia in rivolta.

 

Osare non paga, insomma. La rivoluzione, per quanto istituzionale, non piace. Lanciarsi verso il mondo nuovo mette più paura che entusiasmo. Provoca reazioni. È ingiusto? Accogliendo i migranti la Merkel avrebbe forse fatto il bene della Germania e delle sue industrie. Cambiando l’architettura istituzionale forse Renzi avrebbe dato una spinta a questa Italia immobile. Quando aumenta i prezzi dei carburanti per disincentivare il consumo di combustibili fossili, Macron forse impone alla Francia un benefico cambio di passo. L’Europa tutta, forse, avrebbe cavato un utile dalle iniziative abortite dei tre.

 

Eppure viene in mente qui un aneddoto del sempiterno Andreotti. Che incontrando un altro sempiterno, ovvero Andrej Gromyko, ministro degli Esteri dell’Urss, si senti chiedere se sapeva quanto costasse il biglietto del tram a Roma. E lui, Giulio, dovette ammettere di non saperlo.

 

Ecco, si ha la sensazione che Merkel, Renzi e Macron, quando hanno osato, l’abbiano fatto senza più ricordare com’è fatta la gente. Quali sono le sue passioni e le sue emozioni. In politica contano le idee, è ovvio. Ma è il sentiment che le blocca o le fa passare. E non è che gli elettori erano tutti buoni e onesti quando votavano te, e sei mesi dopo hanno votato un altro perché nel frattempo erano diventati tutti fascisti e analfabeti. Se un elettore ha paura (del presente, del futuro dei suoi figli, del caro-benzina, dell’immigrato) non è per questo colpevole. Colpevole è il politico che di quella paura non si accorge. E se lo stesso elettore si chiede chi pagherà per questa svolta, questa riforma, questa brillante intuizione che salverà il mondo, non è meschino. O crediamo che i mutui, le rate e le scadenze tocchino solo a noi?

Per cui la rivoluzione non basta più farla, bisogna pure guadagnarsela. È la dura legge del gol nell’epoca del movimentismo, dell’informalità e della mobilitazione da social. Auguri a tutti.

 

 

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