Fonte: Il Faro sul Mondo

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10/06/2018

 

La Libia nelle mani dei trafficanti ora guarda all’Italia per una svolta

di Alessandra Bocchi

 

Le migrazioni per la Libia e dalla Libia sono ancora un problema e, a farne le spese, è la stessa popolazione locale. “I libici vogliono che il fenomeno immigrazione venga fermato”, ci dice Jamal Adel, un ragazzo che fa parte della tribù Tebu a Kufra nel sud-est del Paese.

 

“Sarebbe un’ottima cosa se il nuovo ministro dell’interno Matteo Salvini riuscisse a fermare il problema migratorio”, ci dice un altro ragazzo che ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza e che lavora per un organizzazione che monitora i conflitti a Sebha, una cittadina distrutta dal traffico di persone.

 

Il ragazzo aggiunge poi che “pochi giornali si interessano di quello che pensano i libici sul fenomeno migratorio ma, in realtà, noi vogliamo che questo fenomeno smetta perché sta danneggiando fortemente il nostro Paese”.

 

Mac K. B. Simpson, ganese ed esperto di migrazioni che vive a Tripoli, ci dice: “È importante che questo traffico sia fermato prima ancora che i migranti entrino in Libia”. Per molti libici il problema è da ricercare soprattutto nelle Ong che operano nel Mediterraneo: “I trafficanti contano sulle ong, è già stato provato che collaborano. Inoltre alimentano le mafie libiche e italiane”, dice Adel.

 

“Le ong sono un’attrazione per i migranti”, aggiunge il ragazzo di Sebha: “Spesso chi fugge è disposto a rischiare la propria pelle solo perché sa che ci sono le ong nel Mediterraneo. Per quest’ultime, però, si tratta solamente di un business”.

 

Uno dei timori dei libici è che le Nazioni unite creino altri campi per migranti in Libia, continuando questi ultimi a rimanere nel Paese. “Tante di queste organizzazioni internazionali per i diritti umani, come l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Iom) e il Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie (Icmpd), entrambe organizzazioni che lavorano con l’Ue, vengono nel nostro Paese per dirci di abrogare ala legge che stabilisce che l’immigrazione venga considerata un reato. Pensano di potere cambiare le nostre leggi senza il nostro consenso”, ci spiega il ragazzo di Sebha, che prosegue: “Pensano di poterci dare lezioni di diritti umani quando sono loro che causano le violazioni di questi diritti fomentano il traffico illegale di persone”.

 

La Libia del dopo Gheddafi

La Libia, dopo la caduta di Gheddafi, è diventata un Paese in preda all’anarchia, sotto il controllo di vari governi, milizie e tribù. Dopo la seconda guerra civile del 2014, il Paese è ufficialmente controllato da due governi: quello di accordo nazionale (Gna) a Tripoli e quello dell’Est, sotto l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.

 

Il governo di Tripoli è controllato da Fayez al-Serraj, salito al potere grazie al sostegno della comunità internazionale, ovvero le Nazioni unite e l’Unione europea. Anche l’Italia, per cercare di risolvere il problema immigrazione, si è rivolta a Serraj, che però non riesce a controllare con forza i territori sotto il suo dominio: “Senza il finanziamento dell’Italia e l’Unione europea, probabilmente il governo di Tripoli non esisterebbe nemmeno”, ci racconta il ragazzo di Sebha.

 

Grazie ai soldi che riceve dal governo italiano e dall’Ue, il governo di Tripoli è in grado di pagare alcune milizie in cambio della loro lealtà. Tuttavia, il governo non ha un vero e proprio esercito e  non riesce a controllare le rotte dei trafficanti che si trovano nell’ovest del Paese.

 

Nell’est della Libia, invece, il traffico di persone è quasi inesistente perché il generale Haftar controlla militarmente e col pugno di ferro i territori in suo possesso. “Haftar ha già detto ai migranti che devono andare via dalla Libia: userà misure drastiche per fermare il traffico di persone”, ci dice il ganese Simpson.

 

Il generale libico punta a controllare più zone nel sud della Libia, proprio dove il traffico inizia. Ma è difficile che riesca a conquistare la lealtà delle tribù che governano l’area del Fezzan.

 

“Le tribù sono leali solamente a loro stesse”, ci dice Jamal. In più, grazie ai confini aperti, in Libia sono entrati molti mercenari del Ciad che ora stanno prendendo il sopravvento in alcune tribù, specialmente in quella Tebu.

 

La soluzione, secondo diversi libici, sarebbe quella di collaborare con i municipi libici nell’area del sud del Fezzan affinché abbiano più risorse per fermare il fenomeno migratorio.

 

L’accordo tra il governo italiano e quello di Tripoli dello scorso agosto è servito a tamponare i migranti via mare, ma non quelli che arrivano in Libia. “L’accordo tra il governo di Tripoli e quello italiano per fermare gli sbarchi è stato fatto in maniera davvero poco professionale – dice Adel. Il problema risiede nel controllo dei confini tra la Libia e i Paesi africani dove i migranti entrano, non fermarli sulle coste”.

 

La soluzione sta quindi nel controllare i confini libici. Questo perché, una volta che i trafficanti entrano in Libia, dove regna il caos, hanno il via libera per spostarsi a proprio piacimento.

 

In questo si inserisce la missione italiana in Niger, ora arenata. Secondo Adel, la Francia si è opposta all’iniziativa perché vuole mantenere il controllo territoriale nel Paese. Ma non solo. Le truppe francesi, secondo il ragazzo libico, lasciano operare liberamente i trafficanti sul confine con la Libia.

 

“Alla Francia non interessa controllare questa crisi migratoria perché non è lei a pagarne direttamente le conseguenze, motivo per cui i militari francesi spesso lasciano passare camion pieni di migranti senza controlli sul confine libico”. La Libia continua ad essere un Paese di transito per i trafficanti, e i libici stessi sembrano ormai averne abbastanza.

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