Originale: Richardfalk.com

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2 giugno 2018

 

“La compassione non basta”

di Richard Falk

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

Dieci giorni fa, mentre partecipavo alla cerimonia di apertura di una conferenza a  Vienna, che   ricorda il 25° anniversario  della Dichiarazione di Vienna sui Diritti Umani, sono stato colpito dalle parole semplici e dall’atteggiamento triste di Nadia Murad, una sopravvissuta Yazida alla prigioni dell’Isis che includevano schiavitù sessuale e stupro istituzionalizzato. [Per un illuminante commento sulle traversie degli Yazidi, guardate l’articolo di Cathy Otten: “Slaves of Isis: the long walk of the Yazidi women,” (Schiave dell’Isis: la lunga marcia delle donne yazidi),The Guardian, 25 luglio 2017].

 

Le parole di Nadia Murad contenevano un soli messaggio: “La compassione non basta. La compassione non crea cambiamento. Abbiamo bisogno di azione.” Il suo modo di parlare era eccezionalmente calmo, la sua intonazione quasi senza inflessione. Le sue parole erano avvolte in un alone di rassegnazione e di disperazione, ma il suo racconto evitava i dettagli sconvolgenti della sua esperienza, i dettagli dove risiede l’orrore. Ho afferrato le sue parole mentre venivano pronunciate come la più gentile delle accuse e il loro significato veniva compreso.  L’empatia, anche se è gradita  non salva le vite. La compassione non ferma i crimini contro l’umanità. L’azione potrebbe farlo. L’azione potrebbe essere importante. L’azione non era disponibile quando era necessaria per le comunità yazide nell’Iraq settentrionale.

 

Le parole di Nadia erano un grido d’aiuto attenuato, ma dopo il fatto. E’ vero che la comprensione deve precedere l’azione, ma la maggior parte di noi è soddisfatta di rimuginare sulla condizione umana che permette che tale brutalità passi quasi inosservata. Malgrado la Guerra al Terrore, gli Yazidi sono stati costretti a dipendere dalle loro scarse capacità di resistenza per sopravvivere al racconto della loro recente storia di violenza e di sopravvivenza.

 

Gli Yazidi hanno una vecchia religione sincretica che trae ispirazione dal Cristianesimo tramite il battesimo, dall’Islam con la circoncisione e dallo Zoroastrismo con il fuoco. La religione non è teologica. Le sue pratiche principali consistono nella visita dei luoghi sacri e nel raccontare le storie della loro resistenza  e sofferenza. L’etnia degli Yazidi  è principalmente curda, e loro non accettano né convertiti né  la diluizione dell’ identità yazide  (se uno Yazide si sposa fuori dalla religione, si ipotizza che si sia convertito/a). Gli Yazidi sono stati spesso perseguitati dall’Impero ottomano come setta di infedeli, in qualche modo con una  percezione simile a quella che aveva l’Iran della religione Baha’i  dopo il 1979.

 

Gli Yazidi  sono meno di un milione; molti  sono fuggiti in Europa e altrove dopo che l’ISIS ha preso il controllo della loro regione. La lunga storia degli yazidi è una storia di lotta, persecuzione e  di perseveranza,  di cui questa fase più recente è forse la più straziante.

Ascoltando le parole arabe pronunciate con una voce dolce da Nadia Murad non potevo evitare di pensare alle sofferenze palestinesi. In questi giorni la compassione per i Palestinesi è diffusa, in seguito al trasferimento dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme (da Tel Aviv) e al massacro compiuto dalle Forze di difesa israeliane alla barriera di Gaza, e tuttavia ancora molto meno intensa di quanto meriti la prolungata sofferenza e l’assoggettamento dei Palestinesi. L’azione in loro nome resta debole, ed è soggetta al respingimento sociale e legale, anche alla punizione. Israele sfugge alle sue responsabilità. I leader israeliani offrono accuse e incitamenti intesi a distrarre gli spettatori, e accumulano denunce su quelli che scelgono di agire, anche se moderatamente.

Le parole di Nadia Murad si percepivano meglio come un lamento non accusatorio, anche se, inevitabilmente, anche come una testimonianza sulla condizione umana. Fino a quando il male è audace e il bene è placato dalle sue intenzioni benigne, i genocidi continueranno a verificarsi. La Convenzione di Ginevra è lì, in attesa di essere attuata in più di dodici luoghi, ma chi tra i leader di questo mondo si preoccupa a sufficienza da alzare un dito?

Credo che questo è ciò la coraggiosa testimonianza di Nadia Murad tentava di insegnarci durante le sue brevi osservazioni espresse a Vienna.

 

 


Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/sympathy-is-not-enough

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