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5 marzo 2018 

 

Sotto il segno dell’arcipelago 

di Carlo Ridolfi

Giornalista, coordinatore della Rete di Cooperazione Educativa

 

Non occorre certo attendere le elezioni per scoprire che i destini delle persone sono in mano ai parlamenti fino a un certo punto. È tempo di studiare, uscir fuori dalle case, camminare insieme ad altri nella vita di ogni giorno, di creare legami tra le isole di un mondo nuovo. Scrive Carlo Ridolfi: “I ragazzi statunitensi che dicono a Trump di non volere più le armi o quelli che in Siria si preoccupano (anche) di salvare i libri dalle devastazioni di una guerra che è sotto i nostri occhi tutti i giorni e che continuiamo a far finta di non vedere ci dicono che non è tempo, se mai qualcuno avesse pensato che lo potesse essere, di comode elucubrazioni sul divano di casa….”

 

Salvare libri nelle macerie: accade in diversi paesi in guerra

Tuvalu, in precedenza conosciuta come Isole Ellice, è una nazione insulare polinesiana situata nell’oceano Pacifico a metà strada tra le isole Hawaii e l’Australia. Gli arcipelaghi più vicini sono le isole Kiribati, le Samoa e le Figi. Comprende quattro isole coralline e cinque atolli con una superficie di appena 26  km² ed è il secondo paese meno popolato al mondo, dopo la Città del Vaticano. Inoltre è il secondo membro più piccolo delle Nazioni Unite. In termini di grandezza fisica del territorio, Tuvalu è il quarto stato più piccolo al mondo, più grande solo di Città del Vaticano (0,44 km²), Monaco (1,95 km²) e Nauru (21 km²). Così dice Wikipedia e, a leggere i primi risultati delle elezioni del 4 marzo, grosso modo qualsiasi schieramento che si sia ispirato a valori, tradizioni, credenze e storia della sinistra sembra essersi ridotto a una delle isole o a uno degli atolli di Tuvalu.

 

Qualche giorno fa, tuttavia, il Repubblica.It riportava la notizia che, al contrario delle previsioni che davano l’arcipelago in via di sparizione, una ricerca dell’Università di Auckland pubblicata su Nature dimostrerebbe che il suo territorio si sta espandendo.

Non ho la benché minima conoscenza in materia e non so quanti anni, secoli, millenni ci vogliano perché la superficie di un’isola o di un atollo possa crescere. Mi sento di dire, però, che in questa epoca storica, e i numeri lo confermano, forse possiamo lavorare quasi solo sotto il segno dell’arcipelago, collegando le varie isole e gli atolli che lo compongono con imbarcazioni agili, veloci, leggere, che possano trasportare da un luogo all’altro saperi, sapori, condivisioni di umanità.

 

Intendo dire che, se ci fosse stato bisogno di dare ulteriore evidenza a sommovimenti iniziati almeno dal 1989, mi pare che non ci sia più alcuno spazio credibile per la costruzione di possenti transatlantici di partito, destinati quasi sempre a schiantarsi contro il primo iceberg che incontrano. Non ricordo più quale comico statunitense disse che certamente esperti e tecnici sono importanti, ma che i professionisti costruirono il Titanic e invece Dio, quando pensò di far realizzare un’Arca per mettere in salvo il salvabile dal Diluvio, affidò l’incarico a un dilettante come Noè…

 

Segnalo quindi, tanto per iniziare a mettere in acqua le nostre scialuppe, due barchette di carta che potrebbero esserci utili.

 

La prima è Déjà Vu (Il Saggiatore. Milano, 2018), divertentissimo quanto tragico pamphlet di Francesco Cundari, che racconta le tormentate e reiterate vicende delle dissoluzioni e delle ricomposizioni del centrosinistra italiano, dall’Ulivo al Pd.

 

La secondo è La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare (Minimum Fax. Roma, 2018), a cura di Giuliano Battiston e Giulio Marcon, che raccoglie in una specie di utile e interessante abbecedario parole e interventi che vanno elencati per utilità: Capitalismo di Wolfgang Streeck; Cooperazione di Richard Sennett; Decrescita di Serge Latouche; Democrazia di Luigi Ferrajoli; Disuguaglianza di James K, Galbraith; Ecologia di Wolfgang Sachs; Europa di Etienne Balibar; Femminismo di Beatrice Campbell; Giustizia di Nancy Fraser; Globalizzazione di Saskia Sassen; Lavoro di Giorgio Airaudo; Libertà di Agnes Heller; Migrazioni di Seyla Benhabib; Movimenti di Donatella della Porta; Pace di Richard Falk; Politica di Giulio Marcon; Precariato di Guy Standing; Produzione di Mario Pianta; Reddito di base di Philippe Van Parijs; Sud di Bonaventura de Sousa Santes; Terra di Vandana Shiva; Welfare di Colin Crouch.

Naturalmente altri libri e film e inchieste da fare e donne e uomini da incontrare e conoscere ce ne sono ovunque.

 

La protesta di insegnanti e studenti contro la proposta di Trump di armare gli insegnanti

 

 

Guardando ben al di là degli insufficienti confini nazionali, perché i ragazzi statunitensi che dicono a Trump di non volere più armi o quelli che in Siria si preoccupano (anche) di salvare i libri dalle devastazioni di una guerra che è sotto i nostri occhi tutti i giorni e che continuiamo a far finta di non vedere ci dicono che non è tempo (se mai qualcuno avesse pensato che lo potesse essere) di comode elucubrazioni sul divano di casa.

 

Tocca continuare a studiare, anche nei tempi oscuri, perché dei tempi oscuri si deve vivere, come ricordava Bertolt Brecht in tempi che oscuri erano assai. Tocca uscir fuori dalle case – individuali, di partitino, di gruppo sordo alla realtà – e guardarsi intorno, parlare, chiedere, conoscere, camminare, navigare. Tocca smetterla di dire con la chiacchiera che siamo dalla parte degli ultimi (e come annoterebbe il mio immaginario dottor Arzigogolo: “Non vi capisco proprio. Dite sempre di essere dalla parte degli ultimi e adesso che ci siete riusciti vi lamentate”) e conoscerli nella vita quotidiana, aggiungendo quel minimo di possibilità che un giorno possano diventare i primi, ma in questa vita quotidiana stessa.

Non in parlamento. O non solo. Lì ci si batte e si decidono destini fino a un certo punto e solo da alcuni punti di vista. La vita è anche altrove e – senza nostalgie di sorta per extraparlamentarismi affidati agli armadi della Storia – è lì, io credo, che noi si debba andare.

 

Oppure – ma come minimo bisognerebbe essere Gauguin – pensare di trasferirci tutti in Polinesia…

 

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