Fonte: Aljazeera.com

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Gen 08, 2018

 

Perché l’Occidente elogia Malala e ignora Ahed?

di Shenila Khoja-Moolji

Traduzione di Stefano Di Felice

 

Ahed Tamimi, una sedicenne palestinese, è stata recentemente arrestata nel corso di un’irruzione notturna nella sua abitazione.

 

Le autorità israeliane la accusano di aver «aggredito» un soldato e un funzionario israeliani. Il giorno prima lei aveva affrontato un militare israeliano che era entrato nel cortile della sua casa di famiglia. L’incidente è avvenuto subito dopo che un suo cugino 14 enne è stato colpito alla testa da un proiettile di gomma sparato da un militare, che ha pure sparato delle bombole di gas irritante sull’abitazione, rompendo le finestre.

 

Anche sua madre e suo cugino sono stati più tardi arrestati. Tutti e tre sono al momento detenuti.

C’è stata una curiosa mancanza di appoggio per Ahed da parte dei gruppi femministi occidentali, dei difensori dei diritti umani e dei funzionari di stato che in altre occasioni si presentano come diffusori di diritti umani e campioni nell’appoggio al rafforzamento del potere femminile.

Come Malala, Ahed ha una storia notevole di opposizione alle ingiustizie.

 

Le loro campagne atte ad appoggiare il potere delle ragazze nel Sud del mondo sono innumerevoli: “Girl Up, Girl Rising”, G(irls) 20 Summit, Because I am a Girl, Let Girls Learn, Girl Declaration.

 

Quando la 15 enne attivista pachistana Malala Yousafzai è stata colpita alla testa da un proiettile sparato da un membro di Tehrik-e-Taliban, la reazione è stata considerevolmente diversa. Gordon Brown, l’ex primo ministro del Regno Unito, ha pubblicato una petizione intitolata «Io sono Malala». L’Unesco lanciò «Stand Up for Malala».

 

Malala fu invitata a incontrare l’allora presidente Barack Obama e l’allora segretario generale dell’Onu Ban-Ki-Moon, e fece un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Malala ricevette numerosi encomi per essere stata nominata tra le 100 persone più influenti dell’anno dal Time magazine, e Donna dell’anno da Glamour, fino a essere nominata per il premio Nobel nel 2013 e a vincerlo nel 2014.

Rappresentanti di stato come Hillary Clinton e Julia Gillard, oltre a giornalisti influenti come Nicholas Kristof, si sono espressi a suo favore. E’ stato persino istituito un Malala Day!

 

Ma non vediamo alcun titolo come “Io sono Ahed” o “Lottiamo per Ahed”. Nessuno dei soliti gruppi femministi o dei gruppi in difesa dei diritti umani, e nessun personaggio del mondo politico si è espresso in suo favore o contro lo stato israeliano. Nessuno ha istituito un Ahed Day. Anzi, in passato gli Stati Uniti le hanno negato il visto per un giro di conferenze.

 

Ahed, come Malala, ha una ragguardevole storia di opposizione alle ingiustizie. Ha protestato per i furti di acqua e terreni operati dai coloni ebrei e ha sofferto sacrifici personali, avendo perso uno zio e un cugino nell’occupazione. I suoi genitori e i suoi fratelli sono stati arrestati innumerevoli volte, sua madre è stata colpita da un proiettile alla gamba. Due anni fa, un video in cui Ahed appariva cercando di impedire che il suo fratello minore venisse portato via da un soldato, divenne virale.

Perché Ahed non gode dello stesso sdegno internazionale riservato a Malala? Perché le reazioni verso Ahed sono così diverse?

 

I motivi di questo silenzio assordante sono diversi. Il primo di essi è l’accettazione diffusa della violenza di stato come legittima. Se azioni ostili di attori non statali come i Talebani o Boko Haram sono condannate, aggressioni simili condotte dallo stato vengono giudicate appropriate.

 

Ciò non riguarda solo forme manifeste di violenza come attacchi con droni, arresti illegali e brutalità poliziesca, ma anche aggressioni meno ovvie quali la distribuzione delle risorse idriche e territoriali. Lo stato giustifica tali azioni presentando le vittime delle sue azioni come una minaccia al funzionamento dello stato stesso.

Una volta considerato una minaccia, la vita dell’individuo viene facilmente ridotta a un’esistenza di base – una vita priva di valore politico.

 

Umanitarismo selettivo

Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha descritto ciò come un tempo/luogo sanzionato da un potere sovrano, dove le leggi possono essere sospese, e dove un individuo può, pertanto, diventare oggetto di una violenza sovrana. I terroristi spesso rientrano in questa categoria, così l’esecuzione di sospetti terroristi tramite attacco di droni, e senza processo, può avvenire senza suscitare troppo clamore pubblico.

La polizia israeliana ha sviluppato una strategia simile. Hanno chiesto di estendere la detenzione di Ahed in quanto rappresenterebbe un «pericolo» per i soldati (rappresentanti dello stato) e potrebbe impedire il funzionamento dello stato (le indagini).

 

Considerare una giovane palestinese disarmata come Ahed – che ha semplicemente esercitato il diritto di protezione del benessere della sua famiglia con la forza dei suoi 16 anni – è inconcepibile. Visioni simili aprono la strada all’autorizzazione della tortura – il ministro dell’istruzione israeliano, Naftali Bennet, ad esempio, vorrebbe che Ahed e la sua famiglia «finissero la vita in carcere».

La sofferenza di Ahed dimostra anche l’umanitarismo selettivo dell’Occidente, che considera meritevoli di intervento solo particolari corpi e cause.

 

L’antropologa Miriam Ticktin ritiene che, mentre il linguaggio della morale utile ad alleviare la sofferenza fisica è diventato oggi dominante nelle agenzie umanitarie, solo determinati tipi di corpi sofferenti vengono visti meritevoli di attenzioni: tra questi il corpo femminile e il corpo malato.

 

Una tale nozione di sofferenza normalizza lo sfruttamento dei corpi e lo sfruttamento per fatica, che «non sono l’eccezione ma la regola, e vengono pertanto squalificati».

Questioni come la disoccupazione, la fame, la minaccia di violenze, la brutalità poliziesca e la denigrazione culturale vengono così, spesso, considerate non meritevoli di intervento umanitario. Queste forme di sofferenza vengono percepite come necessarie e inevitabili. Ahed, perciò, non rientra nell’ideale di vittima oggetto di difesa transnazionale.

Inoltre, ragazze come Ahed, che criticano il colonialismo e articolano visioni di cura collettiva, non rientrano nel tipo di femminilità che l’Occidente intende valorizzare. Ahed cerca la giustizia contro l’oppressione, piuttosto che dei benefici solo per se stessa.

 

Il suo femminismo è pertanto politico, non riguarda privilegi e sesso. Il suo potere di ragazza rischia di rivelare il volto cattivo del colonialismo, ed è pertanto marchiato di «pericolosità». Il suo coraggio e la sua mancanza di paure rendono chiaro tutto ciò che di sbagliato comprende questa occupazione.

 

La brutta situazione in cui si trova Ahed dovrebbe indurci a porre delle domande sul nostro umanitarismo selettivo. Persone che sono vittime di violenza statale, il cui attivismo svela i vizi del potere, o i cui diritti si indirizzano al bene comune, meritano di essere comprese nella nostra idea di giustizia.

 

Anche se non lanciamo campagne per Ahed, ci è impossibile ignorare la sua richiesta di appoggio alla debilitazione di massa, all’evacuazione e all’espropriazione del suo popolo. Come disse Nelson Mandela: «Sabbiamo tutti molto bene che la nostra libertà non è completa senza la libertà dei palestinesi».

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