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14 novembre 2018

 

Selezionati, titolati, ma senza valore. Allarme rosso per università e scuole

di Sergio Cararo

 

Di abolizione del valore legale del titolo di studio se ne parla ormai da decenni. Per chi ha scarsa memoria, o è nato più recentemente, questo era uno dei punti del piano golpista della P2 di Licio Gelli contenuto nel “Piano di Rinascita Nazionale” elaborato negli anni ‘70. E forse oggi se ne capisce meglio di allora la gravità e l’importanza.

Nel recente passato ci aveva provato il governo Berlusconi con il ministro Maria Stella Gelmini alla pubblica istruzione. Ma ci aveva provato anche il Governo “ultraeuropeista” guidato da Mario Monti che aveva posto la questione durante il suo esecutivo imposto dalla Bce e da Bruxelles.

Adesso a fare da rompighiaccio su questa pericolosissima china è la Lega, candidatasi ormai a diventare il partito dei padroni “italiani”. In un documento afferma che “La Lega Nord si batte da sempre per l’abolizione del valore legale del titolo di studio, che rappresenta uno degli ostacoli principali sulla strada della crescita di un apparato amministrativo nel Nord”, si legge nel documento leghista che poi aggiunge: “Oggi una laurea presa in una qualsiasi Università italiana ha lo stesso identico valore, ma sappiamo bene che diversi Atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente inferiore alla media”.

Ma non c’è solo Salvini a dare fiato agli spiriti animali della borghesia e dei dogmi ultraliberisti in Italia. Non potevano infatti mancare i Radicali,che si sono fatti promotori di un appello firmato da accademici e diffuso tra le università italiane, affinché questo Parlamento si occupi con le prossime controriforme dell’istruzione anche dell’abolizione del “valore legale del titolo di studio“. Le proposte? Ovviamente tutto di stampo liberista e “amerikano: abolizione del valore legale del titolo di studio universitario, Liberalizzazione delle rette universitarie; Istituzione di un sistema di borse di studio e prestiti d’onore 

Sarebbe evidente, ma forse il problema è che non lo è abbastanza, che l’abolizione del valore legale del titolo di studiopotrebbe invece significare la deregulation totale della formazione universitaria. Per dirla con il giornale della Confindustria ciò significa “lasciare che il mercato faccia da regolatore del valore della laurea nella sostanza e non nella forma. In pratica la nuova parola d’ordine sarebbe più concorrenza tra gli atenei con quelli più virtuosi – perché hanno i docenti e le strutture migliori e spendono meglio i fondi a disposizione – che diventerebbero i più ambiti dagli studenti per laurearsi e dalle imprese per assumere”. 

Secondo i sostenitori dell’abolizione del valore legale del titolo di studio (quindi padroni, leghisti, radicali, in sostanza le elìte) il compito dello Stato dovrebbe essere solo quello di stilare una graduatoria delle università migliori in modo che quando lo Stato ha bisogno di personale per le sue amministrazioni, assuma i suoi funzionari non basandosi sui punteggi del voto conseguito con la laurea, che finora ha reso uguali tutti i candidati con i rispettivi atenei, ma in relazione alla università di provenienza. Insomma un laureato alla Bocconi o al Politecnico di Milano dovrebbe valere di più di un laureato dell’università di Napoli o di Cosenza.

Che sia una questione più che insidiosa lo si dovrebbe capire a pelle, ma qui ormai la pelle è stata scorticata in molti punti o è addirittura diventata cuoio o impermeabile e refrattaria a tutti i parametri che hanno assicurato uguaglianza di tutti i cittadini. Sembra quasi che l’uguaglianza sia diventata un disvalore mentre le disuguaglianze il motore progressivo e progressista della storia e delle relazioni sociali.

Questo impianto, tutto ideologico, non è altro che una delle conseguenze della penetrazione delle aziende e della logica aziendale proprio negli atenei e finanche nelle scuola. Una penetrazione prima discreta o poi diventata impetuosa fino alla sfacciataggine. Ed è paradossale, perché poi sono proprio le imprese – come le amministrazioni pubbliche – che pretendono titoli su titoli per assumere giovani lavoratrici e lavoratori a cui assegnare funzioni assai inferiori al titolo di studio che vengono richiesti (dalla laurea magistrale con 110 e lode, al livello B1 di inglese etc.). Sappiamo di colloqui aziendali su vari step, nei quali vengono richiesti ai giovani titoli su titoli come prerequisiti e competenze obiettivamente tutte da acquisire, per magari fare solo “customer care” cioè assistenza telefonica ai clienti, in pratica poco più che un call center. 

Ma non sono solo le imprese ad aver messo in piedi un meccanismo perverso e del tutto inefficace sul piano del mercato del lavoro e dello sviluppo economico del paese. Anche nelle amministrazioni pubbliche, le follie della Legge Brunetta o della Buona Scuola di Renzi hanno provocato la paralisi e il collasso di gran parte dei servizi al pubblico perché manca ogni razionale logica sulle caratteristiche del personale necessario a far funzionare, praticamente e non teoricamente, la macchina amministrativa. In un recente concorso in un ente previdenziale pubblico, la richiesta dei titoli e il tipo di selezione sembrava mirata ad assumere praticamente dei Premi Nobel per una funzione del tutta avulsa dalle reali necessità di una istituzione che ha come ragione di esistenza la previdenza sociale e non il servilismo alle imprese. 

In conclusione siamo in presenza di uno snodo decisivo, strategico, dirimente tra una visione della società e un’altra ad essa contrapposta. Tra una visione del lavoro come fattore di sviluppo generale di un paese e di una comunità contro una visione del lavoro come mero fattore di profitto per gli interessi privati, tra una visione delle amministrazioni come servizi al pubblico e agli utenti contro una visione che le rende quasi esclusivamente un servizio alle esigenze delle imprese.

La formazione, l’istruzione e sostanzialmente l’ideologia che dovrebbe permeare le nuove generazioni vanno dunque piegate a questa visione, in ogni loro aspetto. Ma se verso il basso l’operazione viene gestita dequalificando le scuole, l’insegnamento e la didattica piegandole alla logica d’impresa e della competitività (vedi l’alternanza scuola-lavoro solo per dirne una), in alto si punta a squalificare l’istruzione universitaria sulla base di una selezione spudoratamente di classe degli atenei di provenienza, rendendo privo di valore il titolo di studio ottenuto con la laurea.

Non è affatto un dettaglio sottolineare come gli input per questa totale subordinazione dell’istruzione alla logica di impresa privata, sia venuta in questi anni sistematicamente dagli apparati dell’Unione Europea, con una parametrazione gerarchica spudorata tra atenei ma anche tra i paesi del nucleo centrale europeo e quelli della periferia. La fuga dei cervelli e il boom dell’emigrazione giovanile qualificata all’estero (nel centro-nord Europa soprattutto) sono un effetto perverso diventato ormai visibile ad occhio nudo, in Italia ma anche in Grecia, Spagna, Portogallo.

L’allarme rosso va lanciato e va lanciato con forza. Da qui l’invito alle forze che stanno costruendo una giornata nazionale di mobilitazione sulla scuola il prossimo 30 novembre (BastAlternanza, Usb scuola) a fare un atto di coraggio, a mettere a disposizione di tutti quella data ed inserire il rifiuto dell’abolizione del valore legale del titolo di studio tra i punti della piattaforma di quella mobilitazione. Per dare un primo segnale di risposta nelle scuole come negli atenei, ma soprattutto per avviare da subito un processo di ricomposizione di tutte le forze che lavorano e agiscono sul terreno dell’istruzione dal punto di vista sindacale, studentesco, politico, culturale. E’ una partita molto importante, troppo per essere affrontata come in passato.

 

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